L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 settembre 2019

Il pianto frutta e il Nord piange sempre accaparrandosi risorse e prebende per i suoi appalti i cui costi lievitano sempre

GIORNALI/ Il Conte bis fa paura al Nord, ma dove vanno davvero i soldi?

01.09.2019, agg. il 02.09.2019 alle 16:52 - Claudio d'Aquino

Molti giornali hanno rilevato che il nuovo governo Conte favorirebbe il Sud contro il Nord. I numeri però dicono altro

Il cantiere Tav a Chiomonte (LaPresse)

Ormai è chiaro. Lo scontro non è più tra centrodestra e centrosinistra, ma tra Centro-Nord e Centro-Sud. Il governo Conte 2 non c’è ancora, il 29 agosto è appena il giorno dell’incarico accettato con riserva dal premier uscente chiamato al secondo giro. Non c’è ancora la squadra e nemmeno il programma. Ma gli organi di stampa paladini della “questione settentrionale” sono già all’opera. Come si dice, mettono il carro davanti ai buoi, nel timore che l’autonomia differenziata sia ormai questione andata definitivamente su un binario morto, visto che Salvini è ormai fuori dalla stanza dei bottoni.

Eccoli allora alzare la voce per denunciare una terribile circostanza: i meridionali si sono impadroniti del Paese con una secessione di fatto. Occupano il governo giallorosso e tutte le principali posizioni di potere: il Capo dello Stato è siciliano, il premier pugliese, i ministri in buona parte del Sud. Per non parlare delle alte cariche pubbliche. Insomma, è inevitabile che il federalismo venga rinnegato e il Settentrione punito… (Libero, pagine 1-4, 29 agosto 2019). Ma se le cose stanno così, se il governo lo bastona, allora tutto è possibile. “Ragazzi, siamo circondati”, devono aver pensato a Libero, se Fausto Carioti scrive (a pagina 23, stesso giorno): “Prepariamoci al peggio… quello che sta nascendo è un governo contro il Nord. Non solo contro chi lo amministra, ma contro le sue imprese, chi le guida e chi ci lavora. Contro l’autonomia differenziata…”.

Come ben sapeva il Poeta, “Più che l’onor potè il digiuno” (dal potere). Anzi l’ansia di restare a piedi ora che la Lega di Salvini appare oggettivamente infilata in un vicolo cieco. Colpisce il tempismo. Anzi l’anticipo sul tempismo. Perché un governo si dovrebbe giudicare dalle azioni che mette in campo, non su base anagrafica (nel senso del luogo di nascita dei suoi componenti). Anche perché, adottando questo metro, dovremmo ben ricordare che negli ultimi venti o trent’anni anni la quota di meridionali pervenuti alle stanze dei bottoni è stata assai esigua. Se memoria non inganna, l’ultimo presidente del Consiglio del Sud è stato Ciriaco De Mita. Era il 1988. Il Muro era ancora in piedi.

Ma andiamo alla sostanza. Da anni circola in rete un’inchiesta dell’Espresso intitolata “Scippo al Sud”. Parla di decine di miliardi destinati al Mezzogiorno usati per altri scopi. “Un tesoro equivalente – stando a quanto scrive Primo De Nicola – ad oltre 50 miliardi di euro disponibile solo negli ultimi due anni. Che poteva servire per terminare eterne incompiute come l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e che invece è andato a finanziare i trasporti del lago di Garda e i disavanzi delle Ferrovie dello Stato”. 

Insomma, una montagna di denaro che avrebbe dovuto rilanciare l’economia del Sud e che è stata utilizzata per risanare gli sperperi e i buchi di bilancio – ad esempio – dei Comuni di Roma e Catania e per la copertura finanziaria dell’abolizione dell’Ici. “La Corte dei conti – si legge nell’inchiesta – ha provato a stoppare lo sperpero, lamentando apertamente l’utilizzo dei soldi del Fas, che hanno finito per assumere l’impropria funzione di fondi di riserva diventando uno dei principali strumenti di copertura degli oneri finanziari connessi alla politica corrente del governo. Ma con scarsi risultati”.

L’Espresso rammenta la trovata di Berlusconi e Tremonti di riprogrammare e concentrare le risorse del Fas (Fondo aree sottoutilizzate) su obiettivi considerati “prioritari per il rilancio dell’economia nazionale” con la costituzione di tre fondi settoriali: uno per l’occupazione e la formazione; un altro a sostegno dell’economia reale istituito presso la presidenza del Consiglio; un terzo denominato Infrastrutture e che dovrebbe curare il potenziamento della rete infrastrutturale a livello nazionale, comprese le reti di telecomunicazioni e energetiche, la messa in sicurezza delle scuole, le infrastrutture museali, archeologiche e carcerarie. 

“Ma la vera sagra della dissipazione – continua Di Nicola – si consuma all’interno del fondo Infrastrutture (12 miliardi 356 milioni di dotazione iniziale) dove il Sud vede poco o niente”.

Le sue dotazioni se ne vanno per mille rivoli a coprire i più svariati provvedimenti governativi e certamente non al Sud: 900 milioni per l’adeguamento dei prezzi del materiale da costruzione (cemento e ferro) necessario per riequilibrare i rapporti contrattuali tra stazioni appaltanti e imprese esecutrici dopo i pesanti aumenti dei costi; 390 per la privatizzazione della società Tirrenia; 960 per finanziare gli investimenti del gruppo Ferrovie dello Stato; un altro miliardo e 440 milioni per i contratti di servizio di Trenitalia; 330 milioni vanno a garantire la media-lunga percorrenza di Trenitalia; 200 l’edilizia carceraria (penitenziari in Emilia-Romagna, Veneto e Liguria) e per mettere in sicurezza quella scolastica; 12 milioni al trasporto nei laghi Maggiore, Garda e Como. 

Pesano poi sul fondo Infrastrutture l’alta velocità Milano-Verona e Milano-Genova; la metro di Bologna; il tunnel del Frejus e la Pedemontana Lecco-Bergamo. E poi le opere dell’Expo 2015 che comprendono il prolungamento di due linee della metropolitana milanese per 451 milioni; i 58 milioni della linea C di Roma; i 50 per la laguna di Venezia; l’adeguamento degli edifici dei carabinieri di Parma (5); quello dei sistemi metropolitani di Parma, Brescia, Bologna e Torino (110); la metrotranvia di Bologna (54 milioni); 408 milioni per la ricostruzione all’Aquila…

Non si contano le volte che Vittorio Feltri e i suoi hanno polemizzato con i meridionali “vittimisti e piagnoni”. Conti alla mano è evidentemente che la sindrome del “lamentismo” non colpisce solo il Sud.

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