L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 5 settembre 2019

Il fanfulla accettando lo spodestamento di Savona da responsabile dell'economia a quella con i rapporti europei ha mostrato tutta la sua incapacità strategica e il suo scarsissimo excursus culturale sul Progetto Criminale dell'Euro, sull'infiltrato al Quirinale e sulla sua incapacità a volere veramente combattere la guerra per mettere l'Italia in sicurezza unico mandato a cui doveva rispondere

DIETRO LE QUINTE/ Tutti gli errori di Salvini che hanno isolato il “Capitano”

05.09.2019 - Anselmo Del Duca

Il progressivo isolamento internazionale di Salvini e della Lega è il fattore chiave per capire come si è arrivati alla crisi di governo

Matteo Salvini (LaPresse)

Il tweet di Donald Trump a favore di “Giuseppi” Conte è stato solo la punta dell’iceberg del peso che i fattori internazionali hanno avuto nella crisi di governo italiana. Di clamoroso, però, ci sarebbe almeno un altro caso, cioè la telefonata di Angela Merkel che sarebbe arrivata sul telefono di un big del Pd, probabilmente Gentiloni, nel momento più incerto delle trattative giallorosse per perorare la causa del Conte bis. Man mano che passano i giorni, però, diventa sempre più chiaro che dall’estero era partita da tempo una manovra tesa a isolare il governo gialloverde, e Matteo Salvini in particolare. Fantapolitica? Complottismo d’accatto? Riavvolgiamo il nastro e proviamo a mettere in fila una serie di elementi.

Sin dalla sua nascita il governo gialloverde è stato visto con sospetto all’estero, e in particolare in Europa. E, va detto con franchezza, Salvini ci aveva messo del suo per fare aumentare i timori. Ma è solo col la clamorosa affermazione leghista il 26 maggio alle europee che fra le cancellerie europee scatta l’allarme rosso. Il timore è che Salvini possa passare all’incasso. A stanare il leader leghista s’incarica il premier Conte, che a Bruxelles ha saputo tessere con sagacia rapporti robusti, anche perché lui – a differenza del suo vice – le riunioni europee non le ha mai snobbate. Il 3 giugno Conte va all’attacco: Di Maio e Salvini, scandisce da Palazzo Chigi, scelgano se vogliono proseguire, o mi dimetto. Il leghista abbozza, assicura di voler proseguire, e probabilmente da questo momento in poi perde il pallino della situazione.

Ma è intorno alla partenza della nuova legislatura europea che si compiono negli stessi giorni le manovre più significative. Va costruita una maggioranza perché l’accordo fra popolari e socialisti non basta più. Il nome su cui puntare per la successione di Juncker diventa fondamentale. In teoria toccherebbe al bavarese Manfred Weber, spitzenkandidat dei popolari, gruppo di maggioranza relativa. E Weber sembra la persona giusta per aprire un dialogo con i sovranisti, con Salvini e la Le Pen, che controllano un pacchetto di voti consistente, una settantina. Con i conservatori gli potrebbero garantire la maggioranza.

Questo schema naufraga ben presto: Macron non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi della sua acerrima nemica Marine Le Pen come stampella del nuovo assetto. E in parallelo la Merkel non intende concedere nessuno spazio all’ultradestra di Alternative für Deutschland. Salvini è nel mezzo di questi veti, pesano i compagni di strada iper-sovranisti troppo ingombranti. Ci vogliono tre vertici europei per partorire il 2 luglio il nome di Ursula Von Der Leyen, popolare tedesca come Weber, ma indirizzata a costruire una coalizione di centro-sinistra che tagli fuori i sovranisti. Salvini però una trattativa la intavola, è consapevole di essere al governo e di dover cercare di evitare di restare tagliato fuori. La Lega è incerta sino all’ultimo, poi sceglie il no, anche perché la Von Der Leyen annulla all’ultimo un incontro con il capogruppo leghista a Strasburgo Marco Zanni. La ex ministra tedesca è condizionata dalla coalizione che la sostiene, i leghisti non riescono a scrollarsi di dosso la Le Pen e i tedeschi.

Per paradosso, i 5 Stelle, pur non avendo trovato casa, riescono non solo a ottenere una vicepresidenza dell’Europarlamento (che secondo i numeri sarebbe spettata alla Lega), ma si rivelano addirittura determinanti nella votazione sulla Von Der Leyen. Conte è riuscito nel capolavoro di pilotarli nella maggioranza europea. Per Salvini è il punto di rottura. Il premier gli sollecita un nome per il ruolo di commissario italiano, ma lui traccheggia, perché comprende che il rischio di bocciatura è diventato elevatissimo.

Negli stessi giorni in cui si definiscono gli assetti europei ci sono altri fatti internazionali che pesano. A metà giugno Salvini vola a Washington, alla ricerca di una legittimazione che, evidentemente, non arriva. Parla con Pence, con Pompeo, ma non basta. I resoconti di fonte leghista sono trionfalistici, ma quello che viene considerato il leader dei sovranisti mondiali al dunque gli preferirà “Giuseppi”.

Perché? Dicono gli esperti di cose americane che troppe strizzate d’occhio a Mosca abbiano reso Salvini inaffidabile, a cui sommare quelle alla Cina. E non a caso il 10 luglio è scoppiata la seconda puntata del caso dei presunti fondi russi alla Lega. Notizia veicolata da dove? Da un sito americano, Buzzfeed, famoso per la capacità di creare contenuti virali. E la domanda successiva è chi abbia fatto arrivare la registrazione delle conversazioni di Gianluca Savoini nella hall dell’Hotel Metropol con i faccendieri russi. Una domanda la cui risposta non può che interpellare triangolazioni fra servizi segreti, probabilmente italiani e americani insieme. Del resto, gli 007 nostrani fanno capo a Palazzo Chigi, non al Viminale.

Ultimo atto dell’accerchiamento internazionale a Salvini il G7 di Biarritz, dove Conte, in teoria premier dimissionario con gli scatoloni fatti, riceve una sostanziale incoronazione a proseguire a Palazzo Chigi, una volta scaricata la Lega. “Giuseppi” mostra tutta la sua abilità annullando persino la conferenza stampa finale in un momento in cui il silenzio è d’oro.

Edward Luttwak si dice sicuro che il tweet di Trump sia arrivato dietro una esplicita richiesta del presidente francese Macron, oggi l’uomo forte che garantisce l’assetto europeo, assai più della Merkel. Da lui è passato lo sforzo di riportare l’Italia nell’orbita degli altri grandi paesi euro-atlantici. E questo nonostante Salvini abbia sostenuto il Tav Torino-Lione, insieme a Conte e contro il parere dei pentastellati. La posta in gioco era ancora più alta. Negli ambienti economici del vecchio continente la preoccupazione è che un rallentamento tedesco, unendosi alla stagnazione italiana, finisca per frenare tutta l’economia, europea e non solo. Conte è stato visto come la miglior garanzia di sbloccare la situazione italiana, una volta scaricato l’estremista Salvini. Non a caso cresce la voce che la nuova commissione potrebbe mostrare con i conti italiani molta comprensione, se vi saranno adeguati segnali in direzione della crescita.

C’è un solo punto in questo quadro che continua a risultare poco chiaro: cosa abbia spinto Salvini a staccare la spina al governo. E su questo l’unica spiegazione per ora viene dalle parole dell’ormai ex vicepremier: un eccesso di fiducia in Zingaretti (e in Renzi, secondo alcuni come Maroni), sul fatto che nessuno avrebbe dato sponda ai pentastellati. Invece la controffensiva dell’ex sindaco di Firenze si è rivelata tanto fulminea quanto micidiale, portando alla nascita di quel governo che lo stesso Renzi aveva impedito all’inizio di maggio dell’anno scorso. E ora Salvini avrà tempo per meditare quanto sia importante non rimanere isolati sul piano internazionale.

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