L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 12 agosto 2019

Gli incendi in Siberia, Canada e Alaska diventano degli acceleratori sulla consapevolezza del cambiamento climatico in atto


11 AGOSTO 2019

Nelle scorse settimane le immagini dei vasti incendi nelle foreste in Siberia, Canada e Alaska hanno fatto il giro del mondo richiamando ancora una volta l’attenzione sul surriscaldamento globale e sull’emergenza dei cambiamenti climatici. A colpire sono soprattutto le immagini satellitari che mostrano l’estensione degli incendi e delle colonne di fumo che si innalzano dalle foreste boreali.

Dall’inizio di giugno, il Copernicus atmosphere monitoring service (Cams), ha monitorato oltre 100 incendi intensi e di lunga durata nel circolo polare artico. Come riportato dalla World metereological organization, il Cams ha calcolato che solamente nel mese di giugno questi incendi abbiano emesso nell’atmosfera ben 50 mega tonnellate di anidride carbonica, equivalenti alle emissioni di Co2 annuali della Svezia.

Una quantità, ha precisato l’istituto, che equivale “a più di quanto sia stato rilasciato dagli incendi dell’Artico nello stesso mese tra il 2010 e il 2018 messi insieme”.

Gli “arctic fires”, sono un fenomeno naturale comune nell’emisfero settentrionale che si ripete ogni anno tra i mesi di maggio e ottobre, quando, a causa di eventi naturali come temporali, si generano spontaneamente incendi nelle grandi foreste della Siberia, nel nord dei Paesi scandinavi, in Alaska e in Canada. A preoccupare quest’anno è però la latitudine e l’intensità di questi incendi, nonché la loro durata che secondo gli esperti del Cams “è stata particolarmente insolita”.

A peggiorare il danno provocato da questi enormi incendi sarebbe infatti l’innalzamento delle temperature che, con ondate di calore continue e con lo spostamento anomalo delle precipitazioni, rende queste enormi distese di vegetazione ancora più vulnerabili agli incendi, facilitando l’avanzare delle fiamme e prolungandone la durata.
Gli incendi in Siberia

In Siberia, in particolare, il Cams ha calcolato che la temperatura media di giugno nelle aree in cui si sono scatenati gli incendi, era quasi dieci gradi più alta rispetto al periodo compreso tra il 1981 e il 2010.

Gli effetti del cambiamento climatico sul rischio di incendi nelle foreste siberiane erano però noti da tempo.

Un importante studio pubblicato nel 1998 sulla rivista scientifica Climatic Change, attraverso l’applicazione di diversi General Circulation Models, i modelli matematici utilizzati per prevedere i cambiamenti climatici e analizzare i moti atmosferici, aveva previsto che l’innalzamento delle temperature e l’andamento anomalo delle precipitazioni avrebbero aumentato esponenzialmente il rischio di incendi nelle foreste boreali della Siberia e delle regioni settentrionali del Canada.


Lo studio rilevava un rischio potenziale di incendi soprattutto nei mesi di giugno e luglio, sottolineando che il cambiamento climatico insieme ad una riduzione del budget per la gestione del patrimonio forestale rendevano l’aumento degli incendi in queste regioni una “certezza virtuale”.

In un’altra ricerca pubblicata nel 2009 e riguardante l’effetto dei cambiamenti climatici sulle foreste siberiane, il potenziale rischio di incendi veniva addirittura calcolato su una scala numerica utilizzando il Nesterov fire index, o Nfi, l’indice ufficiale adottato in Russia per la valutazione del pericolo di incendio. Lo studio, adottando l’indicatore di riferimento dell’Hydrometeorogical service of Russia, ha calcolato un rischio compreso tra 4mila e 10mila, che sulla scala di riferimento del Nfi costituisce un rischio molto alto di incendio, appena sotto il livello massimo di 10mila.
Il Cremlino emana lo stato di emergenza

La situazione attuale sembrerebbe spaventosamente in linea con le previsioni fatte dagli scienziati e dal mondo accademico negli anni scorsi. La scorsa settimana il governo di Mosca ha emanato lo stato di allerta in quatto regioni siberiane colpite dagli incendi e ha inviato elicotteri e aerei militari per far fronte all’emergenza mentre, secondo quanto riportato dal Telegraph, le autorità russe starebbero addirittura valutando l’ipotesi di indurre una pioggia artificiale per spegnere gli incendi.

Ma la crisi degli incendi in Siberia e in Alaska ha assunto anche una connotazione geopolitica quando la scorsa settimana il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha offerto il proprio aiuto a Vladimir Putin per far fronte all’emergenza, proponendo l’invio di mezzi di supporto.

Sebbene Putin abbia, almeno per il momento, rimandato con un semplice grazie l’aiuto degli americani, come si legge nella nota ufficiale pubblicata dal Cremlino, il presidente russo ha apprezzato l’offerta di aiuto vedendola “come un segno che è possibile che in futuro vengano ripristinate relazioni bilaterali su vasta scala” anche nel campo ambientale.
La Russia e il cambiamento climatico

L’emergenza incendi in Siberia ha però riaperto anche un’altra questione: il rapporto della Russia con il cambiamento climatico. La Federazione russa vanta un patrimonio naturaleimmenso e moltissime specie a rischio che, a causa del surriscaldamento globale, potrebbero scomparire per sempre. Gli incendi di quest’anno nelle regioni settentrionali hanno mostrato uno scenario apocalittico, con la popolazione costretta ad evacuare un vastissimo territorio martoriato, oltre che dalle fiamme, anche da una coltre di fumo che lo ha reso praticamente inabitabile.

La Russia però è anche uno dei maggiori esportatori di petrolio e gas naturale e per questo la riconversione verso risorse più sostenibili e la lotta al cambiamento climatico sembrano andare evidentemente al rilento.

Ma recentemente un importante segnale di cambiamento è arrivato proprio a seguito dell’emergenza incendi. A lanciare un nuovo monito sui rischi del riscaldamento globale per il territorio russo questa volta è stato lo stesso Putin, che, durante il Global Manufacturing & Industrialization Summit di Ekaterinburg a inizio luglio, ha dichiarato:

La temperatura in Russia sta crescendo due volte e mezzo più velocemente che su tutto il pianeta. Basta vedere cosa sta succedendo nella regione di Irkutsk: dove ci sono incendi enormi, con centinaia di migliaia di ettari di foresta che stanno bruciando

“Se non si fa nulla – ha precisato Putin – il rapido sviluppo tecnologico non migliorerà la situazione attuale, ma, al contrario, aggraverà l’intero spettro delle sfide ambientali, compresi i cambiamenti climatici e l’esaurimento delle risorse”.

Più concretamente, il governo russo, spinto anche dall’emergenza incendi, sembra fare passi avanti per promuovere nuove politiche in materia ambientale. Secondo quanto riportato da Climatechangenews, il governo russo potrebbe ratificare l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici entro i primi di settembre, mentre è ancora più recente la notizia secondo cui la Russia starebbe pianificando nuove limitazioni per le emissioni di gas serra entro il 2020.

Ancora una volta, come spesso accade in materia di ambiente, le immagini di paesaggi distrutti a causa dei cambiamenti climatici sono state in grado in pochi mesi di scioccare e sensibilizzare sia l’opinione pubblica sia le decisioni politiche più efficacemente di quanto centinaia di pagine di studi e ricerche siano riusciti a fare in decenni.

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