L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 9 settembre 2019

Glifosato il veleno a tavola

Glifosato, dopo l’Austria anche la Germania (patria di Bayer) lo mette al bando. E noi?

Stefano Palmisano


In Austria, meno di due mesi fa, il Parlamento ha approvato un divieto totale di utilizzo dei pesticidi a base di glifosato sul proprio territorio. Questo nonostante il noto rinnovo dell’autorizzazione all’uso del più celebre erbicida al mondo concesso dalla Commissione Europea nel dicembre 2017 per altri cinque anni.

Lo strumento grazie al quale l’assemblea austriaca ha potuto permettersi questo mirabile esempio di tutela dell’ambiente, dell’alimentazione e della salute pubblica per via legislativa è il principio di precauzione.

Quello sancito nella legge fondamentale della sicurezza alimentare dell’Unione europea, il regolamento n. 178/2002, che all’art. 7 statuisce: “Qualora, in circostanze specifiche a seguito di una valutazione delle informazioni disponibili, venga individuata la possibilità di effetti dannosi per la salute ma permanga una situazione d’incertezza sul piano scientifico, possono essere adottate le misure provvisorie di gestione del rischio necessarie per garantire il livello elevato di tutela della salute che la Comunità persegue, in attesa di ulteriori informazioni scientifiche per una valutazione più esauriente del rischio.”

Principio che, peraltro, governa la più complessiva materia della tutela ambientale in ambito unionale in forza di un’altra norma, ancor più cogente perché contenuta nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, al cui art. 191 si dispone che “la politica dell’Unione in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela, tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni dell’Unione. Essa è fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché sul principio ‘chi inquina paga’.”

Il Parlamento austriaco ha fatto proprio questo: pur in presenza di una situazione di, più o meno effettiva, incertezza sul piano scientifico, ha adottato le misure di gestione del rischio.
Siccome il rischio, nel caso di specie, è del livello ormai notorio – e che si ricorderà nelle prossime righe – le misure che in una situazione siffatta competono, anzi gravano su un’assemblea legislativa – quelle “necessarie per garantire il livello elevato di tutela della salute che la Comunità persegue” – non possono che essere drastiche: come quella che ha adottato Vienna.
Come dovrebbe essere sempre quando la “possibilità di effetti dannosi per la salute” emerge in maniera sempre più concreta. E, nel caso del glifosato, quella possibilità ha assunto ormai da tempo le vesti sinistre di una elevata probabilità.

Senza ripercorrere la storia, ormai lunga e sempre meno contrastata, delle evidenze e dei pronunciamenti scientifici sugli effetti nocivi di questa sostanza sulla salute umana (che annoverano, tra l’altro, anche una monografia dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro – IARC); senza indugiare sui numerosi e convergenti “precedenti giudiziari” del glifosato (di cui ci siamo più volte occupati su questo blog), qui è solo il caso di rammentare che appena pochi mesi fa è stato pubblicato un altro studio in tal senso. Si tratta di una meta-analisi dell’Università di Washington, ossia una ricerca particolarmente rilevante perché “fornisce l’analisi più aggiornata delle correlazioni tra glifosato e il linfoma non-Hodgkin, includendo uno studio del 2018 su oltre 54.000 persone che nelle loro attività lavorative utilizzano pesticidi autorizzati”, come ha spiegato Rachel Shaffer, co-autrice della ricerca.

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L’esito del lavoro scientifico in questione è difficilmente equivocabile: “Complessivamente, in accordo con le evidenze che vengono dagli studi sperimentali sugli animali e da quelli meccanicistici, la nostra attuale meta-analisi degli studi epidemiologici umani suggerisce un legame convincente tra esposizioni al Gbh (glifosato, ndr) e aumento del rischio di Nhl (linfoma non Hodgkin)”. Anche sulla base di queste ultime e autorevolissime evidenze scientifiche, appena qualche settimana fa, la Federazione internazionale di ginecologia e ostetricia – che collabora con l’Oms e ha un ruolo consultivo con l’Onu – ha pubblicato una dichiarazione con la quale chiede la messa al bando del glifosato nel mondo.

Presa di posizione che – si legge – affonda le sue radici nei risultati emersi negli anni da numerosi studi scientifici; ma anche nello stesso principio di precauzione illustrato all’inizio di questo scritto. Insomma, è una massa sempre più ponderosa e concludente di dati scientifici.

E tale deve averla ritenuta non solo il Parlamento austriaco, autore della decisione storica su citata; ma anche, e soprattutto, le Autorità della locomotiva d’Europa, la Germania, che proprio in questi giorni hanno approvato un piano che prevede progressive restrizioni nell’uso del glifosato per arrivare a una riduzione del 75% entro metà del 2023 e a un completo divieto unilaterale dalla fine di quell’anno, cioè alla scadenza dell’autorizzazione quinquennale concessa alla sostanza dalla Commissione Europea.

La decisione di Berlino risulta oltremodo emblematica se si considerano, tra l’altro, due elementi:

1. la Germania è la patria della Bayer, la società che ha incorporato poco più di un anno fa la Monsanto, la “madre” mondiale del glifosato nella forma del rinomato Roundup – operazione di mercato che, peraltro, non dovrebbe regalare ai suoi ideatori un posto nel Pantheon dei capitani più illuminati dell’industria germanica;

2. il rinnovo della licenza d’uso del glifosato su ricordato era stato rilasciato anche e soprattutto per il decisivo ruolo giocato nella vicenda dall’agenzia federale tedesca per la valutazione dei rischi, la Bfr, la quale avrebbe effettuato la valutazione del rischio seguendo peculiari protocolli scientifici nella stesura della propria relazione. Tipo il copia-incolla di oltre il 50% degli studi che i produttori, tra cui l’ovvia Monsanto, avevano presentato a sostegno della domanda di rinnovo dell’autorizzazione. In pratica, il controllato avrebbe scritto più della metà del parere rilasciato dal controllore. E alla fine il verdetto della Bfr è stato curiosamente favorevole.

Oggi la Germania, ad appena due anni di distanza, dichiara di voler cambiare radicalmente rotta. Significherà qualcosa in ordine alla reale natura dell’oggetto della questione, ossia il glifosato. Anzi, significherà parecchio.

Nel Belpaese, intanto, un mese fa è stata pubblicata la bozza del nuovo Piano d’azione nazionale per “l’uso sostenibile” dei pesticidi (Pan), con parecchi mesi di ritardo rispetto alla scadenza del primo Pan (febbraio 2019). Secondo i primi commenti, ad onta delle grandi aspettative che circondavano questo atto, si tratterebbe dell’ennesima montagna che ha prodotto il consueto topolino.

Ma a questo tema specifico toccherà dedicare qualche riga ad hoc a brevissimo.

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