L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 agosto 2019

Estratto - Vladimiro Giacché, Capitale produttivo d’interesse e « finanziarizzazione » dagli anni Ottanta a oggi. Un’analisi a partire dai manoscritti 1863-1865 di Marx per il terzo libro del Capitale

Conclusioni: quattro soluzioni per un problema.

1. Il riavvio. La soluzione “riavvio dopo l’errore di sistema” del 2007 non sembrain definitiva produrre i frutti sperati. E la speranza di poter tornare alla crescita facendo leva sul debito e sulla finanza (ossia sul capitale produttivo d’interesse)secondo alcuni economisti ha già creato i presupposti per la prossima crisi finanziaria. L’instabilità finanziaria e l’innesco di una crisi può assumere diverse forme: una crisi del debito sovrano (cioè pubblico) in qualche grande paese, emergente o sviluppato; oppure insolvenze su determinate categorie di debito privato, repentino crollo delle quotazioni azionarie a causa di dati deludenti, o altro ancora. Con una differenza importante rispetto alla crisi precedente: a causa degli interventi già effettuati, gli Stati hanno ora un margine di manovra molto inferiore; se oggi scoppiasse un'altra emergenza come quella che si è prodotta dopo il fallimento di Lehman, avrebbero serissimi problemi a fronteggiarla. Ma la soluzione
riavvio non è l’unica in campo.

2. Lo shift. Una seconda soluzione è rappresentata dall’iniziativa cinese che va sotto il nome di Nuova Via della Seta (Belt & Road Initiative), e che è più propriamente un insieme di rotte su terra e per mare per lo sviluppo dei commerci tra Europa e Asia. Le rotte terrestri, in particolare, passerebbero per aree sotto sviluppate quali i paesi dell’Asia Centrale riportandole su un percorso di sviluppo. La ratio economica di questa proposta è stata formulata, già prima del lancio ufficiale della stessa da parte del presidente cinese Xi Jinping nel 2013, dall’economista Justin Yifu Lin nel suo
Against the Consensus; un testo nel quale l’economista cinese, dopo aver passato in rassegna le diverse strategie messe in campo in occidente per uscire dalla crisi e averne evidenziato i limiti, sostiene che oggi «un’iniziativa infrastrutturale a livello mondiale per finanziare progetti infrastrutturali in grado di eliminare dei collidi bottiglia» dello sviluppo in paesi arretrati «creerebbe posti di lavoro tanto nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Essa rilancerebbe la domanda» e sosterrebbe l’economia anche dei paesi ad alto reddito. Senza entrare nel merito della proposta (caratterizzata da numerose criticità potenziali: incerta redditività di breve, forte ricorso al debito e incognite di carattere geopolitico), va osservato che essa si propone di ricondurre il capitale produttivo di interesse alla sua funzione di supporto al capitale produttivo e, in ultima analisi, di operare uno shift verso quest’ultimo.

3. Il reset. Un’altra possibilità è un reset drastico: la soluzione imperniata sulla distruzione fisica di capitale. In effetti dall’ultima crisi di entità paragonabile all’attuale, quella del 1929, si uscì soltanto con una guerra mondiale. Tale circostanza è stata ricordata recentemente da Lawrence Summers, rammentando le circostanze della nascita del concetto di “stagnazione secolare”: «Alvin Hansen enunciò il rischio di una stagnazione secolare alla fine degli anni Trenta, in tempo per assistere al boom economico contemporaneo e successivo alla seconda guerra mondiale». Subito dopo Summers ha aggiunto: «È senz’altro possibile che si produca qualche evento esogeno di grande portata in grado di aumentare la spesa o di ridurre il risparmio in misura tale da accrescere il tasso di interesse reale da piena occupazione nel mondo industriale e da rendere irrilevanti le preoccupazioni che ho espresso.
Guerra a parte, non è chiaro quali eventi del genere possano verificarsi».

4. Cambiare il sistema. Una quarta e diversa opzione è legata al recupero di una dimensione spesso trascurata della teoria di Marx: l’individuazione del carattere ambivalente della crisi. Da un lato, la crisi è strumento necessario al modo di produzione capitalistico per risolvere un suo stato di squilibrio (derivante da un eccesso di capitale non in grado di valorizzarsi adeguatamente). Dall’altro lato, aspetto che Marx esplicitò nei Grundrisse, essa è sintomo del carattere transeunte e non definitivo del modo di produzione capitalistico: nelle contraddizioni, crisi e convulsioni acute si manifesta la crescente inadeguatezza dello sviluppo produttivo della società rispetto ai rapporti di produzione che ha avuto finora. La distruzione violenta di capitale, non in seguito a circostanze esterne a esso, ma come condizione della sua autoconservazione, è la forma più evidente in cui gli si rende noto che ha fatto il proprio tempo e che deve far posto a un livello superiore di produzione sociale (Marx 2009: 105).

L’accettazione di una lettura “sintomatica” della crisi del 2007 come un “errore di sistema” ha precise implicazioni tanto sul piano teorico quanto su quello pratico: significa riavviare la ricerca sulla possibilità di un “livello superiore di produzione sociale” e rilanciare una prassi finalizzata al suo conseguimento.

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