L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 7 settembre 2019

1 - Gli euroimbecilli al potere, fino a quando?

Vi spiego le tribolazioni politiche in Francia, Germania e Spagna. L’analisi di Salerno Aletta

7 settembre 2019


L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

“Ce lo chiede l’Europa”. Matteo Salvini ed il sovranismo incarnato dalla Lega di cui ha conquistato la leadership, andavano sbarcati dal governo, ad ogni costo: rappresentavano un corpo estraneo per la stabilità dell’Unione e soprattutto rispetto alle prospettive di un suo rafforzamento. La apertura della crisi da parte della lega ha solo abbreviato i tempi di una lunga agonia.

Siamo ad una svolta drammatica del progetto europeo, in cui la crisi italiana si inserisce a pieno: non basta estromettere la Lega o differire la data della Brexit. di tre mesi in tre mesi. C’è la Spagna che è senza governo stabile da non si sa più quanto tempo, mentre in Germania si va consolidando la Grande Sostituzione, con l’AfD ed i Verdi che erodono senza soste la dominanza della coppia Cdu-Csu/Spd unita in una asfittica coalizione. Intanto, l’Spd e la Linke perdono il ruolo di forze potenzialmente alternative. In Francia, il sistema si regge ancora, ma solo sfruttando una architettura presidenziale ed legge elettorale fortemente manipolative, che tagliano le estreme privandole di rappresentanza: un assetto che si fonda su un consenso minoritario è destinato ad implodere, non importa quando. L’attivismo geopolitico e l’ambientalismo ostentato non servono a suturare il rapporto tra popolo e potere; né basta avviare un Débat Nationale per riconciliarli, mentre le riforme strutturali, dalle pensioni al pubblico impiego, hanno trovato finora resistenze sociali insuperabili.

In Italia, avrà pure la maggioranza in Parlamento, il nuovo governo, ma di certo nasce monco: non rappresenta Il Nord. Basta vedere le maggioranze in quelle Regioni e l’estrazione politica dei rispettivi Governatori. Si apre una inedita “questione Settentrionale”, che non è fatta solo di numeri e di consenso popolare che latitano, ma dell’annichilimento prospettico dell’articolazione produttiva che fa da spina dorsale all’Italia. E non dipende neppure dai luoghi di nascita dei ministri, da una banale ricognizione anagrafica che ridurrebbe il divario a favore del Centro e del Meridione ad uno striminzito, rugbistico, 11 a 10.. Certa finanza settentrionale, che si rappresenta da sé, ha incitato per tempo al ribaltone: sa di navigar bene con il Pd, ancora ben insediato nei luoghi del potere. È questa la faglia ancor più profonda che divide l’Italia, che conferma la autoreferenzialità dell’accordo: il popolo conta ben poco.

Sono considerazioni di pessimo auspicio, dunque, specie se si considerano i risultati delle recenti elezioni europee, svoltesi appena a maggio scorso. Nelle due circoscrizioni settentrionali, la nuova maggioranza, composta da M5S, PD e Leu, è stata addirittura doppiata dalla sola Lega. In quella Nord Occidentale, la lega ha conquistato 9 seggi con il 40,6% dei voti, il Pd ha avuto 5 seggi con il 23,5% dei voti ed il M5S appena 2 seggi con l’11,1% dei consensi. Leu, in quanto tale, non ha neppure presentato una propria lista. Nella circoscrizione Nord Orientale, che comprende anche l’Emilia Romagna, la Lega ha ottenuto 7 seggi con il 40,1% dei voti, il Pd 4 seggi con il 23,8% dei voti ed il M5S 2 seggi con il 10,3% dei voti. Si è arrivati invece al pareggio nella circoscrizione dell’Italia Centrale, che comprende la Toscana e le Marche in cui il Pd ha sempre avuto grande presa: 6 seggi per la Lega, 4 per il Pd e 2 per il M5S. I risultati elettorali si sono ribaltati al Sud, dove il M5S ed il Pd hanno doppiato i consensi ottenuti dalla Lega. Nella circoscrizione Meridionale, il M5S ha conquistato 6 seggi, il Pd 4 e la Lega 5. Nella circoscrizione Insulare, il M5S, la Lega ed il Pd hanno ottenuto 2 seggi ciascuno: in questo caso, però, la ripartizione proporzionale dei seggi nasconde la percentuale dei voti raccolti: 28,9% per il M5S, 22,5% la Lega, 18,5% il Pd.

(1- continua; la seconda parte sarà pubblicata domani)

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