L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 12 agosto 2019

Il Progetto Criminale dell'Euro è il figlio maggiore della Globalizzazione in salsa statunitense che è finita e ora nuove prospettive per chi sa coglierle in un mondo multipolare. Roma, 12 ottobre vagiti per un Progetto Alternativo. Cosa quanto come produrre. Posizione geostrategica/storica dell'Italia nel Mediterraneo

Un ciclo trentennale è finito. E ora?

di Dante Barontini
8 agosto 2019


I cambiamenti d’epoca risultano facili da leggere solo a distanza di tempo. Ai posteri è semplice vedere le date spartiacque, le decisioni di svolta, l’emergere e l’affondare di protagonisti collettivi.

A chi vive dentro, invece, tocca il compito di cogliere i vari segnali, distinguere ciò che è rilevante da quello che non durerà nulla, connettere quei punti e individuare una prospettiva nel buio oceano denso di onde.

Da qualche tempo andiamo dicendo che la globalizzazione è finita. Quel periodo iniziato formalmente con la caduta del Muro e subito dopo dell’Urss, segnato dal trionfo del neoliberismo capitalistico e dall’egemonia assoluta statunitense, dall’affermarsi di un “pensiero unico” che accompagnava l’esistenza reale di un mercato mondiale altrettanto unico, dove le uniche variabili di prezzo erano rappresentate dalle monete e soprattutto dal lavoro umano.

In quest’arco di tempo ha preso corpo reale anche l’Unione Europea, quasi-Stato fatto di trattati sagomati sull’interesse nazionale dei paesi più forti, fonte di diseguaglianze mai viste sotto la coltre retorica della “comunità”. Germania e Francia ne sono state protagoniste, costruendo o conservando in modo diverso la propria prosperità a scapito degli altri partner, soprattutto mediterranei, e attingendo alle infinite possibilità di delocalizzazione nei paesi dell’Est europeo.

La crisi esplosa oltre dieci anni fa ha fatto prima traballare quegli equilibri. La crisi Usa e l’emersione prepotente della Cina come potenza economica gli hanno dato la spallata definitiva. Le economie occidentali a guida anglosassone rimangono stagnanti solo grazie a politiche monetarie così espansive da aver reso negativo il rendimento del denaro (un controsenso, in ambito capitalistico), indice rivelatore di una “avversione al rischio” degna di una classe di rentier, non certo di imprenditori.

L’apparizione dei Trump, dei Bannon o dei Salvini è un effetto di questa crisi di egemonia e dell’impossibilità di “conservarli”. Così come le frequenti stragi messe in atto da suprematisti bianchi, negli Usa come in Nuova Zelanda, sono la reazione stragista di una perdita di centralità mondiale dell’uomo bianco anglosassone e protestante.

Nella loro insensatezza, in nuce, si potrebbe intravedere la possibile reazione statuale in grande, con strumenti ben più micidiali, come estremo tentativo di mantenere una supremazia che non ha più basi oggettive.

Ossia dinamicità economica, inventiva scientifica, innovazione tecnologica, altri approcci alle relazioni commerciali internazionali, progettualità e fondi adeguati.

L’editoriale di Guido Salerno Aletta, pubblicato su Milano Finanza, registra esattamente questa situazione. La costruzione europea risente della cortissima visione egemonica del capitale tedesco, che ha imposto un modello di sviluppo fondato sulle esportazioni e la compressione dei salari interni. Per quasi 30 anni (dagli accordi di Maastricht in poi) questo modello ha funzionato favorendo la riscrittura della divisione europea del lavoro, ponendo le grandi imprese tedesche alla guida di filiere cui buona parte delle imprese di altri paesi sgomitavano per farne parte. Quelle italiane in primis.

Ma proprio la forza di questo modello ha “addormentato” la reattività e lo sviluppo, specie sul piano dell’innovazione tecnologica. Usando come “banca del sangue” i paesi dell’Eurozona, la redditività del capitale è stata mantenuta mediamente alta in un modo strategicamente suicida:l’estrazione di plusvalore assoluto (in termini marxiani), comprimendo il costo orario del lavoro (allungamento della giornata lavorativa – anche frammentata tra diversi lavoratori part time – in cambio di salari più bassi perché regolati da contratti precari e mini-job).

Banale dire che chi invece ha puntato da oltre un decennio sulla estrazione di plusvalore relativo(la Cina, principalmente) ha potuto bruciare le tappe e scavalcare a velocità inconcepibile quel Vecchio Continente congelato nella stagnazione.

La contemporanea guerra dei dazi aperta da Trump anche contro le merci europee (il dieselgate ha spalancato un’autostrada in questa direzione…) sta aprendo infine crepe irreparabili in un modello di sviluppo invecchiato precocemente. Al punto che la Brexit – se effettivamente realizzata nei tempi indicati dall’altro “cavallo matto” della politica europea, Boris Johnson – potrebbe rivelare molto più chiaramente i danni provocati dall’egemonia tedesca.

La tenuta dell’insieme diventa più problematica, e lo stesso emergere dei cosiddetti “populismi” – per quanto contenuta sul piano elettorale, a livello continentale – segnala in modo negativo e distorto la insopportabilità di questa condizione, sia per le strutture produttive nazionali, sia per le popolazioni.

Il che apre problemi nuovi, che chiedono soluzioni fin qui neppure considerate o immaginate. Il nazionalismo economico è ovviamente una follia, e l’affrancamento della competizione internazionale senza disporre di un’idea strategica del ruolo del sistema produttivo nazionale è una candidatura a fare da preda acefala per qualsiasi imperialismo.

C’è tutto questo e molto altro, sotto il disorientamento sociale che Salvini & co. provano a cavalcare giocando sulle paure e l’insicurezza.

E dunque una opposizione politica e sociale che non si ponga l’obbiettivo di costruire una visione alta del futuro di questo paese e del rapporto con i suoi vicini – mediterranei e non, europei e non – dal punto di vista degli interessi dei lavoratori e dei ceti popolari, non ha alcuna possibilità di rispondere in modo vincente.

E dunque nessuna credibilità di lungo periodo “agli occhi delle masse”.

I cambiamenti sono sempre densi di rotture. Quella con il “pensiero unico”, incistato anche nella cultura politica della vecchia “sinistra”, è forse la più urgente.

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Italia e Germania: inizia un nuovo ciclo, oltre la congiuntura

di Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Crescita zero per l’Italia, nel secondo trimestre di quest’anno, con una variazione nulla sia nei confronti del trimestre precedente che dello stesso trimestre dell’anno scorso. Male l’agricoltura, male l’industria, tengono solo i servizi. Nessun contributo alla crescita da parte dell’export e dalle scorte.

Anche l’inflazione rallenta: per i beni passa da +0,5 a +0,1%; per i servizi, dove la concorrenza è meno serrata e vi sono ampie sacche di rendita parassitaria, rimane all’1%.

Colpisce il dato della produzione industriale in Lombardia: Unioncamere ha stimato che nel secondo trimestre c’è stato un calo tendenziale dello 0,9%, dopo ben 24 trimestri consecutivi di crescita. L’arretramento congiunturale è stato dell’1,2 per cento.

Pesano in negativo, stavolta, le strette interconnessioni con l’economia tedesca, anch’essa in forte rallentamento, tanto che a Berlino si stima per quest’anno una crescita di appena lo 0.5%. Per la Germania, gli indicatori di tendenza sono pessimi: a luglio, il PMI (Purchasing Manager Index) manifatturiero ha segnato un livello di contrazione pari a 43,2 punti, raggiungendo il livello più basso da 84 mesi, per via dell’ennesimo peggioramento delle condizioni del mercato automobilistico e del crollo della domanda mondiale di attrezzature industriali.

Il modello produttivo tedesco trascina così al ribasso l’intera economia dell’eurozona che marca 46,5 e quella italiana che ne è una delle principali fornitrici.

In questa frenata dell’economia siamo dunque in ampia compagnia. Il Pil dell’Eurozona ha segnato nel secondo trimestre un incremento congiunturale dello 0,2%, dimezzando il +0,4% del primo trimestre che era stato drogato da una accelerazione degli acquisti in vista della Brexit, poi rinviata al prossimo 31 ottobre. In termini tendenziali, la crescita dell’Eurozona è stata del +1,1% rispetto, al +1,2% del primo trimestre: si registra un costante rallentamento a partire dal quarto trimestre del 2017, quando toccò il massimo, con il +2,8%.

Anche dall’altra sponda dell’Atlantico giungono notizie analoghe, frenata di un punto, con la crescita al +2,1% rispetto al +3,1% del primo trimestre.

Il vento che ha sostenuto la timida ripresa dopo la crisi del 2008 sta calando dappertutto. Le Banche centrali non hanno fatto a tempo a completare la exit strategy dalle politiche monetarie ultra accomodanti, che già devono fare marcia indietro: la Fed ha appena sospeso la vendita di titoli in portafoglio tagliando i tasso dello 0,25%, e la Bce sta elaborando nuove strategie espansive.

Mentre si sente dire che, per quanto riguarda l’Italia, non c’è niente di nuovo e che come al solito la colpa dello stallo deriva tutta della inerzia governativa, si tengono gli occhi puntati solo sulla prossima manovra di bilancio, vaticinando le reazioni di Bruxelles. Niente di più miope: occorre guardare oltre la congiuntura, le manovre correttive, gli zerovirgola del pil, per elaborare strategie di medio periodo che ridefiniscano il ruolo del nostro sistema produttivo nel contesto internazionale ed il futuro del suo posizionamento, soprattutto rispetto alla Germania, nel comparto manifatturiero.

Sembra infatti giunto a conclusione un ciclo di lungo periodo, quello della globalizzazione innescata in Europa dall’ingresso nell’Unione dei paesi dell’Est e poi da quello della Cina nel Wto.

Il mercantilismo che ne è derivato e la competizione sostenuta dai bassi salari hanno caratterizzato gli anni successivi alla caduta del Muro di Berlino, giusto trent’anni fa. Anche la Germania ha concluso il lungo ciclo della Riunificazione, caratterizzato da una politica di una potenza paragonabile a quella condotta sin dall’ultimo trentennio dell’Ottocento, quando soppiantò la Gran Bretagna in Europa non solo dal punto di vista della produzione industriale quanto in termini di relazioni commerciali e finanziarie. A quegli anni risalgono i forti legami tra l’Italia e la Germania.

Per superare il rallentamento economico in atto, è inutile sperare che la Germania adotti una politica fiscale espansiva, che finanzi investimenti pubblici infrastrutturali: non lo farà, come non lo ha fatto negli anni scorsi e come non lo fece nei primi anni Ottanta, nonostante le forti pressioni americane perché facesse da locomotiva all’economia mondiale. Già allora tenne ben chiusa la scarsella, tenendosi pronta al processo di Riunificazione, antivedendo la caduta del Muro.

Ora fa altrettanto, perché a poco servirebbe sostenere un modello produttivo che è giunto al capolinea: il Dieselgate ha segnato una cesura irrimediabile. Ora, occorre investire sul futuro, sulla Green Economy e sulla Digital Society, con un orizzonte di almeno dieci, quindici anni.

Anche stavolta, servirebbe una recessione negli altri Paesi europei: non essendo conveniente investire all’interno, i capitali troverebbero in Germania buone occasioni di investimento. Nei primi anni Novanta, infatti, i capitali europei e quelli italiani in particolare, migrarono in Germania per finanziarne la Riunificazione.

Se negli anni recenti sono affluiti per paura di un collasso dell’euro, ora dovrebbero finanziare gli investimenti necessari ad alimentare il nuovo lungo ciclo economico. Ma, oggi, c’è un fattore assolutamente inedito: la estrema debolezza del sistema bancario tedesco che rappresenta la vera pietra di inciampo che impedisce l’avvio di questo nuovo processo. Ma il Governo tedesco farà di tutto come sempre, e lo sta già facendo per indebolire i suoi partner, pur di raggiungere l’obiettivo.

L’Italia ha ampi spazi di manovra, purché il Nord si liberi dall’illusione che potrà continuare a prosperare come subfornitore manifatturiero dell’industria tedesca. Nella costruzione delle nuove filiere, ad esempio nel settore auto (x l'Italia l'idrogeno) elettriche e delle batterie che le andranno ad alimentare, la strategia tedesca è di fare blocco con le imprese francesi. Lo stesso vale per l’industria della difesa e nel nucleare. Le politiche europee serviranno solo a fare da cappello a questo asse. Insieme alla informatica, alla chimica, alla cantieristica con propulsione ecosostenibile ed all’areospazio, saranno i settori su cui si si investirà maggiormente.

Le istituzioni italiane non possono esaurire le proprie energie nel solo dibattito sulle politiche di bilancio, mentre i media assorbono l’attenzione dell’opinione pubblica su questioni di cronaca assolutamente marginali. Le organizzazioni imprenditoriali non possono limitarsi a chiedere solo i tagli del cuneo fiscale. La politica a Roma, ed il mondo economico e finanziario che a Milano ha ritrovato grande vitalità, devono focalizzarsi sulle prospettive del nuovo ciclo economico e sul ruolo dell’Italia e delle sue industrie nella nuova divisione internazionale del lavoro.

Ci sono scadenze precise. A fine ottobre si consumerà l’ultimo atto della Brexit: mentre un nuovo rinvio rappresenterebbe la accettazione della inesistenza di una alternativa alla costruzione europea, l’uscita della Gran Bretagna segnerà l’avvio di un processo di riduzione della Unione al duopolio franco-tedesco. In ogni caso, per l’Italia, il sistema delle alleanze industriali si allargherebbe a dismisura: dagli Usa al Giappone, come la stessa FCA intendeva fare. La presenza francese è stata solo di ostacolo rispetto alla realizzazione di un progetto globale, ambizioso.

Si apre un nuovo ciclo: occorre muoversi oltre la congiuntura, per costruire il futuro.

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