L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 14 settembre 2019

Il fanfulla ha rincorso lo zombi Berlusconi per acchiappare le poltroni regionali. Continua l'ubriacatura estiva

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13 settembre 2019

Salvini, bisbetico e frustrato. Ormai è come l’ex che torna a bussarti alla porta (ma tu non lo vuoi più)

Dopo il magistrale auto-sabotaggio di quest’estate, Matteo Salvini non riesce a capacitarsi di aver perso il potere. E ora sta veramente toccando il fondo: in campagna elettorale 24/7 stile Papeete, è arrivato a scomodare anche dei turisti giapponesi. La sindrome ha un nome: coazione a ripetere

Andreas SOLARO / AFP

Forse pensava che il governo funzionasse come il cibo, che dopo averlo fatto cadere bastasse riacciuffarlo entro cinque secondi e soffiarci sopra per mangiarlo senza incorrere in batteri, chissà. Fatto sta che dall’oggi al domani l’Italia s’è desta libera dalla psicosi collettiva per Matteo Salvini, una cosa da non credersi, e infatti lui non ci crede ancora. Sui social sforna sempre le due o tre dozzine di post d’ordinanza, ma tira un’altra aria, tira l'aria tipica dei film americani, quelli dove uno scienziato prevede la catastrofe naturale ma nessuno gli crede perché non si cura ed è sempre spettinato, e alla fine un meteorite distrugge la Terra. Solo che in questo film Salvini fa contemporaneamente la parte dello scienziato, del meteorite e della Terra.

Un auto-sabotaggio da manuale, sugellato dall’impresa di avere rimesso al Governo il Pd in meno di diciassette mesi, impresa tanto eroica quanto legittima, dal momento che viviamo in una democrazia parlamentare con autonomia di coscienza degli eletti e non in una democrazia demoscopica (nemmeno elettorale, con buona pace di coloro che al grido di ‘illegittimità’ puntano il dito sull’attuale governo giallo-rosso). Ma se è vero che è il linguaggio a coprire e scoprire la pulsione di ogni essere umano, le parole per descrivere l’immagine pubblica di Salvini degli ultimi giorni sono solo due: ex fidanzato.

Le parole per descrivere l’immagine pubblica di Salvini degli ultimi giorni sono solo due: ex fidanzato. L’uomo che dopo la ‘fuitina’ estiva si appresenta alla porta come se nulla fosse

L’ex vice premier e ministro dell’interno incarna in pieno il tipo di uomo in cui ogni giovinetta sia pure di solido intelletto ha la sventura di imbattersi almeno una volta nella vita, l’uomo che dopo la ‘fuitina’ estiva si appresenta alla porta come se nulla fosse, forte dell’ascendente che crede di potere esercitare all’infinito sulla mite Clarabella. Finché un bel giorno la sempre mite Clarabella gli apre la porta vagamente déshabillée con al fianco José, un meticcio di due metri a petto nudo che fa il banconista presso la ditta Ursula von der Leyen. E allora pur di rientrare nella bella casetta messa in piedi con Clarabella (e con il mutuo ancora da pagare) l’uomo forte, l’uomo che non deve chiedere mai, l’uomo solo al potere si prostra, promette la carica di premier, ma niente, è tutto inutile. La mite Clarabella, in un afflato di esterofilia, o forse su consiglio dei genitori, preferisce José. Panico. Stupore, poi di nuovo panico. Fino a quando lento, strisciante, si insinua prima il serpente della gelosia, poi della rivendicazione, infine del rancore.

Oggi Salvini appare vecchio, bisbetico. Mentre gli altri leghisti, quelli seri, continuano ad amministrare dietro scrivanie dove troneggia la foto degli stivali con cui gli antenati dissodavano la Pianura padana, il nostro alterna scenate di gelosia in Parlamento a farneticazioni lungo il Paese, in preda a una campagna elettorale h 24/24 in stile Papeete, come se nulla fosse successo. Coazione a ripetere, la chiamano gli psicologi, può insorgere all’indomani di un trauma che non si riesce a superare.

L’altro giorno, a Orvieto, Matteo Salvini ha importunato persino dei turisti giapponesi. «Mi metto nei panni dei turisti giapponesi (tutto pur di dimettere i propri ndr.) che stanno passando. E vedono un tizio con la camicia, col microfono in mano e si diranno: ma che sta facendo il giovedì su una panchina a Orvieto?». Giusto, che sta facendo? «Amici giapponesi stiamo liberando una terra stupenda», dice «questi sono i turisti che ci piacciono, quelli che pagano, non come quelli che sbarcano e vengono pagati per fare i turisti». Dice la Treccani: «Coazione a ripetere - tendenza incoercibile, del tutto inconscia, a porsi in situazioni penose o dolorose, senza rendersi conto di averle attivamente determinate, né del fatto che si tratta della ripetizione di vecchie esperienze».

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