L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 14 settembre 2019

La faccenda più irritante è che non si voglia ammettere che esiste il Progetto Criminale dell'Euro e che finchè non lo si sconfigge non si va da nessuna parte. L'Italia con le proposte Savona aveva grandi possibilità di rovesciare i rapporti di forza ma aveva bisogno di un sostegno politico preciso che il magma del M5S avrebbe potuto fornirgli se il fanfulla non avesse deciso di percorrere la strada di aumentare i voti e solo quella fin dalla nascita del governo in cui ha accettato la liquidazione dell'indicato ministro dell'Economia e Finanza da parte del Quirinale poco accorto e miope degli Interessi Nazionali

Perché conviene a tutti in Europa che Bruxelles rottami l’immobilismo. L’analisi di Polillo

13 settembre 2019


L’analisi di Gianfranco Polillo

Nella vita è impossibile rinascere. Lo è per tutti, salvo una qualche eccezione, com’è capitato a Giuseppe Conte. Morto come presidente del consiglio della maggioranza giallo-verde, è rinato alla testa di un governo giallo-rosso. E, rinascendo, non ha potuto fare a meno di cambiare pelle. Non più il mediatore tra due contrapposti capi politici, ma colui che è chiamato, come recita l’articolo 95 della Costituzione, a dirigere la politica nazionale, assumendomene la responsabilità. Mutamento non di poco conto, che costringerà i due azionisti di maggioranza a tenerne conto.

Le prime conseguenze di questa metamorfosi si sono viste in Europa. I sospetti del Conte-uno sono stati spazzati via. Il Conte-due si è visto circondato da un’attenzione, che non era scontata. Anche se, in parte, figlia del senso di sollievo che deriva dallo scampato pericolo. In una fase così complessa della situazione internazionale, lo stesso asse “franco tedesco”, isolato nel mare montante di un’opposizione che lambiva le principali forze in campo (popolari, socialdemocratici e verdi), rischiava solo di accentuare tutte le fragilità del vecchio Continente.

Aver allargato lo schieramento è stato quindi un atto di saggezza. Anche se si tratterà di vedere se ai buoni propositi corrisponderanno poi altrettante lodevoli azioni. Per il momento, non resta che accontentarsi, sperando che le ulteriori sollecitazioni di Mario Draghi (che i governi con spazio nel proprio bilancio agiscano “in modo efficace e tempestivo,) non rimangano nuovamente lettera morta. Soffocate da uno spirito, al tempo stesso, mercantilistico ed inutilmente conservativo sul piano della finanza pubblica. Berlino, ma non solo, dovrebbe dare un segno di vita.

In genere le cose non accadono a caso. Certe soluzioni sono anche il frutto di precedenti errate impostazioni. Di sottovalutazioni circa la reale natura dei rapporti di forza. Attualmente il peso dell’Italia sugli equilibri mondiali, secondo le valutazioni del Fondo monetario, è pari all’1,5 per cento. Dal 2003 ad oggi, il suo peso specifico si è dimezzato. Colpa soprattutto di un tasso di sviluppo che non ha retto rispetto ai propri concorrenti. Nello stesso periodo, l’Unione europea è scesa dal 22 al 16 per cento. Una perdita minore (un quarto), ma comunque significativa.

Facendo le debite proporzioni, oggi il peso dell’Italia negli equilibri mondiali è paragonabile a quello della Serbia nei confronti della stessa Unione Europea. Sarebbe quindi singolare se questo piccolo Paese decidesse di abbandonare il sogno del suo possibile ingresso, dopo aver ottenuto la qualifica di candidato ufficiale. Ma altrettanto bizzarro darebbe pensare ad un’Italia che rompe tutti i legami con il resto del Continente, per combattere da sola nel grande mare magnum della globalizzazione.

La verità è che la solitudine non paga e non può pagare. Sarebbe come andare in guerra, puntando, ancora una volta, su “otto milioni di baionette”. Il tutto senza scomodare Von Clausewitz e la reversibilità del suo pensiero. Sono questi i legami sotterranei, che pesano molto di più della retorica dei comuni ideali, a legarci al carro europeo. Il problema, come sta insegnando la Brexit, non è il dilemma: starci o non starci. Ma come starci. In modo acritico: come suggeriscono taluni? Oppure scegliere il disincanto? Capire, cioè, che questa è una realtà contraddittoria. E che quindi la partita va giocando con intelligenza. Facendo anche il viso duro, quando serve, ma senza assumere l’atteggiamento dell’amante tradito, pronto a sciogliere ogni vincolo affettivo.

Ci sono i margini? Questo è il tema di fondo. L’Italia, in tutti questi anni, ha subito politiche inadeguate e controproducenti per la stessa Europa. Una politica più espansiva, data la dimensione del suo mercato interno, avrebbe contribuito ad accrescere non solo il suo tasso di crescita, ma quello dell’intera Eurozona. Poteva essere una piccola “locomotiva”, seppure a scartamento ridotto. Invece di una palla al piede. Ma, in questo caso, le responsabilità non sono solo di Berlino. C’è stata un’incapacità complessiva nel portare avanti quel processo riformatore ch’era indispensabile. Per far aumentare il prodotto interno lordo e, quindi, contribuire alla stessa riduzione del rapporto debito – Pil.

Oggi questi concetti, una volta considerati eretici, hanno più diritto di cittadinanza. Resta tuttavia il rammarico per il tempo perduto. A partire dal 2012, quando un confronto più serrato con i “burocrati di Bruxelles” poteva portare a risultati migliori. Si possono recuperare quei ritardi? Difficile, dirlo. Si può, tuttavia, evitare di allungarli. Ma per far questo è necessario che maggioranza ed opposizione si attrezzino. Un confronto più serrato con l’Europa passa innanzitutto per Roma. Dove mettere fine ad una sorta di “lotta continua” tutta concentrata sul passato. Come condizione per guardare avanti. E, se necessario, continuare a scontrarsi.

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