L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 15 settembre 2019

Gli Stati Uniti nella loro presunzione hanno voluto essere al centro del mondo ma non sono capaci a gestire questa responsabilità

Perché Trump strattona la Fed. Il corsivo di Salerno Aletta

14 settembre 2019

WASHINGTON, DC - MAY 19: A gold plated seal outside inside the Eccles Building, the place of the Board of Governors of the Federal Reserve System and of the Federal Open Market Committee, May 19, 2016 in Washington, DC. (Photo by Brooks Kraft/ Getty Images)

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Gli Usa di Trump hanno un problema gigantesco: sono l’unica locomotiva economica del mondo, sono da anni il “compratore di ultima istanza”. Significa che tutto il mondo vede gli Usa soprattutto come un immenso mercato in cui piazzare le proprie merci. Poiché non comprano altrettanto dagli Usa, la bilancia commerciale americana è in passivo strutturale.

Va sempre peggio, per gli Usa: rispetto ad un anno prima, a luglio scorso il deficit con l’estero per beni e servizi è aumentato di 23,2 miliardi di dollari, con un incremento del 7,9%.

Sul piano commerciale, il nemico numero uno degli Usa, è la Cina: nel 2018, il passivo commerciale era arrivato alla fantasmagorica somma di 420 miliardi di dollari. I dazi, finora, non sembrano aver modificato la situazione.

Ma anche con gli altri Paesi del G7, non va meglio. Con l’Unione europea, il deficit commerciale del 2018 è stato di 169 miliardi di dollari, di cui ben 68 solo nei confronti della Germania, 32 con l’Italia, 16 verso la Francia e 5,5 con la Gran Bretagna. Con il Canada il passivo americano è stato di 20 miliardi di dollari, mentre quello con il Giappone è arrivato a 67 miliardi di dollari, appena un pelo sotto quello con la Germania.

Il malumore di Trump al G7, dovendosi incontrare con i leader di Paesi che sarebbero partner, ma che invece vendono tutti in America senza comprare altrettanto, è ampiamente giustificato.

C’è un secondo aspetto, ancora più grave: l’America compra a debito, e su questo debito con l’estero paga interessi che rendono ricchi gli investitori. Vero è che la Cina ha smesso di accumulare quote crescenti del debito pubblico americano, essendo stata nuovamente superata dal Giappone, ma l’Europa stessa non fa altro che investire in titoli americani che rendono interessi molto interessanti. Per la Germania, gli Usa sono il principale mercato per investimenti di portafoglio: una doppia cuccagna, dunque, commerciale e finanziaria.

A fine 2018, la posizione finanziaria netta degli Usa verso il resto del mondo era negativa per 9,5 trilioni di dollari, peggiorando ulteriormente il record dell’anno precedente, quando era stata in rosso per 7,7 trilioni. Peggiora in un anno di 1.800 miliardi di dollari.

Come tutto questo non bastasse, il debito federale americano è cresciuto a vista d’occhio: era di 10 trilioni di dollari nel 2008, ed è arrivato quest’anno a 22 trilioni di dollari. Anche il costo degli interessi sul debito pubblico americano è cresciuto in modo impressionante: se nel 2008 era di 451 miliardi di dollari, lo scorso anno è arrivato a 523 miliardi.

Basta vedere la differenza tra i rendimenti dei titoli del Tesoro americano a 10 anni e quelli dei Bund tedeschi della stessa durata per capire che il Governo americano è penalizzato, mentre quello tedesco è avvantaggiato. Gli Usa pagano fior di interessi sul loro debito, mentre con i tassi negativi sui Bund sono gli investitori a finanziare lo Stato tedesco. Ecco, allora, perché la Fed è diventata il terzo nemico di Donald Trump: mentre il Giappone ha la Bank of Japan che persegue la politica del tasso a zero sul debito pubblico; mentre la Germania ha beneficiato del Qe deciso dalla BCE, ed emette titoli a rendimento negativo, gli unici a pagare ricche cedole sul debito pubblico, peraltro detenuto in quantità rilevanti da investitori stranieri, sono gli Usa.

Se la Fed non abbassa i tassi, i rendimenti sui bond americani, sia quelli federali che quelli emessi dai privati, non possono scendere.

Gli investitori stranieri intanto continuano ad arricchirsi, visto che a fine dello scorso mese di giugno detenevano complessivamente titoli americani per 19.400 miliardi di dollari. Di questo totale, detenevano titoli a lungo termine del Tesoro statunitense per 5.500 miliardi di dollari, 1.000 miliardi di titoli emessi da altre Agenzie, e titoli a breve del Tesoro per altri 734 miliardi.

L’America fa ricchi tutti, ma non può durare.

(estratto di un articolo pubblicato su Teleborsa; qui la versione integrale)

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