L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 16 agosto 2019

Questa incapacità di vedere prima di tutto a livello economico un'alternativa al capitalismo brutale che emana dagli Stati Uniti e non riuscire a vedere sistemi diversi come una economia di stato come quella cinese. Paura di analizzare l'esistente, cogliere segni e avanzare proposte diverse

Sapelli: “L’Argentina eviterà il default ma diventerà come Hong Kong”

15 Agosto 2019, 8:00 | di Giuseppe Baselice |

INTERVISTA A GIULIO SAPELLI, storico dell’economia e grande esperto di America Latina: “Macri paga i suoi errori ma Fernandez è un peronista moderato, che vincerà le elezioni di ottobre e poi probabilmente scaricherà la Kirchner. Il rischio è che si scateni una feroce protesta sociale come ad Hong Kong”


“L’Argentina si salverà dal default, ma diventerà la nuova Hong Kong. Ci sarà una violenta ribellione sociale, che anticiperà di qualche anno quello che accadrà in Italia e che è già accaduto in Francia con i gilets gialli”. Le previsioni di Giulio Sapelli, già professore di Storia economica all’Università Statale di Milano e grande esperto di America Latina, non sono rosee, ma non riguardano solo gli aspetti finanziari di cui si parla tanto in questi giorni, dopo la sconfitta del presidente liberal Mauricio Macri alle primarie che ha provocato crollo di Borsa e peso, in un Paese con l’inflazione oltre il 50%, il Pil che decresce del 3% e il tasso di povertà salito ormai al 35%: “La crisi di Buenos Aires è colpa anche di Fmi e di Banca mondiale e la popolazione li individuerà come nemici. Il tema però è soprattutto sociale: il ritorno all’illusione del peronismo scatenerà la rivolta dei penultimi”.

Professore, la cura Macri sembra aver miseramente fallito.

“Macri è riuscito a scontentare sia i suoi sostenitori, e cioè le elite del Paese, che le fasce più disagiate. A quelle che io chiamo classi sociali ‘dollarizzate’ fa infatti comodo che l’inflazione rimanga alta, ma lui aveva promesso di abbatterla e in parte ci era anche riuscito. L’inflazione rimasta comunque alta ha invece chiaramente penalizzato i ceti più poveri: la percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà, secondo alcune stime, è salita addirittura al 40%”.

Questo nonostante il famoso prestito monstre da 56 miliardi ottenuto dall’Fmi, il prestito più alto della storia.

“Altro errore madornale. Gli sarebbe bastato vedere le esperienze europee con i prestiti del Fondo Monetario Internazionale, ad incominciare dalla Grecia. Il finanziamento lo ha vincolato ad applicare politiche di tagli alla spesa pubblica che hanno colpito i più deboli, i pensionati, i salari più bassi. Soprattutto, ha sciaguratamente tagliato i sussidi sui servizi pubblici: trasporti, luce, gas, acqua, i cui costi per gli utenti con l’ultimo governo sono aumentati esponenzialmente. Per gli argentini, ricchi o poveri che siano, il riconoscimento di quei servizi a basso costo era considerato un diritto intoccabile. Macri ha dimostrato di non conoscere il proprio Paese: non gli sarebbe costato molto mantenere quella spesa, e avrebbe probabilmente vinto le elezioni”.

Invece ha stravinto il candidato peronista Alberto Fernandez, delfino di Cristina Kirchner (che stavolta è candidata come vicepresidente). Quella degli argentini con il mito di Peron è dunque una luna di miele destinata a proseguire?

“I peronisti hanno vinto anche a Buenos Aires, feudo di Macri, e in alcune province storicamente di diverso orientamento come Santa Fé, dove il partito di Cristina Kirchner non aveva mai toccato palla. Di solito chi conquista la provincia di Buenos Aires è inevitabilmente destinato a vincere le politiche: ecco perché Macri non ha alcuna chance di recuperare. Ma il dato interessante è che per la prima volta dai tempi di Peron, il peronismo si sta ricompattando. E’ sempre stato difficile inquadrarlo, persino dire se sia di destra o di sinistra, per le varie declinazioni che ha avuto nella storia, ma Fernandez ha un profilo interessante. Propone un peronismo moderato: a ottobre vincerà lui e sancirà sia il tramonto di Macri che quello di Cristina”.

La quale però è ancora popolarissima: la sua autobiografia è il libro più venduto dell’anno in Argentina.

“Un libro spaventoso, pieno di inesattezze, però in effetti molto letto. Questo dimostra due cose: che gli argentini leggono più degli europei (un fenomeno letterario del genere sarebbe impensabile in Italia) e che il mito di Peron e di Evita, della quale Cristina è da alcuni considerata la reincarnazione, è ancora vivo. E’ un qualcosa di magico, che più che dagli economisti dovrebbe essere studiato dagli antropologi. La cultura argentina è ancora fortissimamente legata a questa ‘magia’: Cristina verrà superata, ma la sua icona – nonostante gli errori del passato – aiuterà Fernandez a vincere”.

Riuscirà l’ennesimo presidente peronista a tirare fuori l’Argentina dalla crisi? I mercati al momento non sembrano pensarla così.

“Intanto io escludo che ci sarà una nuova bancarotta come quella del 2001, il famoso corralito. Il debito argentino è ancora relativamente basso, anche se il rapporto debito/Pil con Macri è salito all’85%, un dato che a noi europei sembra basso ma che per la storia del Sudamerica è molto alto. Tornare al peronismo non è un bene, ma Fernandez è più spendibile di Cristina: è rispettato anche dagli oppositori e mi sembra disponibilissimo a continuare – seppur in maniera diversa – i legami che Macri aveva meritoriamente riallacciato col mondo finanziario internazionale. Penso che i mercati alla lunga non saranno più così preoccupati”.

Forse sperano che il presidente uscente possa ancora recuperare?

“Come le dicevo, è da escludere. Qualcuno ha detto che il suo processo di riforme necessitasse di maggior tempo, ma la verità è che Macri non è riuscito a rilanciare gli investimenti. Si era presentato come uomo dell’industria, l’uomo che avrebbe smosso i capitali soprattutto per le Pmi, ma non c’è stata traccia di questo. Ha fallito proprio sul suo terreno di elezione. Alla fine è stato un leader improvvisato, montato da una certa oligarchia argentina, ma incapace”.

Lei esclude una bancarotta, ma l’economia argentina non se la passa di certo bene. Cosa potrebbe accadere adesso?

“Il Paese è seduto sul bordo di un vulcano. L’idillio col peronismo c’è ma non durerà ancora per molto e allora accadrà che le classi alte si renderanno conto che esistono anche le classi basse. Prevedo una feroce protesta sociale, tipo Hong Kong ma stavolta il nemico non è la Cina bensì l’Fmi ed ha anche senso che sia così: lo stesso ex direttore Olivier Blanchard ammise che l’organismo di Washington dovrebbe rivedere le sue modalità di intervento. La rivolta anticiperà quello che accadrà in Europa tra magari 10 anni, e che in realtà sta già accadendo in Francia con i gilets gialli”.

Non sarà però una rivolta degli ultimi ma dei penultimi, sostiene Lei. In che senso?

“Gli ultimi non hanno mai avuto voce in capitolo e continuerà ad essere così. Loro da tempo hanno smesso a credere alla ‘magia’ del peronismo. Le cose però cambieranno ora che anche la classe media si è parecchio impoverita. Prima o poi si farà sentire, altroché”.

Quale sarebbe dunque la ricetta giusta, se non quella di Fernandez?

“I migliori secondo me erano i Radicali, il partito di Raúl Ricardo Alfonsín, presidente dell’Argentina negli anni ’80. Proponevano un socialismo riformista sul modello peruviano, al fine di sostenere un vero sviluppo industriale. L’Argentina è stata grande produttrice di carne, ora è il primo produttore mondiale di soia, ma non deve limitarsi a questo. Oggi ad esempio manca persino una rete ferroviaria, dopo le liberalizzazioni di Meném che negli anni ’90 hanno smantellato quella che era una delle reti più evolute del Sudamerica. E’ qui che ha fallito Macri: reindustrializzare il Paese, attrarre investimenti per creare lavoro e migliorare servizi e infrastrutture. Su questo dovrebbero intervenire anche gli istituti internazionali che sarebbero preposti a farlo: la Banca Mondiale, ad esempio, dov’è? Batta un colpo! Alla finanza però fa comodo che le cose vadano così”.

A proposito di investimenti, da tempo l’Argentina è terra di affari per le aziende italiane, a partire da Tenaris che lì realizza un decimo del suo fatturato, ma non solo. Negli ultimi tempi però anche l’export made in Italy verso Buenos Aires sembra battere la fiacca (1,1 miliardi nel primo semestre 2019, contro 1,3 miliardi dello stesso periodo del 2018). In un contesto internazionale segnato dai dazi e dal rallentamento tedesco, questa crisi può rappresentare un problema per le nostre imprese?

“Le nostre aziende sono molto resilienti, soprattutto le Pmi, e anzi questa situazione rappresenta per loro una grande opportunità. La nostra industria sa fare di tutto, e in Argentina c’è bisogno di molte cose. Anche l’ICE, negli anni, ha lavorato molto bene. Per cui penso che la nostra presenza, seppur ridimensionata rispetto al passato, rimarrà molto forte e non risentirà particolarmente di questa fase”.

All’Argentina però non basta il legame industriale e commerciale con l’Italia, e l’addio di Macri potrebbe anche compromettere i rapporti con gli Stati Uniti, in un contesto internazionale già molto precario. Quali saranno le conseguenze della probabile vittoria di Fernandez alle presidenziali di ottobre?

“Intanto andrà in scena un nuovo capitolo della rivalità col Brasile, visto che secondo me Bolsonaro vuole mettere a coltivazione parte dell’Amazzonia anche con l’intento di insidiare il dominio argentino sul mercato della soia. Tra l’altro, proprio su questo mercato, la grana per Buenos Aires è il rallentamento dell’economia cinese, essendo la Cina il primo importatore di soia. Ecco perché secondo me una mossa vincente potrebbe essere di tornare a investire sulla carne, anche in virtù dell’accordo finalmente raggiunto tra Europa e Mercosur, che rappresenta un’opportunità enorme per l’export”.

E con Trump, come si metterà?

“Questo nuovo peronismo più moderato potrebbe anche andarci d’accordo, ma il futuro presidente dovrà negoziare con intelligenza, tenendo a mente le tensioni tra Usa e Cina, destinate a durare per moltissimo tempo. Pechino è un partner importante, ma non bisognerà mettersi contro Washington: su questo confido molto nella grande tradizione diplomatica argentina, che lavorerà per trovare un equilibrio. Persino su questo Macri è stato un disastro: si è limitato a mantenere delle buone relazioni personali con il presidente Trump”.

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