L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 20 settembre 2019

Il Progetto Criminale dell'Euro non transige vuole l'austerità ma solo per i paesi che devono essere spolpati, gli avvoltoi possono investire, Germania, Olanda, Finlandia, Lituania. Ma questo non gli basta vogliono anche salvare il loro sistema bancario che fa acqua da tutte le parti in quanto hanno nello loro pancia migliaia e migliaia di titoli tossici. Obiettivo strozzare tutte le altre economie e salvare le loro

Il “Grande Nord” cala la maschera: qui comandiamo noi

di Claudio Conti
18 settemgre 2019

“Cambiare l’Unione Europea” è impossibile, parola di Jens Weidmann e di tutti i paesi del Grande Nord…

Di solito, i contrasti di vedute tra i vari governatori delle banche centrali sono sapientemente occultati sotto una melassa di considerazioni prudenziali svolte in linguaggio “tecnico”. Di modo che gli addetti ai lavori capiscano l’antifona, ma non abbiano appigli per trasformare una “considerazione tecnica” in un “attacco politico”.

Questa consuetudine è morta ieri, all’indomani della scontata decisione di Mario Draghi, presidente della Bce in uscita, di riaprire i rubinetti del denaro, nel 
disperato tentativo di usare ancora una volta la politica monetaria in sostituzione di quelle fiscali, economiche ed industriali (bloccate dalle “regole europee”, ovvero dagli interessi dei gruppi industriali multinazionali di matrice tedesca, olandese e in parte anche francese).

Si sapeva ad esempio che Jens Weidmann, governatore di Bundesbank, non avesse mai apprezzato l’azzeramento dei tassi di interesse, gli acquisti di titoli di Stato e i tassi negativi sui depositi, in atto da anni per volere della Bce “draghiana”. Ma le parole usate stavolta sono veramente off topic per un consumato diplomatico del denaro: “Draghi ha oltrepassato il limite, un pacchetto di tale portata non era necessario”.

Di più, ha ritenuto indispensabile “scomunicare” tutta la lunga gestione “accomodante” dell’italiano ex vicepresidente di Goldman Sachs ed ex Governatore della Banca d’Italia: “la decisione di acquistare ancora più titoli di Stato renderà sempre piu’ difficile per la Bce uscire da questa politica. E più a lungo dura, più aumentano gli effetti collaterali e i rischi per la stabilità finanziaria“.

Abbiamo parlato di “Europa schizofrenica”, che da un lato persegue l’austerità (con le decisioni della Commissione e dei vari organismi politici comunitari) e dall’altro “regala denaro a costo zero” (con quelle della Bce). Ed anche la sortita di Weidmann – subito spalleggiato dal suo collega-cagnolino olandese, Klaas Knot, e dalla “stampa popolare di Berlino – apparentemente è da bipolarismo psichiatrico. I tassi zero della Bce, oltre che il quantitative easing (acquisto di titoli di Stato, soprattutto di quelli “sicuri” come i Bund tedeschi e olandesi) permettono ormai da anni ad alcuni paesi – Berlino e Amsterdam in prima fila – di rifinanziare a costo zero il proprio debito pubblico. Anzi, visto che i tassi sono diventati negativi, addirittura guadagnandoci qualcosina.

Di che si lamenta, insomma, mister Weidmann?

Quello che va bene agli Stati, però, non va bene per le banche private (tutte con solida base nazionale, o addirittura regionale come il sistema delle Landesbanken tedesche). Se il rifinanziamento del debito pubblico avviene con vantaggio del debitore (lo Stato), ci rimette il creditore (le banche private, che sono i primi acquirenti dei titoli di Stato). Ed è di queste che Weidmann si preoccupa. A partire da quella Deutsche Bank che ormai è un cadavere che cammina e di cui nessuno osa dichiarare la morte perché “troppo grande per fallire”.

Eppure anche Weidmann sa, certamente meglio di noi, che 
banche come DB (Deutesche Bank) sono in quelle condizioni per aver speculato troppo sui “prodotti derivati” e altri “titoli tossici”, ritrovandosi con la cassaforte piena di carta straccia invendibile, i bilanci in profondo rosso e il valore azionario sceso da 100 a uno.

Lo sa, ma vorrebbe aiutarle a risollevare quei bilanci (privati tedeschi) a scapito degli altri Stati (tenendo alto lo spread, che invece ora è precipitato), ma anche 
risucchiando il risparmio privato depositato presso altre banche di altri paesi, magari allungando le mani anche su un vasto patrimonio immobiliare opportunamente svalorizzato e reso perciò appetibile a prezzi bassi, se non proprio stracciati.

Non che Weidmann e Knot abbiano del tutto torto, però (sul piano delle teorie macroeconomiche neoliberiste, almeno). Quando il secondo critica le scelte di Draghi (“Questo ampio pacchetto di misure, e in particolare il riavvio del programma di acquisti è sproporzionato in relazione alla situazione economica attuale e ci sono buone ragioni per dubitare della sua efficacia“) mette il dito su un fatto reale: anni di politiche monetarie accomodanti non hanno comunque fatto ripartire l’economia reale del Vecchio Continente. Dunque insistere su questa strada è inutile, nel migliore dei casi; dannoso, se – come avviene da tempo – i tassi negativi rendono il denaro “qualcosa che non rende” e che anzi si svaluta nel tempo.

Schizofrenia, o meglio contraddizione tra affermazioni egualmente vere (le politiche accomodanti hanno evitato l’esplosione del sistema finanziario, dunque anche dell’economia reale; ma non servono a far ripartire l’accumulazione e creano problemi altrettanto gravi sul lungo periodo).

Il punto di possibile “soluzione” viene indicato ovviamente fuori dalle politiche monetarie, e precisamente negli 
investimenti, da tempo fermi a livelli da depressione. 
Ma chi è che può fare investimenti se il principale soggetto – le imprese private – non sono disposte a farli?

Non è una situazione nuova, anzi sfiora il secolo: se “il cavallo non beve” (se le imprese non investono, pur avendo a disposizione liquidità in eccesso e ampia offerta denaro a costo zero) è inutile offrirgli ancora acqua. 
Deve intervenire qualcun altro, ossia la spesa pubblica (è lo schema classicamente keynesiano, non marxista!).

Ma è proprio questo intervento che viene da almeno tre decenni vietato dalle “regole europee”. O meglio: che viene vietato ai paesi con debito e deficit pubblico “eccessivo”, secondo i parametri di Maastricht che persino Prodi definì “stupidi” (perché stabiliti senza alcuna base seria scientifica o almeno empirica).

Ci sono paesi, nell’Unione Europea, che invece hanno basso debito e deficit pubblico e qundi potrebbe investire? Certamente: ce ne sono che hanno stabilmente da oltre venti anni un surplus, anzicheè un deficit. Come è ovvio che sia in un mercato comune: se qualcuno perde, qualcun altro guadagna.

Sono proprio Germania e Olanda, oltre a Finlandia e qualche micro-area baltica (come la Lituania del super-falco nonché vicepresidente della Commissione con delega all’economia, Valdis Dombrovskis).

Il cerchio si chiude e la “schizofrenia” si rivela per quel che è: conflitto di interessi tra paesi e aree economiche differenti, alcune depresse dai trattati europei ed altre invece avvantaggiate. Le sparate contro Draghi preparano l'”ambiente” in cui agirà la successora, Christine Lagarde, di cui è ampiamente nota la “sensibilità” se non addirittura il servilismo verso chi è più forte (celebre una sua lettera in cui si dichiarava “a disposizione” di Nocolas Sarkozy), e quindi la fine delle “politiche monetarie non convenzionali”, ristabilendo l’ordine teutonico e l’austerità integralista. In cui, ma solo per contrastare la propria recessione, soltanto “chi ha margini di bilancio” potrà “fare investimenti pubblici”.

Si possono “cambiare le regole” con reciproco vantaggio, stando così le cose?

Fatevi una domanda e datevi una risposta. Ma prima, se proprio non vi va di fare ragionamenti economici e ravvisare gli interessi di classe nascosti sotto quelli “nazionali” o “razionali”, almeno guardate in faccia mr. Jens Weidmann…


Nessun commento:

Posta un commento