L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 22 agosto 2019

adesso è l'ora di ... un Progetto Alternativo, per cominciare costruire una rete d'informazione

Al mercato delle vacche, in Parlamento

di Dante Barontini
20 agosto 2019

Dalla “guerra lampo” al mercato delle vacche, nella politica italiana, il passo è sempre breve. Le ragioni, ripetiamo sempre, sono almeno un paio: a) le scelte essenziali – quelle di bilancio e le alleanze internazionali – sono subordinate ai placet europei e della Nato, quindi non servono “statisti” in grado di disegnare progetti di ampio respiro storico; b) la qualità, politica e persino umana, della classe politica nazionale è di infimo livello (anche a causa del punto precedente).

I media di questi giorni fanno persino fatica a seguire le giravolte continue dell’ex “unto del signore” fascioleghista, ormai consapevole di aver sbagliato praticamente tutto nell’aprire la crisi d’agosto, direttamente dalle spiagge del Papeete Beach e dopo qualche selfie di troppo col mojito in mano.

Consigliamo sempre di non tenere in alcun conto le parole spese da questa sottospecie di “politici”, non solo perché mentitori seriali, ma soprattutto perché ciò che possonodavvero fare è qualcosa di radicalmente diverso da quel che dicono di voler fare.

Che Salvini sia con le spalle al muro è evidente. Aveva tutte le carte in mano, tra sondaggi e risultati elettorali alle europee; i Cinque Stelle erano ridotti al lumicino e, specie Di Maio, pronti a concedere tutto pur di andare avanti con questo governo; il presidente del consiglio, Conte, era una foglia senza più l’albero, pronta per essere spazzata via; il Pd, sempre sull’orlo della scissione renziana (sempre rinviata per evitare l’effetto “zero virgola” che gli attribuiscono i sondaggi) e privo di qualsaisi idea che non sia “facciamo quel che ci dice l’Europa”. Gli altri, inutile parlarne…

Ora, invece, il massimo dell’”audacia” che si può consentire – per sparigliare le carte – è offrire a Di Maio la poltrona di premier, a Conte quella di Commissario europeo e a Berlusconi una “lista comune del centrodestra” quando – e se – si andrà al voto.

Tutto, insomma, pur di non perdere il megafono del Viminale, che gli ha consentito per 14 mesi di dettare l’agenda politico-mediatica a colpi di tweet e videomessaggi Facebook volutamente casarecci.

In agosto non si fanno sondaggi, visto che “il campione statistico” è disperso dalle scelte vacanziere, e quindi anche questi micro-politici stanno navigando senza bussola, ingigantendo l’immagine della propria piccineria.

Fuori dalle chiacchiere, e pur sapendo che da questa melma può uscir fuori di tutto, le ipotesi di soluzione in campo sono soltanto tre.

1) “Scordammuce o’ passato” e andiamo avanti come prima. Dopo una rottura da cui la Lega deve tornare indietro a tappe forzate, anche la richiesta di un “maxi-rimpasto” della formazione ministeriale, con Giorgetti al posto di Tria e qualcun altro al posto di Toninelli e Trenta (infrastrutture e Difesa), non ha alcuna possibilità di venire accolta. In fondo, se Salvini l’avesse esplicitata senza far esplodere la sarabanda da spiaggia, qualcosa avrebbe sicuramente ottenuto; ma ora che sta correndo in retromarcia se lo deve proprio scordare. Anzi, sarebbe divertente se fosse invece Conte a “sfiduciare” la pattuglia dei ministri leghisti ritirando loro – com’è nei suoi poteri istituzionali – le relative deleghe.

2) Un governo diverso, di qualsiasi genere (M5S+Pd, “del presidente”, “tecnico”, “per mettere in sicurezza i conti del paese con la scrittura della legge di stabilità”, “di responsabilità nazionale”, ecc).

3) Il voto a novembre, dopo lo scioglimento delle Camere. Certo, ci vorrebbe che questa fosse l’ipotesi preferita da Sergio Mattarella, ma sarebbe davvero strano che venisse offerta ora alla Lega, così manifestamente inaffidabile sul piano della serietà istituzionale (e internazionale), l’opportunità di “capitalizzare il consenso dei sondaggi”, proprio nel momento in cui questa è più debole e persino divisa al proprio interno (in fondo, i leghisti “di peso” hanno sempre saputo che Salvini è un buon attore, ma non uno stratega napoleonico…).

Come tutti, non facciamo previsioni, perché quando si deve affrontare una melma senza struttura solida, ogni combinazione è possibile (e, in definitiva, resta melma…).

Però ogni giorno che passa, specie dopo la grande recita in Senato, martedì 20 – data fissata dalla stessa assemblea per discutere non più la “mozione di sfiducia” a Conte, presentata dalla Lega, ma “comunicazioni del presidente del consiglio” – viene allontanata nel tempo l’ipotesi di elezioni anticipate. Che a questo punto nessuno vuole. Forse neppure la Lega, aggrappata al “non sbarco” dei naufraghi sulla Open Arms come ultimissima occasione di mostrarsi “dura”.

Fin qui la cronaca l’analisi di brevissimo periodo. Che potrebbe suscitare solo ilarità e disgusto.

Nel marcire della situazione politica italiana, che dura ormai da tempo immemorabile (dalla caduta della “prima Repubblica”, almeno) si vanno decomponendo anche molti elementi strutturali che tenevano bene o male insieme la coesione sociale, i valori condivisi, il “senso di sé” di una popolazione ovviamente divisa in classi ma che si riconosceva dentro un “patto costituzionale” dai confini slabbrati, ma in qualche modo certi.

Vogliamo dire che il declino industriale e quello politico marciano insieme, così come la dissoluzione dello “stato sociale” (dalla sanità all’istruzione, al welfare in generale come elemento di coesione, ecc) produce la dissoluzione della “cultura di massa”, del “senso comune”, e la sua riscrittura secondo codici più elementari, violenti, impauriti.

Oltre dieci anni fa, a nessuno sarebbe venuto in mente di dire in pubblico – se non da ubriachi in un’osteria molto periferica – “lasciamo affogare in mare quei negri”. Ora è diventato lo slogan quotidiano del ministro dell’interno (l’ultimo slogan, al momento).

Nello stesso periodo, il diritto alla casa (alla sanità, all’istruzione, a una vita dignitosa) è diventato un disvalore, o addirittura un reato da punire severamente (secondo i due “decreti sicurezza” di mr. Mojito).

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma il concetto è chiaro. Questi figuri saranno anche dei comici prestati alla politica, quindi destinati a sparire con una certa rapidità, ma i danni che stanno provocando resteranno per sempre. Se non prende forza ora, in tempi finalmente rapidi, un’alternativa politica con radicamento sociale e idee chiare su quale futuro per questo paese, per liberare la nostra gente dalla schiavitù del bisogno e dalle vergogna di stare agli ordini di una tribù di pagliacci.

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