L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 agosto 2019

No Tav - e il tradimento del M5S, il guadagno è che la foglia di fico è caduta e hanno perso qualsiasi credibilità

Ecco perchè il M5S al governo sta facendo più male alla lotta notav di decenni di politiche sitav

di Daniele Gullì
15 agosto 2019

Mesi fa ho avuto il piacere di assistere ad un dibattito pubblico e tecnico sul Tav. Gli Ingegneri Giovanni Marengo e Angelo Tartaglia - ambedue con alle spalle un’esperienza attiva all’interno dell’Osservatorio per l’asse Ferroviario Torino-Lione – hanno illustrato e rappresentato, dati alla mano, molte delle posizioni più serie e razionali sia a favore che contro questa opera tanto discussa. Le considerazioni più interessanti che ho potuto trarre da quella serata, oltre alla prevedibile lontananza tra la becera propaganda politica (Sì/NoTav) e le autorevoli motivazioni che caratterizzano le due posizioni, sono essenzialmente due:

Tavoli tecnici, Analisi Costi/Benefici e Osservatori vari non possono che risentire dell’indirizzo politico di chi li ha convocati e proposti. In parole povere, è illusorio credere al valore oggettivo dei risultati avanzati da organismi intavolati ad hoc.

Sia nel caso si ritenga l’opera in questione utile – se non necessaria - sia che la si ritenga inutile – se non dannosa - nessuna delle due posizioni può definirsi seria se, a monte, non è contornata da una visione, un progetto nazionale infrastrutturale sui trasporti che includa in modo organico e armonioso la realizzazione, come il superamento, dell’opera stessa.

Queste considerazioni non possono che rafforzare, da un lato, l’idea di chi vede, allo stato attuale, il Tav come l’ennesima, annunciata cattedrale nel deserto.

Dall’altro lato è altrettanto vero, però, che l’onere di proporre una linea d’azione alternativa spetta a chi contesta da sempre un’infrastruttura che poggia la propria legittimità politica su corposi e datati plichi di Trattati e Accordi transnazionali.

Il Movimento 5 Stelle, dopo essersi definito NoTav per un decennio, aver sporcato la Valle con il proprio marchio privato, fatto sedere qualche Valsusino in Parlamento e sventolato un bandierone da stadio NoTav alla Camera, una volta conquistato il Governo del Paese (da forza di maggioranza), non ha saputo avanzare nessuna strategia alternativa al progetto. Durante i cinque anni passati tra i banchi delle opposizioni, invece che studiare le carte, confrontarsi con i tecnici e mettere giù a tavolino, di concerto con il Mov. Notav, un piano articolato, i pentastellati han preferito far altro. Evidentemente erano troppo impegnati ad imparare a memoria le veline di Casalino.

Un movimento può permettersi di urlare dei "No", limitandosi a motivarne le ragioni. Ma quando quello stesso movimento si propone d’essere alternativa politica, quando diventa Partito e si accinge a conquistare il potere dentro le istituzioni, le urla, quei "No" non bastano più. C’è bisogno di strategia, di programmi, di classe dirigente, di Policies. Senza queste, l’azione della forza politica si riduce a mera propaganda volta alla conquista del potere, salvo poi essere incapaci di usarlo.

Dopo più di un anno di Governo, il M5S propone una Mozione - strumento parlamentare volto a dare un indirizzo politico al Governo - contro il Tav. In pratica, suggerisce a se stesso cosa fare sulla Torino-Lione. Lo fa sapendo bene che l'alleato leghista voterà contro, così come tutta l'opposizione. Cerca, insomma, di lavarsi mani e faccia dopo la resa di Conte sul progetto.

Una parabola politica, quella pentastellata, che non poteva avere fine più ingloriosa. Oggi, per responsabilità dei discepoli di Grillo e Casaleggio, a causa dell'esempio dato, la dialettica e le motivazioni NoTav appaiono, agli occhi del grosso dell'opinione pubblica, pregni di improvvisata cialtroneria.

L' incapacità - o la mancanza di volontà - del Movimento 5 Stelle di munirsi di classe dirigente adeguata, strategia politica e visione organica della società rende questa forza politica estremamente fragile. Non solo lo è nei confronti delle altre forze politiche - come dimostrato dal rapporto con Salvini - ma lo esplica anche nelle singole questioni. Il pressapochismo dei 5stelle finisce per svilire, sporcare indelebilmente le battaglie sulle quali ha messo il cappello. Quando una forza politica perde di credibilità, lo stesso succede anche alle cause che quella stessa forza politica sosteneva.

Sia chiaro che nessuna persona di buon senso può accusare il M5S di "non essere riuscito a fermare il Tav". La colpa - con dolo - dei 5stelle è quella di non averci neanche provato. Ai più attenti, tutto questo teatrino non può sorprendere più di tanto. L’aver protocollato la questione nel Contratto di Governo rinviando ad una fumosa “ridiscussione” dell’opera, palesava una sconfitta avvenuta anzitempo, di cui oggi ne osserviamo le inevitabili conseguenze politiche.

La creatura nata dal bicefalo Grillo-Casaleggio oggi raccoglie quello che ha seminato. In barba ai consigli degli attivisti più capaci, delle associazioni un tempo vicine a delle personalità/professionalità che sorridevano a quella “nuova speranza” della politica italiana, i vertici (?) del M5S hanno scelto la strada della chiusura, dell’opaco verticismo, del decisionismo utilitaristico e dell’aridità ideologica.

Oggi, definitivamente, si conclude un fallimento iniziato dieci anni or sono.

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