L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 settembre 2019

Il fanfulla, che non è un cuor di leone, costretto all'angolo dal suo partito ha obbedito, chiaramente sbagliando tempi e modi per semplici calcoli interni

Un fondamentale trattato di antropologia

di Miguel Martinez
1 settembre 2019

In questi giorni, sto osservando quella che chiamano la “crisi di governo”, a occhio e croce la centonovantesima dal 1945 in qua; e per puro caso, ho avuto l’occasione di leggere proprio adesso il più serio trattato di antropologia mai scritto sull’Italia, il romanzo (si fa per dire), Il gioco delle caste di Giovanni Negri. Non vi dico altro, se non per invitarvi calorosamente a procurarvi il testo in questione.

Dopo Negri, non resta davvero molto da dire sulla politica italiana.

Negri, oltre a narrare storie verosimili, ha la capacità di Tucidide di inventare discorsi, assolutamente plausibili, con cui i protagonisti di ogni schieramento giustificano di volta in volta i propri interessi; ma nessun discorso è veridico – i discorsi sono armi morali per meglio conquistare appalti, posti alla RAI o altro. Che si tratti di discorsi sui valori della fede o sui diritti delle donne.

Se leggiamo bene Negri, possiamo capire quindi il rapporto reale tra politica e retorica.

La retorica è

immigrati stupratori, i saluti romani allo stadio, i valori cristiani offesi, l’omofobia dilagante, il valore dell’accoglienza, il fascismo rigurgitante, la sovranità della patria, i musulmani che ci vogliono conquistare, i diritti delle donne, il frocismo che vorrebbe distruggere la famiglia…

Per la maggior parte, la gente usa queste chiacchiere a scopo identitario, senza il minimo interesse al loro contenuto effettivo: il difensore della famiglia va a fare turismo sessuale nelle Filippine più o meno con la stessa indifferenza con cui il nemico del razzismo paga in nero la domestica filippina.

Normale, visto che la vita della gente è fatta di innamoramenti, paure, avidità, sospetti, preoccupazioni per l’indomani e altre cose che con i Grandi Principi c’entrano poco.

La politica è invece la roba che conta.

Se leggiamo bene Negri, capiamo perfettamente come chi in Italia conta davvero e decide sia indifferente alla retorica, con cui può giocare di volta in volta in un senso o nell’altro, ma che non dà il vero potere.

Mi viene in mente il mio amico del Partito Unico, un politico a cui sono affezionato, che il 25 aprile di qualche anno fa, preso dall’entusiasmo, proclamò a una piccola folla:

“nel 1945, noi abbiamo dato la vita per gli ideali in cui crediamo, e siamo disposti a darla di nuovo oggi!”

Calcolate che il mio amico che aveva già dato una prima vita nel 1945, era nato attorno al 1960.

Tutto questo ci aiuta a capire meglio la “crisi” di governo attuale, che io vedo così.

C’è Salvini, che è maestro di una retorica. E di poco altro, perché alla fine non ha un mestiere o una famiglia o un lavoro che conti.

Salvini, grazie soprattutto ai perditempo della retorica contrapposta che lo presentavano come il pericolo pubblico numero uno, si è montato la testa (per gli appassionati, proprio come l’anonimo ladruncolo nel film Kagemusha).

Salvini si è montato la testa, perdendo di vista che la sua vera base era fatta da una coalizione di gente molto pratica e poco succube della retorica: trafficanti veneti associati alla Lega da trent’anni e più, e trafficanti meridionali saltati di corsa sul carro.

Appena Salvini ha pensato di mettersi in proprio, gli altri hanno fatto i loro sacrosanti conti.

Non li ho certo capiti tutti, perché sono numerosi quanto gli individui coinvolti, ma mi vengono in mente:

– i neoeletti grillini, nemici giurati dei renziani, che rischiano di vedere franare ciascuno il proprio progetto di vita

– i renziani, nemici giurati dei grillini, che rischiano di perdere seggi ai seguaci di Zingaretti

– i seguaci di Zingaretti, che possono finalmente tornare a fare ciò che i membri del Partito Unico sanno fare, cioè gestire gli appalti

– la Confindustria e tutto ciò che la circonda, che ha visto che gli appalti si fanno meglio con i professionisti che con gli improvvisati

– i seguaci svegli di Salvini, che hanno capito improvvisamente che il prossimo finanziamento per la Festa Welcome to Sicily non sarebbe più venuto da lui, e che ci sarebbero stati altri ministri a celebrare il riconoscimento del Prosecco come patrimonio dell’umanità.

Poi magari il più furbo è stato proprio Salvini, che mentre il treno si stava per schiantare, ha avuto la prontezza di riflessi di saltare giù dalla locomotiva; ma questo lo vedremo più avanti.

Nessun commento:

Posta un commento