L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 agosto 2019

Il M5S è uno zombi che cammina, la foglia di fico è caduta, ora il coraggio di cominciare a proporre un Progetto Alternativo

Il suicidio politico del M5S

di Sergio Cararo
15 agosto 2019

Tanto tuonò che piovve. Dopo aver logorato da dentro e da fuori il suo governo, Salvini ha rotto gli argini ed è andato alla carica aprendo la crisi.

Che l’obiettivo dichiarato sia quello di mettere a capitale i sondaggi puntando ad un risultato elettorale che gli consegni il paese, non è un mistero per nessuno. Che l’operazione gli riesca non è affatto scontato.

Ma nello scenario di crisi e nuove elezioni che si profila all’orizzonte, due sono le cose che vogliamo sottolineare con forza.

La prima è chiarire sin da subito che non accetteremo il ricatto del voto utile e del meno peggio. Il Pd è da mesi che sta lavorando per sfruttare questo ingannevole contrapposizione con la Lega. Lo ha fatto per anni con il pericolo di Berlusconi ed ha materializzato alternanze peggiori di quelle che invocava a battere. Salvo poi, specialmente sotto la “gestione Renzi”, fare accordi proprio con il Caimano e agire di conserva con la Lega. Non solo. Una onesta disamina delle questioni principali del paese – dal salario minimo alle grandi opere come Tav e Tap, dall’autonomia regionale differenziata alla politica di subalternità a Ue e Nato – 
vedono una sistematica convergenza tra Lega e Pd. 
Le uniche (molto parziali) dissonanze sono sulla gestione delle politiche sull’immigrazione, ma solo perché al ministero degli Interni ci sta Salvini e non più Minniti (in quel caso non si sentì nessun grido d’orrore per i lager in Libia). E allora dove sarebbe l’alternativa?

La seconda è un redde rationem con il M5S. Raramente abbiamo visto un movimento politico con la maggioranza dei parlamentari riuscire “a portare l’acqua con le orecchie” ad un soggetto politico differente e “vecchio” come la Lega. L’unico paragone possibile è con “antichi” leader di centro-sinistra come Rutelli, D’Alema e Veltroni nei confronti di Berlusconi; giustamente strapazzati proprio per questo dalla satira.

Ora come allora si cercano le responsabilità al di fuori e non dentro il M5S. Si enfatizzano le cose portate a casa con l’azione di governo (poche e molto depotenziate, rispetto alle promesse), si occultano le occasioni perse e i regali fatti al competitore. Una rimozione e un rifiuto di mettere in discussione una strategia, o un modo d’essere.

L’unica parziale attenuante è che il depotenziamento del M5S è stato sin da subito l’obiettivo dichiarato e convergente sia della destra che del Pd, del Quirinale come della Commissione europea. Un accanimento superiore di quello contro la Lega e 
Salvini che in fondo è uomo subalterno agli interessi del capitale.

L’anomalia prodotta, facendo saltare il bipolarismo maggioritario, non era ulteriormente tollerabile dai poteri forti, tant’è che ZingaRenzi si è affrettato a rispolverare la jattura della “vocazione maggioritaria del Pd”, mentre Salvini evoca “i pieni poteri” e la logica dell’uomo forte al comando. Due scenari parimenti graditi alle classi dominanti, che da tempo hanno dichiarato la fine della democrazia rappresentativa e la primazia della governance autoritaria.

Ma niente e nessuno può assolvere il M5S e la sua leadership dalle proprie responsabilità.

Il successo può dare alla testa, soprattutto se viene ottenuto troppo facilmente. Un gruppo dirigente con ambizioni di governo non può nascere dalla rete e dal dilettantismo politico, non regge al confronto con i fatti né con competitori, magari per niente onesti, ma sicuramente più esperti.

I rospi ingoiati coscientemente dal M5S (con le rare eccezioni di pochi parlamentari che hanno avuto il coraggio di opporsi), ci hanno ricordato molto da vicino quelli ingoiati dagli onorevoli dei partiti di sinistra dentro i vari governi Prodi.

Sono stati tutti rospi velenosi che allora hanno ucciso l’organismo che li aveva ingoiati pur di tenere in piedi un governo e “impedire che tornasse Berlusconi”; fino al ridicolo di lasciare da soli due senatori della sinistra a votare contro le missioni di guerra e vedere il governo comunque cadere poco dopo sui guai giudiziari della consorte di Clemente Mastella.

Il sì alla Tap, il suicidio politico sulla Tav, la mancata revoca delle concessioni private sulle autostrade, l’approvazione di ben due Decreti sicurezza liberticidi, sono rospi velenosi ormai ingoiati e che saranno letali per i Cinque Stelle.

A poco serviranno un reddito di cittadinanza ancora lontano dall’essere una misura sociale strutturale o la stucchevole litania sulla “riduzione dei parlamentari”. Una idiozia vera e propria. Se c’era (e c’è) un problema di costi della politica, sarebbe stato più semplice e rapido ridurre le retribuzioni, non i numeri della rappresentanza democratica nelle istituzioni (ossia con una legge ordinaria, non con una modifica costituzionale che richiede almeno quattro passaggi e infatti non arriverà al traguardo).

Resta dunque aperto e irrisolto il problema di un’alternativa radicale e credibile al “bipolarismo fittizio” che sostanzia la governance neoliberista nell’Occidente capitalistico; e soprattutto in questo paese, dove mai come oggi questo obbiettivo appare lontanissimo.

Una stagione e una cultura politica di una dilettantesca lotta contro la “casta” (sbagliando troppo spesso bersaglio) sono finite, ma i luoghi comuni che ha prodotto, ancora aleggiano nell’aria e continuano a ostacolare la ricerca di soluzioni efficaci. Prima ce ne liberiamo, prima arriveremo a costruire qualcosa che rompa la gabbia e funzioni davvero nella lotta politica.

Per quanto riguarda ci stiamo provando, seriamente.

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