L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 21 agosto 2019

La guerra si avvicina velocemente, Gli statunitensi/ebrei aumentano le provocazioni

Golfo d’Iran e sottomarini d’Israele di guardia? Qualcuno cerca guerra

Sottomarini israeliani con armi nucleari davanti all’Iran, è la quasi certezza. I “Dolphins” farebbero parte della forza multinazionale incaricata di sorvegliare le rotte commerciali nello Stretto di Hormuz. Provocazione pesante e mossa politicamente azzardata.

Di Piero Orteca19 Agosto 2019


Qualcuno cerca guerra

Primo erano solo “si dice”. Adesso è praticamente una conferma quasi scritta: sottomarini israeliani, a propulsione diesel ma con armi nucleari a bordo, della classe “Dolphin”, stazionano nel Golfo Persico davanti alle coste dell’Iran. In teoria, sarebbero pronti ad effettuare un secondo strike contro il Paese sciita se Teheran dovesse attaccare per prima Gerusalemme con i suoi missili. La rivelazione è stata implicitamente offerta dai dettagli che sono stati diffusi sul piano Trump di pattugliamento delle acque del Golfo, dallo Stretto di Hormuz fino a Bassora. 
Della sorveglianza delle rotte marittime si occuperà una forza multinazionale di difesa (ma sarebbe meglio dire di attacco) comandata dagli Stati Uniti e di cui fanno parte il Regno Unito, l’Arabia Saudita, gli Emirati e (pare) la Francia. A questo nucleo di forze incaricate della supervisione anche delle rotte che portano dall’Oceano Indiano fino al Golfo Persico, ormai è accertato si è aggiunto anche Israele (ebrei). E questo ha fatto andare in bestia gli ayatollah e l’ala più “dura e pura” del regime iraniano. Si tratta, dicono gli analisti, in pratica dell’apertura di un quinto fronte contro la teocrazia persiana.

Sottomarino israeliano classe “Dolphin” di fabbricazione tedesca

Sunniti Usa Israele, chi arruola chi

Il confronto ormai si estende dal Golan alla Striscia di Gaza e dalla Siria alle zone centrali dell’Irak. Ultimamente le forze aeree israeliane hanno colpito, per la prima volta, un convoglio armato di Guardie rivoluzionarie iraniane proprio in Irak, distruggendo diversi veicoli da trasporto che a quanto pare stavano spostando dei missili di ultima generazione. La storia dei sommergibili di Gerusalemme posizionati nelle acque del Golfo Persico non è nuova, ma a quanto pare finora mancavano conferme. 
È, evidentemente, un ulteriore segnale della escalation che sta interessando la regione e che provoca malumori sempre più diffusi ai vertici del regime sciita. La domanda che si fanno (e che fanno) gli ayatollah è molto semplice: per quale motivo gli israeliani hanno dislocato sottomarini con armi nucleari a bordo nelle acque prospicienti le coste iraniane? E, rivolgendosi alla comunità internazionale, la domanda più pressante è: “Non vi sembra una provocazione bella e buona?”

Fantapolitica e fantafrottole

A gettare altra benzina sul fuoco arriva anche la notizia “di sguincio” (ma e solo una provocazione) di una molto fantascientifica manovra a tenaglia iraniana che coinvolgerebbe unità delle brigate al-Qods, trasportate nel sud del Libano…. per via subacquea. A Gerusalemme hanno già fatto sapere che una ipotesi di questo tipo scatenerebbe una immediata reazione armata israeliana. Evidentemente in Israele considerano un vero e proprio casus belli la possibilità che unità di èlite iraniane siano stanziate ai confini del Golan e nelle aree prospicienti all’Alta Galilea. 
Beh, dicono gli ayatollah, e allora? Come dobbiamo considerare i sottomarini nucleari “Dolphins”? Ma non basta. A complicare la situazione intervengono altri spifferi di corridoio. Le barbefinte della Cia si starebbero dando da fare per organizzare delle centrali insurrezionali fin dentro l’Iran, prendendo a modello, paradossalmente, le stesse brigate al-Qods degli ayatollah. In pratica, si punterebbe su tribù etnicamente e culturalmente lontane dalle radici persiane, per alimentare una sorta di guerriglia interna, in più aree.

Sottomarino iraniano classe Fateh

Stranamore Bolton & C

Questo tipo di pressione, unito a quella già forte esercitata dalle sanzioni economiche, che stanno affossando il sistema-paese iraniano, secondo la Casa Bianca indurrebbe gli ayatollah a più miti pretese. Molti analisti statunitensi pensano che la strategia di Trump, di assediare Teheran per riportarla al tavolo delle trattative nucleari, facendole abbassare il prezzo per ottenere maggiori concessioni, potrebbe anche funzionare. Il problema di fondo è che ormai lo scontro titanico tra sciiti e sunniti si è diffuso a macchie di leopardo. Secondo le ultime informazioni arriva fino al Kashmir indiano, addirittura. 
Ma l’area più ribollente, è quella che va sempre dal sud del Libano fino allo Yemen. In quest’ultimo caso si registrano differente vedute tra la stessa Arabia Saudita e gli Emirati. Questi ultimi premono per arrivare a una soluzione negoziata che possa garantire l’intangibilità degli oleodotti, dei pozzi petroliferi e, soprattutto, delle petroliere che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. In questa fase interlocutoria, il principe Saudita bin Salman sembra riflettere per scegliere l’opzione migliore. In ogni caso, la situazione politico-diplomatica resta molto confusa e nelle prossime settimane potrà succedere di tutto.

SOTTOMARINI ‘SOSPETTI’ GIÀ DALL’ACQUISTO


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