L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 13 settembre 2019

Aramco e l'occidente lacchè

GIOIE E DOLORI DELL'ARAMCO


(di Andrea Gaspardo)
12/09/19 

Uno dei soprannomi che meglio riescono a descrivere l'essenza del Regno d'Arabia Saudita è: “il mare del petrolio”. Anche in una regione come il Medio Oriente (che nell'immaginario collettivo rappresenta il sinonimo stesso di “petrolio”), non esiste altro paese la cui identità sia così intimamente legata al destino dell'oro nero. Ne consegue che, per parlare di petrolio ed Arabia Saudita, sia necessario parlare anche dell'Aramco.

Fondata nel 1933 come “California-Arabian Standard Oil Company”, poi divenuta “Arabian-American Oil Company” nel 1944, ed infine “Saudi Aramco” nel 1988, questa mastodontica organizzazione rappresenta a tutti gli effetti uno “stato nello stato” ed ogni sua mossa, così come le ipotesi di riorganizzazione di volta in volta proposte da autorevoli membri della Casa Reale Saudita, hanno inevitabilmente il sapore della geopolitica.

L'Aramco è, ad oggi, l'azienda che fa più profitti al mondo dato che, secondo i dati relativi al 2018, essa ha realizzato ricavi per 355 miliardi di dollari, con un utile operativo di 212 miliardi ed un utile netto pari a 111 miliardi, quest'ultimo evidenzia un incremento del 46% sul 2017.

A rendere pubblici i conti dell'Aramco sono state le agenzie di rating Moody's e Fitch, incaricate di valutare la rischiosità di un bond da 10 miliardi di dollari che la compagnia ha poi emesso ai primi di aprile. Inutile a dirlo, la “manina” dietro a questa iniziativa è stato ancora una volta il principe Mohammad bin Salman, precedentemente assurto agli onori delle cronache internazionali per aver istigato l'intervento saudita nella “Guerra Civile in Yemen” e per essere il probabile mandante dell'efferato omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Già da tempo l'Aramco è al centro dei disegni onirici del principe.

Convinto sostenitore della strategia “Vision 2030”, avente come scopo quello di trasformare radicalmente l'economia saudita da semplice produttrice di materie prime a gigante nel campo dell'hi-tech e delle tecnologie rinnovabili, Mohammad bin Salman ha a lungo perorato la causa della parziale privatizzazione del “gioiello della corona”. Il reale rampollo aveva infatti in mente di mettere sul mercato una “fettina della torta di famiglia”, circa il 5% della compagnia, allo scopo di ricavare 100 miliardi di dollari da riversare su “Vision 2030”. Già allora però, la maggior parte degli analisti sia economici che geopolitici era estremamente scettica sulla fattibilità dell'operazione dato che la stima sul valore complessivo dell'Aramco, 2 trilioni di dollari secondo l'entourage del principe, veniva considerata abbondantemente eccessiva (le agenzie di rating parlavano di un più prudente 1-1,2 trilioni di dollari).

Poi è arrivato “l'uragano Khashoggi” e l'intera operazione è saltata, con buona pace di quanti auspicavano l'inizio di un'ondata di privatizzazioni degli assets strategici del Regno. Tuttavia, l'ostinato Mohammad bin Salman ha deciso di percorrere una strada alternativa.

Dopo aver lasciato passare alcuni mesi, al fine di far dimenticare le proprie azioni, anziché quella delle “privatizzazioni”, ha invece deciso, dopo aver preparato accuratamente il terreno grazie ad una brillante “operazione trasparenza”, di percorrere la via delle “obbligazioni”. Tale strategia è risultata pagante dato che la prima asta di questo tipo nella sua storia ha garantito ad Aramco di raccogliere 12 miliardi di dollari e di ricevere ordini per altri 100 miliardi, polverizzando tutti i record per un' emissione di obbligazioni da parte di un'entità afferente ad un mercato emergente.

Prima di farsi prendere dai facili entusiasmi però è necessario tenere a mente due cose. Innanzi tutto, il profitto record registrato dall'Aramco nel 2018 è da attribuire unicamente alla crescita dei prezzi del petrolio, salito del 31% rispetto al prezzo medio del 2017. Secondariamente, essendo l'Aramco essenzialmente il “forziere” di “Casa Saud”, il rischio geopolitico connaturato alla fragilità del Regno non può che minarne la stabilità percepita nel lungo periodo.

Foto: Saudi Aramco

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