L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 agosto 2019

La Sovranità appartiene al popolo - Lo squallido corrotto euroimbecille Pd non esiste, il M5S è uno zombi che cammina l'offerta politica si riduce al fanfulla, ora Progetto Alternativo

Salvini non va sottovalutato, sa fare i suoi conti

di Paolo Desogus
11 agosto 2019

Mi sembra francamente improbabile che Salvini abbia deciso la crisi di governo senza tenere conto di tutti i possibili scenari, tra cui un governo sostenuto da M5S e Pd. Non può inoltre non aver considerato che molti dei parlamentari di questa legislatura rischiano seriamente di non essere più rieletti, perdendo una serie molto lunga di privilegi. Salvini queste cose le sa. Appartiene del resto a un partito strutturato, espressione di interessi materiali concreti e radicati nella parte più produttiva del paese. È dunque probabile che la sua mossa sia motivata dalla valutazione secondo la quale nella fase che si sta aprendo non ci sono altri margini di crescita, se non fuori dal governo.

Si tenga infatti conto che la flat tax, parola d’ordine della Lega, non si può realizzare per ragioni di bilancio. Sarebbe d’altra parte incomprensibile, oltre che sciocco, tagliare in quel modo le tasse con spesa in deficit. A questo si aggiunge il pericolo dell’aumento automatico dell’Iva, per scongiurare il quale occorre trovare 20 miliardi, attraverso tagli di cui Salvini non vuole assumersi la responsabilità. Infine i risultati del suo ministero sono molto modesti, così come è del tutto fallace - dalla prospettiva di destra - la politica anti immigrazione. Gli sbarchi non sono mai finiti e i blocchi, al di là dello spettacolo mediatico, non potranno più garantirgli tanto successo visto che, in un modo o in un altro, lo stato è stato quasi sempre costretto ad aprire i porti.

Salvini ha calcolato tutto questo, ha valutato il contesto che minaccia di diventare sfavorevole. Ha però fatto anche un’altra valutazione, forse la più importante. Al di là dei proclami e delle chiacchiere il campo della sinistra è totalmente disastrato. Renzi, la cui esistenza politica è un’assicurazione sulla vita per Salvini, imperversa con la solita arroganza, con la solita protervia distruttiva. Zingaretti dal canto suo non è padrone nemmeno nella segreteria del suo partito, nonostante il buon esito alle primarie. E in ogni caso non è un leader politico, non ha nessuna qualità, né intellettuale né carismatica, per far risorgere la sinistra.

Ancora peggio vanno le cose nei pressi della sinistra radicale, sempre più autoreferenziale quanto inutile: preoccupata più per gli asterischi da inserire nelle mail per una presunta quanto ridicola battaglia per la parità di genere che per questioni concrete, come le morti sul lavoro, le vertenze, il degrado del meridione, le chiusure degli stabilimenti, la disoccupazione. A parte qualche eccezione la sinistra radicale è in tutto e per tutto integrata nella realtà postmoderna, senza referente sociale, senza alcuno slancio, intellettualmente sterile, al punto da aver fatto proprio persino il linguaggio, le parole d’ordine e le priorità dell’establishment, come nella lotta al presunto fascismo o al sovranismo.

Di fronte a questi avversari Salvini può dormire sonni tranquilli anche all’opposizione.

Ci vorrebbe uno scatto, uno slancio, uno spunto intellettualmente spregiudicato e coraggioso contro il conformismo culturale che imperversa a sinistra. Ci vorrebbe anche una grande generosità collettiva per costruire un partito solido, organizzato, capace di far derivare la propria linea strategica non da elucubrazioni libresche e barbose, ma da un reale contatto con le classi popolari che dovrebbero essere rappresentate dalla sinistra. Nel contesto iper narcisistico e antropologicamente integrato nella cultura neoliberale un simile movimento progressivo sembra impossibile, è forse solo un miraggio. Salvini è in una botte di ferro.

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