L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 14 settembre 2019

Il corrotto euroimbecille Pd e il falso ideologico M5S concorreranno insieme per affossare il fanfulla rintronato della Lega che ha come obbiettivo solo acchiappare le poltrone delle regioni nessuna strategia per l'Interesse Nazionale

LA PROVA DEL FUOCO13 settembre 2019
Elezioni regionali, perché l’alleanza Pd-Cinque Stelle si farà. E sarà la tomba di Salvini

Il leader leghista punta a conquistare le due regioni storicamente rosse per dimostrare l’assenza di consenso verso il governo. Ma se il Pd apre all’ipotesi di un’alleanza anche a livello regionale, i Cinque stelle sembrano contrari. Le liste civiche però potrebbero risolvere il problema

Filippo MONTEFORTE / AFP

Ci sono due date segnate di fosforescente nell’agenda politica italiana: sono il 27 ottobre - quando si voterà per il rinnovo del consiglio regionale umbro – e il 24 novembre (o un giorno di inizio gennaio) quando si voterà per le amministrative dell’Emilia Romagna. Dall’esito delle elezioni in queste regioni - storicamente rosse, ma negli ultimi mesi date ad alto rischio di sconfitta per la sinistra - dipenderà la sorte del governo giallorosso e il futuro politico di Matteo Salvini.

Non a caso il leader leghista già in questi giorni si è trasferito in Umbria per cominciare una campagna elettorale che, dicono i suoi, verrà combattuta “città per città, paese per paese, casa per casa”. E che la partita dell’Umbria sia per la Lega una partita decisiva lo dimostrano i toni veementi di Salvini che da Orvieto tira in ballo anche Mattarella chiedendogli, di fronte alla trattativa sul risiko di viceministeri e sottosegreterie, “se gli italiani meritavano questo schifo”. Poi Salvini sfida Pd e Cinquestelle: “Facciano pure l’alleanza anche in Umbria, li sfido. Tanto qui si vince. In Umbria si cambia, la sinistra ne ha combinate troppe”.

Il riferimento del numero uno di via Bellerio è agli scandali nella sanità che hanno travolto i vertici della politica regionale. La vittoria in Umbria - e a seguire in Emilia Romagna - dovrebbero costituire nell’idea di Salvini i primi atti della remuntada dopo l’esito della crisi agostana che ha spinto la Lega e il suo capitano all’opposizione. La conquista di due regioni tradizionalmente rosse, lo sfondamento leghista su territori dove la discesa del Carroccio si è sempre arrestata, avrebbe oggettivamente un effetto conturbante sugli equilibri politici nazionali e Salvini la userebbe come argomentazione ulteriore sull’assenza di consenso delle forze di governo. In caso di sconfitta invece per Salvini si aprirebbe un futuro oscuro, anche all’interno della sua Lega, perché la capitolazione alle regionali segnerebbe la bocciatura di un’intera linea politica.

Nei due partiti alleati a Roma è per logica politica evidente che se Salvini sfonda in Umbria poi sarà più facile per lui sfondare in Emilia Romagna e a seguire nelle altre regioni

Per questo è possibile che questo non accada e che alla fine l’intesa fra movimento Cinquestelle e Pd nelle regioni si trovi. Non solo perché i trend dei sondaggi dopo l’accordo di governo registrano il Pd stabile nei consensi o lievemente in salita e in crescita il movimento Cinquestelle ma perché nei due partiti alleati a Roma è per logica politica evidente che se Salvini sfonda in Umbria poi sarà più facile per lui sfondare in Emilia Romagna e a seguire nelle altre regioni. E non a caso è su questi fronti regionali, come si diceva che Salvini, ha rilanciato la sua azione confidando proprio nella difficoltà di Pd e Cinquestelle a saldare un asse di centrosinistra nei territori.

Difficoltà innegabili, come si vede in queste ore, dove il fuoco di sbarramento che proviene dai Cinquestelle, soprattutto da ambienti vicini a Luigi Di Maio, sembra chiudere a ogni ipotesi di alleanza. Con l’argomentazione che le alleanze nei territori legano poi i contraenti per almeno cinque anni. Tuttavia sembra pensarla diversamente Grillo che invece dopo aver patrocinato l’intesa giallorossa a livello nazionale potrebbe spingere anche su un’alleanza in chiave regionale, prefigurando quel polo progressista e riformista che in fondo l’ex comico genovese ha sempre avuto in mente. E che oggi rimedita anche alla luce della considerazione che il movimento non è riuscito a sfondare come forza antisistema e deve dunque consolidarsi come forza riformista di sistema. Subendo per ora la maggiore esperienza Pd, che si registra anche nella partita di queste ore su viceministeri e ruoli di sottogoverno, ma preparandosi a una maggiore capacità di presenza nei ruoli di comando.

È ancora prematuro capire cosa succederà ma le dichiarazioni di queste ore non devono essere prese come definitive o immutabili

Forse la chiave di come il movimento uscirà da questo dilemma – alleanza con il Pd sì o no - la fornisce Andrea Bertani, capogruppo regionale del Movimento 5 Stelle che dice “non c’è nessun ponte aperto con il Pd in vista delle prossime elezioni regionali. Le uniche alleanze elettorali possibili sono e restano quelle che riguardano vere e autentiche liste civiche”.

Ecco quale potrebbe essere, anche in Umbria il caveat per costruire un’intesa tra Pd e Cinquestslle che non sia esplicita ma che alla fine risulti sostanziale: il far avanzare scelte civiche sostenute da un’area vasta di centrosinistra. Logica che sta avanzando anche in Umbria.

È ancora prematuro capire cosa succederà ma le dichiarazioni di queste ore – i rotondi no dei Cinquestelle per intendersi all’intesa coi dem – non devono essere prese come definitive o immutabili. Si è già visto che di definitivo e immutabile nella politica italiana non c’è niente.

Lo si è visto lo scorso anno quando, dopo essersi insultati per mesi, Salvini e Di Maio siglarono insieme il governo gialloverde; lo si è visto questa estate con l’alleanza M5s-dem successiva ad anni di polemiche violentissime. “Bisogna rispettare le realtà locali – dice il segretario dem Zingaretti - ma se governiamo su un programma chiaro l’Italia, perché non provare anche nelle Regioni ad aprire un processo per rinnovare e cambiare?”. Una riflessione a cui Zingaretti starebbe pensando di far seguire un gesto concreto: l’allargamento della sua maggioranza in Regione ad alcuni tecnici d’area Cinquestelle.

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