L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 12 settembre 2019

Il governo degli euroimbecilli non farà l'interesse dell'Italia

Vi spiego la guerra geopolitica fra Cina e Usa dietro la mossa di Hong Kong sulla borsa di Londra. Parla il prof. Pelanda

12 settembre 2019


Conversazione di Start Magazine con Carlo Pelanda, analista e saggista di geopolitica economica, sulla Borsa di Hong Kong che vuole comprarsi quella di Londra, che controlla interamente quella italiana: “L’Italia dovrebbe ricomprarsi la Borsa dagli inglesi e fare di Piazza Affari il centro europeo e mondiale per la quotazione delle piccole imprese”.

Perché la Cina punta sulla Borsa di Londra? Perché proprio ora? Come risponderà il London Stock Exchange? E che cosa succederà a Piazza Affari che è controllata dalla Borsa di Londra?

A queste e ad altre domande risponde Carlo Pelanda, analista, saggista e coordinatore del Dottorato di ricerca in Geopolitica e Geopolitica economica all’Università Guglielmo Marconi di Roma.
Professor Pelanda, perché la Cina si muove ora sulla Borsa di Londra?

Di un’offerta di acquisto da parte di Hong Kong della piazza londinese si parlava da tempo. Ha radici antiche. Risale almeno a quattro, cinque anni fa. Penso già all’incontro tra David Cameron e Xi Jinping. Downing Street mirava a vantaggiosi accordi commerciali e di investimento con la Cina. Pechino in cambio guardava al Regno Unito come porta di entrata in Europa. Con la Brexit il progetto si è raffreddato. Anche se non è tramontato. La domanda esatta, piuttosto, è: perché rendere pubblica l’offerta della borsa di Hong Kong in questo momento? E la risposta si presta a diversi piani di lettura.
Quali?

È una risposta interna alla Cina per dire ai manifestanti dell’isola che scendono in piazza con le bandiere inglese e statunitense. Dicono alla gente: Pechino è viva ed è destinata a vincere. Ed è un segnale al mondo. La Cina proclama: l’impero siamo noi. Una risposta al tentativo dei grandi fondi Usa di rendere americana la borsa di Londra.
Una borsa di Londra controllata da quella di Hong Kong, cioè di fatto dal Partito comunista cinese, non sarebbe intollerabile per il governo britannico?

Londra è disperata. E oltre l’iniziativa di Hong Kong non si può escludere che nel rendere pubblica l’offerta di acquisto ci sia anche un segnale della Gran Bretagna agli Stati Uniti. Una richiesta di aiuto: o gli Usa intervengono, ci danno una mano, diversamente i denari dovremo prenderli dalla Cina. Ma è solo il capitolo di una guerra di conquista. Un campo di battaglia di mosse e contromosse. Attualmente è fuffa. C’è un fronte non consolidato. Gli attori sono Cina, Stati Uniti, Francia, Germania. La seconda fase sarà nel coagularsi di blocchi compatti. Dopo vedremo davvero chi vince e chi perde. E non dimentichiamo c’è il capitolo complesso della gestione dei capitali da parte araba.
Quindi secondo lei non se ne farà nulla?

Per ora credo che l’operazione non andrà in porto. Si mostrerà una trattativa. Con molte finte. Londra manda segnali a Europa e America. Chiedono: non trattateci male. E poi guardiamo alla cronaca. Dal Sudafrica è appena sbarcato in Europa il colosso di Internet Prosus. Una quotazione di circa 100 miliardi di euro. Non al London Stock ma ad Amsterdam. Nel gioco delle borse non c’è un filo conduttore. Mentre il sistema finanziario Usa fa shopping e va a caccia di banche. Gli Stati Uniti speravano fino a qualche anno fa di conquistare il sistema finanziario cinese. Ci hanno rinunciato e ora fanno sempre più rotta sull’Europa.

In questo scenario che ruolo gioca il nostro Paese?

L’Italia conta nulla. È una preda più che appetibile. Ma, appunto, preda. Come noto il risparmio italiano è il più grande al mondo, secondo solo al Giappone. Ma già siamo stati molto depredati.
Nell’ipotesi che l’acquisto andasse in porto, quale significato avrà per l’Italia?

Nello scacchiere europeo abbiamo addosso la Francia che ha tutto l’interesse a depotenziare la Borsa italiana. Ha già eliminato un governo divergente per renderci sempre più vassalli. Mentre risparmio e imprese avrebbero tutto il vantaggio da una Borsa più ampia. Piuttosto in questa guerra abbiamo un’opportunità.
Ovvero?

L’Italia dovrebbe ricomprarsi la Borsa dagli inglesi e fare di Piazza Affari il centro europeo e mondiale per la quotazione delle piccole imprese. Attrarre il tessuto imprenditoriale di aziende sui 500 milioni di ricavi di Germania, Spagna e Francia. E oltre. Una mossa che costa certamente miliardi. Si dovrebbero coinvolgere i privati. Le risorse non mancano. E ne avrebbero utilità, data la difficoltà ad accedere al credito bancario. Farebbe bene agli investimenti nel Paese. Ma i privati non trovano interlocutori stabili. Servirebbe un governo forte e duraturo. Con idee chiare e piani che rassicurino. Ma con chi dovrebbero parlare gli investitori? I Conte? I Di Maio? I Salvini? Il Pd?
Gli investitori metterebbero mano al portafoglio?

A fronte di un impegno serio sì. Purtroppo su queste materie vedo disinteresse o dilettantismo da parte delle forze politiche. E invece la fase sarebbe più che favorevole. Abbiamo un Paolo Savona alla presidenza della Consob che garantirebbe la stesura di regole chiare e faciliterebbe le quotazioni. Il punto è: il governo se ne accorgerà?
Il Conte 2 eserciterà golden power sulla Borsa italiana?

Lo strumento c’è. Però sono armi che funzionano se utilizzate non solo a tutela, ma se si ha una proposta alternativa, una contro offerta capace di valorizzare la ricchezza italiana.

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