L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 16 agosto 2019

1 - Il mondo cambia l'uomo anche ma la discrepanza tra la velocità dei due cambiamenti diventa sempre più grande




Gunther Stern è stato un filosofo tedesco dello scorso secolo. Poiché il suo editore notava con malcelato disgusto che “Stern” era un cognome troppo comune per emergere dall’indistinto vociare di pensatori, Guhther se lo cambiò in “Anders” che significa “altrimenti” cioè “diverso”. Anders in seguito si sposò con Hanna Arendt ma l’accanita filosofa fumatrice rivelò poi di aver voluto divorziare perché il pessimismo di “Altrimenti” era invivibile.

La sua opera più famosa è un classico della seconda metà del secolo: L’uomo è antiquato (Bollati Boringhieri, Torino, 2007 – 2 voll) . Anders vi fondava la sua “filosofia della discrepanza”, una versione di quella antropologia filosofica le cui radici sono nelle opere di A. Gehlen e H. Plessner che a loro volta discendono in qualche modo da M. Scheler. Volendo si potrebbe andare ancora indietro nella tradizione tedesca del XIX secolo, forse Schopenhauer, fino a Marx ma più che altro Feuerbach.

Anders era particolarmente colpito dall’evento nucleare ed il primo volume della sua opus magnum è del 1956, dove il titolo s’accompagna alla Seconda rivoluzione industriale. Il secondo volume invece è del 1980 e s’accompagna alla Terza rivoluzione industriale. Ora Anders è morto (1992) ma se fosse ancora tra noi, scriverebbe il terzo volume in accompagno alla Quarta rivoluzione industriale. La “filosofia della discrepanza” nota che le traiettorie tra l’evoluzione dell’uomo e delle società a cui dà vita e quella delle cose a cui dà vita tramite la potenza tecnica, tendono a divergere. L’uomo tende sempre più a creare cose che poi non riesce a dominare, al demiurgo le cose tendono a sfuggire di mano anche perché la potenza realizzatrice va per suoi incrementi geometrici cumulativi. Anders era partito dalla potenza atomica contro cui politicamente di batté con grande intensità civile, ma poi continuò con la rivoluzione elettronica e -come detto- oggi avrebbe potuto continuare con quella digitale o bio-tecnica. Harari è in pratica la versione saggistica aeroportuale degli interrogativi che si poneva Anders.

A noi, la possibile “filosofia della discrepanza”, interessa anche da un punto di vista più ampio che non solo quello tecnico. Ogni giorno, sia che si sia lettori, sia che si sia anche scrittori o che si sia semplici percettori della realtà, siamo inondati da problemi. Le categorie sono l’economico ed il finanziario, il sociale ed il politico sempre più geopolitico, l’ecologico e ambientale, il demografico con possenti migrazioni di giovani ed invecchiamento pronunciato dei benestanti, il tecnologico che oggi è arrivato ad armeggiare con la stessa mente umana. Stati falliti, conflitto tra Stato e mercato (oggi la Borsa argentina perde quasi metà del suo valore solo perché hanno fatto una elezione che non è piaciuta ai mercati), disoccupazione progressiva a grandi numeri, eventi climatici fuori schema, conflitti tra potenze agiti anche senza armi ma con tutto il resto del lecito e soprattutto dell’illecito, violenta manipolazione delle opinioni pubbliche all’interno delle quali crescono gli odi reciproci, pervasività delle incontrollate tecnologie del controllo, crisi fiscale e declino pronunciato della democrazia, polarizzazione sociale e purtroppo, molto ma molto altro. Popper diceva che “tutta la vita è risolvere problemi” ed in effetti, messa così la faccenda, non si noterebbero grandi novità. Ma se ai problemi diamo la dimensione della frequenza e dell’intensità dei singoli problemi che oggi vanno però saldandosi a rete interconnettendosi tra loro e correliamo tutto ciò alle reazioni ovvero a come l’uomo affronta questi problemi contemporanei, la faccenda prende una dimensione preoccupante. Se poi ci avventuriamo in previsioni con qualche decennio di prospettiva, il preoccupante si fa inquietante.

In breve, abbiamo questa inflazione repentina di umani quadruplicati in poco più di un secolo. Nuovi Stati e nazioni che ormai lottano tutte per un proprio posto al sole secondo principi distillati dagli europei nel concetto di “moderno”. Chi dominava è insidiato da chi reclama il suo diritto al suo spazio vitale. Tale spazio vitale deve poi fare i conti con lo spazio naturale che non sembra poter contenere le pretese di tutti. Si sviluppano allora tecniche del dominio, della natura, degli altri popoli, del proprio stesso popolo, fino al proprio corpo e la propria mente. Ma chi dovrebbe dominare la nostra mente se non la nostra mente? E’ in grado? Abbiamo una mente superiore in grado di disciplinare la mente inferiore? Cosa è superiore e cosa inferiore? Chi e come lo giudica tale? Il come è sempre stato varrà ancora per il come sarà o siamo capitati in una discontinuità? Prima di nuove idee ci serve forse un “modo nuovo di pensare”, il “pensare” nel suo complesso?

Il tutto prende la forma di quello che qui chiamiamo “rischio dis-adattativo”. La provvidenza già non funzionò più a partire dal XV secolo. La mano invisibile sembra oggi non funzionare più da nessuna parte. A chi affidarci a questo punto se non a noi stessi? Ma “noi”, siamo adeguati a questo compito? E dove volgere energie ed impegno per cercare il colmare questa discrepanza?

(Post da fb 13.08.19)

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