L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 17 settembre 2019

La pelle di Curzio Malaparte

Bagatelle per un massacro

Fosco Maraini, La lotta contro il nulla

Roma, 13 settembre 2019
Alceste

Il rigagnolo del Sessantotto, annientato del tutto il movimento socialista, rivela l’intima natura postcapitalista; evolvendo, quasi ovviamente, le proprie pulsioni occulte in un agghiacciante postumanesimo.
Di ciò non reco certo colpa a Mario Capanna o Daniel Cohn-Bendit. Sono trasmutazioni inarrestabili della Storia che interpreto, dal mio cantuccio, come inevitabili. Ritengo, infatti, inevitabile la decadenza dell’uomo occidentale. Egli, imbevuto di quell’ansia di dominazione concettuale forgiata dalla grecità, è matrice dell’uomo universale e, per ciò stesso, quale padrone delle menti e del linguaggio, occidentalizzerà, alla fine dei giorni, e al termine della notte della civiltà, ogni cultura: nella putredine di ogni collasso di senso. Apollo ci aveva avvertiti: nulla di troppo, conosci te stesso, meglio per te, uomo, non essere mai nato! E però la sapienza è pian piano scivolata via dalla considerazione del secolo: invano, oggi, gli antichi baluardi reclamano il limite: sbriciolati gli spalti, decimate le scolte, divelti i cardini delle porte: una vasta rovina, meravigliosa ad ammirarsi, per chi ancora sa, ma inefficace a contrastare persino i più timidi fantaccini del nulla.

Si rimpiangeranno i gulag, il sangue, i massacri, le pestilenze, le eresie, i roghi dei libri e degli uomini: tutto questo, infatti, è vita. 

Quando Ivan Karamazov dice: “Ma eccoti una scenetta che m’ha destato un interesse particolare. Immagina: un bambinello da latte fra le braccia della madre trepidante, e intorno i turchi che le sono entrati in casa. Costoro ne hanno pensata una fina: fanno vezzi al bambinello, gli ridono perché sia allegro, e ci riescono: il bambino comincia a ridere. In quell’istante, un turco gli punta una pistola a un palmo di distanza dal viso. Il bambino, tutto giulivo, scoppia nelle sue risatelle, tende i braccini per acchiappar la pistola, e a bruciapelo l’artista gli fa scattare il colpo dritto nel viso, e gli sfracella la testolina … Arte vera e propria, non è vero? A proposito, si dice che ai turchi piacciano assai i dolciumi”, forse Dostoevskij non ci arriva, poiché troppo immerso nell’illusione, ma tale atto raccapricciante trabocca di vita. Lo so, è folle, duro da accettare … occorre passare per le fiamme infernali prima di poter comprendere tutto questo … l’odio etnico come manifestazione di vita … un bimbo, simbolo della castità, della gioia e dell’innocenza, sacrificato per gioco … eppure …
Carnai orrendi son sempre esistiti. Dapprima dettati dalla diversità e da una considerazione della barbarie in grado di eccitare il fanatismo; ora da un’agghiacciante vacuità. I primi sono sintomi del saliscendi corrusco di vita e morte, e generatori di pietà, sadismo, abisso: li amo; i secondi prefigurano qualcosa di irriducibile a ciò che fummo: sterile manifestazione di una regressione, di una resa totale all’inorganico.

I Turchi infanticidi generarono odio; l’odio i soldati e nuove efferatezze; scontri, assalti, bestiali agguati; alcuni uomini stilarono racconti e storie, altri intinsero le penne nella pietà o nel disdoro; gli inviati da Dio purificarono e maledirono i campi; sorsero memorie: la vita si prolungò entro le vene di chi seppe, a spingere il furore, a reclamare la pace, una pace vera. Questa, in sintesi, la dialettica che ci ha permesso di vivere, nell’illusione.
Il candidato consideri tali domande fatali e abbozzi qualche risposta in calce: perché i latori di odio etnico, Jugoslavia Africa Sudamerica, furono spianati dagli aerei, impassibili e anempatici, della NATO? La correttezza PolCor viaggia sempre in un senso? A ventimila piedi? È maggiormente psicopatico Radovan Karadzic, criminale contro l’umanità e ripulitore etnico, o un pilota di F35? Tamerlano o un masturbatore di joystick satellitare che vede sparire le vittime di un silente bombardamento in un pulviscolo da videogioco? Perché l'odio etnico non piace ai corretti signori del mondo?

Criminali, pazzi, massacratori sono sempre esistiti; nel giardino del bene e del male, su quattro componenti d’umanità, uno nutriva già un odio inestinguibile per il fratello. L’odio nasce con l’uomo poiché ne è parte fondamentale. L’amore, la pietà, la ferocia innervarono, sempre più, dalle incerte impalcature postprotozoiche alle fragili organizzazioni dell’ominide, questa bestia capace di emendarsi dal fango sino al pensiero grazie a brucianti e contrastanti corrosioni. Dal paleoncefalo alle postreme propaggini dell’autocoscienza l’uomo si costituisce quale impasto e giustapposizione di istinto, odio e raziocinio, una viva e ribollente mescolanza pian pian mascherata sotto le fattezze della sconcertante oggettività simbolica di miti e tradizioni; di aneliti di morte o di celesti apparizioni lungo la venerabile quiete degli ambulacri d’ogni tempo.

Uno stillicidio di millenni ha formato tali iridiscenti concrezioni, maestose e, spesso, apparentemente incomprensibili; ogni goccia ne è essenziale e tutto si deve accettare, tutto, sin alla feccia. Chi può negare solo una stilla d’essa? Eppure oggi si nega, si nega il passato, sin alla radice: occorre fare tabula rasa, ripartire da una idea folle quanto falsa, quello dell’uomo buono, a qualunque costo; a costo della sua estinzione, certo, poiché l’uomo del Novus Ordo non è più tale: è altra cosa, più semplice persino di un parassita che, almeno, vanta una bocca; non sente, non vede: egli sussiste, per osmosi, in ossequio a una pselafobia massima che lo rende idiota: ogni minimo atto umano, vero, cruento o emotivamente coinvolgente, lo getta in un’angoscia insopprimibile.

L’ecologismo, il pacifismo, i cambiamenti climatici, l’antirazzismo, l’irenismo, il quietismo son tutti mezzi onde perseguire questo protozoo del futuro, sicuramente inoffensivo, assolutamente inumano. Per tale motivo guardo con benevolenza quei padri ancora severi coi figli; per tale motivo mi disonoro a desiderare il Turco di Dostoevskij.

La Morte e la Vita, il Bene e il Male, i miracoli impossibili eppure reali dell’altruismo, l’eroe, il santo, la passione nazionalista, il sacrificio di sé, gli occhi rivolti a un cielo vastissimo che protegge e atterrisce: tutto questo forma la tavolozza terribile, aspra, lutulenta di ciò che possiamo definire Uomo. Credenti o meno, se si possiedono le armi della sapienza e si conoscono i retroscena metafisici di quella gigantesca messa in scena chiamata storia, si riesce a intuire, con un moto di furore e commozione, come ogni cosa in questo mondo, se rileva con lo scarto proprio alle passioni e all’illusione creatrice, sia epifania della bellezza.

Se fossimo, per un breve attimo, degli dei, comprenderemmo immediatamente. Tutto è Dio; ogni attimo o gesto, persino il più vile o crudele o abietto, trasuda bellezza se dettato dal cuore che trabocca di senso: è Dio.

Attila che rade al suolo Aquileia, generando Venezia, Hans Memling che dipinge un vaso di Cafagliolo con gigli e iris, i corpi martoriati di Rufina e Seconda, i tradimenti di Hagen o Gano di Maganza, la guardia variaga a protezione dell’imperatore di Bisanzio, il Terribile che aizza il popolo contro i Boiardi, i quaderni di Pascal vergati minuziosamente a ricercare la teoria delle coniche, le febbri quartane, le malattie, le epidemie micidiali, i gesti liberali del Saladino, tutto questo è Vita.

Inevitabile, tuttavia, che la Vita si allenti parallelamente alla strage delle illusioni. I gesti si fanno più grossolani, isolati come sono dalla grande matrice universale, gli atti oziosi, autoreferenziali, la parola perde il proprio splendore per farsi comunicazione e, persino, grugnito fatico. Si ha in uggia qualunque cosa sia sacrificio o azione diversa dal godimento immediato. L’attacco recato in questo ultimo mezzo secolo ai fondamenti del senso e della bellezza è stato senza precedenti. Siamo alle porte di un mutamento epocale, l’ultimo consentito, poiché il patrimonio spirituale è oramai spento.

Il Sessantotto fu presagito molte volte; esplose improvviso; fu, forse, programmato, ma, a distanza di decenni, appare quale tumore sociale e immorale inevitabile. Esso allignò a liquidare definitivamente i resti dell’Occidente, ma insorse solo perché un impoverimento spirituale aveva preceduto tale farsa catastrofica. Catastrofica: da fine dei tempi. Rileggo spesso giornalucoli e brogliacci di allora. Mi hanno sempre irritato: da ex socialista e comunista li ritenevo spregevoli, disordinati, stupidamente provocatori, velleitari, inutili. I cascami dello psicologismo, dell’avanguardia e della goliardia, sotto le spoglie dell’egalitarismo straccione, lacerti di filosofia spicciola orecchiati ed equivocati, costituirono i mezzi per attaccare ciò che fu sempre nobile, eminente, giusto. Si agiva in nome del popolo per debellare il popolo. Ecco perché oggi gli eredi di quella stagione se ne stanno con chiunque garantisca la liquidazione della comunità. Sono esseri di una povertà e meschinità impressionanti. Ma non vorrei che il discorso fosse riservato alla sola Italia: Blair, Bush, Trump e tutto il ciarpame europeista è tale. Li si vede discorrere, parlare dei massimi sistemi: l’impressione è quella della fungibilità. Al loro posto potrebbero esserci dei pupazzi, tanto appare deprivata la loro anima, senza scarti, impennate: una medietà senza doppi fondi, alti, bassi, che diviene metafora di una asocialità psicopatica simile alla linea dell’elettroencefalogramma d’un comabondo. Se l’Europeo è oramai la scimmia di ciò che l’ha preceduto, in tutto identico all’ultimo uomo nicciano, qui, a indagare l’élite ci si trova smarriti come di fronte a una barbarie nuovissima e definitiva. Lagarde e Moscovici sono i veri super-uomini, altro che fatale bestia bionda: la piccineria dell’egalitarismo, dei diritti umani, l’abbassamento dell’arte a parodia, la liberalizzazione della perversione, la pace a ogni costo, a costo della vita, la legalizzazione dell’istupidimento, del nepente sommo - droga, sesso, olotelevisione - e l’inversione quale pretesto per livellare, ancora, sino a radere a livello zero ogni aspirazione: madamina, questo il catalogo del nichilismo.

Mi si chiede, a volte, cosa si può fare per invertire il processo. La risposta è una: è impossibile. Impossibile riandare dall’alta entropia alla bassa entropia: i codici e le Pandette, la morale, qualunque morale, le sottile ragnature della spiritualità, le regole, qualunque regola, dalle confraternite di artigiani alle spietate deambulazioni militari, tutto questo è bassa entropia, resistenza, sforzo prometeico per ricacciare il nulla oltre la chiarità terribile che consente la vita. Ma ogni cosa è in fiamme o già profanata.

Eppure il nulla è definitivamente penetrato fra le nostre fragili mura, le belle mura edificate con disperazione e felicità dall’umanità tutta. Vasti spalti ha consumato la vorace follia. Il vampiro è entrato, ha campo libero; esangui, questi supplizianti del nulla reificano tutto ciò che di vivo toccano. Sono innocenti? Hanno volontà luciferina o sono anch’essi vittime di un decorso inevitabile? 

La Lagarde e Moscovici vogliono questo o sono i tempi, ormai maturi per il declino e l’estinzione di ciò che abbiamo conosciuto come uomo, a generare la Lagarde e Moscovici o il cumulo di pongo di Jeff Koons? 

Chi profetizza la guerra (mondiale, atomica, totale) dovrebbe ben discernere: non vedete che la guerra è recata solo ed esclusivamente contro chi resiste?

L’Enduring Freedom di Bush, l’antiislamismo neocon cos’è se non la mascheratura di tale attitudine? I massacri in Iraq e Afghanistan celano l’ansia di spianare ciò che è ancora vivo, umano. Il ribrezzo per l’umano accomuna destra e sinistra internazionali, Marina Abramovich, Hollywood, la FAO, l’UNICEF, il Dalai Lama.

Occorre dire sì al terribile della storia, certo, e in nome di sé stessi. Affermare d’essere Italiani, a esempio, distingue, definisce, separa: le culture, irriducibili, entrano in frizione: allora possono permettersi la guerra. Occorre trasformare il cuore e amare l’odio, la differenza, la gerarchia; solo la divisione, la sfida, l’abissale diversità crea la reciproca ricchezza spirituale.

Il candidato mediti tale passo: “Non crediate che sia venuto a recare la pace bensì una spada et cetera et cetera”. Dividere, differenziare; rendere peculiare, distinto, eminente; avere forma, persona; questo è umano. L’umanità questo rimpiange, inconsciamente: si moltiplicano i documentari sulle tribù, sulle amazzoni mongole, sulle tradizioni armene: colori accesi, sguardi fieri, amore; un dardo di fuoco trafigge il cuore dell’individuo di massa: una nostalgia implacabile, per qualcosa che prima gli apparteneva pienamente, lo strugge interiormente. Eppure non riesce a dare forma a tale Stimmung. Piange, magari, senza sapere perché. Le parole mancano, gli sono state sottratte, nel tempo, durante le lunghe notti del tradimento; vorrebbe parlare, ma ne è incapace, un’intuizione è sulla punta della sua lingua pronta a forgiare un grido di libertà e però mille fantasticherie mediocri gli affollano subito la mente, la volontà ripiega, il vociare, vilissimo, reclama la propria signoria, il grigiore ghermisce di nuovo quell’anima essiccata, sterile.

Affermare d’essere Italiani. Basta raccogliere una pietra nella Tuscia e tenerla nelle mani: da essa si irradia, inevitabile, una serie di rimandi che ci dicono cosa siamo stati. Un grande popolo. Decisivo. In quella pietra sono ricompresi i Saraceni, i Mori, per noi nemici e fratelli, a un tempo stesso. Comprendere questa vertigine ci fa diversi e superiori.

La proprietà è di nuovo un furto. Incredibile dictu. Coloro che si cibavano di queste fole, ritenute tali, nell’intimo, anche dai comunisti più avvertiti che, se non altro, avevano occhi e menti per intuire il mea culpa sovietico - questi figuri sono oggi al servizio di uno spossessamento immane della proprietà. Qui occorre agire col bisturi. 1968 o 2019: in entrambi i casi si tratta di rivoluzione, non c’è che dire. La prima rivoluzione si basava sul risentimento delle masse (allora tali categorie fantasmatiche vantavano un minimo di realtà), più o meno proletarie, più o meno organizzate; la seconda rivoluzione contro la proprietà nasce dall’acqua fresca dei diritti, instillati in ottant’anni di pace e crescente benessere. Tutto, oggi, è dimenticato: fame, guerra, povertà. Un ventenne medio crede che il mondo fu sempre così e, senza neanche rodersi troppo, crede che sarà sempre così. Egli fluttua nel liquido amniotico dell’indifferenza; il presente lo soddisfa pienamente poiché non ha i mezzi intellettuali per istituire raffronti; se lo delude, il presente, egli non lo incolpa: non ha i necessari concetti e le giuste letture. Scarica la delusione in nevrosi o, al più, ascrive la colpa sopra la groppa d'uno dei tanti caproni espiatori che gli indicano dagli olotelevisori. Non ha proprio la stoffa del filosofo, né lo sorprendiamo mai col dubbio: vive, come può vivere una tenia che si nutre per osmosi (neanche ha una bocca, la pigrona). Per questo assimila ogni fanfaluca, dai cambiamenti climatici al femminicidio, dal contante maledetto alle tasse che fanno bene all’economia. Pronto a sacrificare tutto in nome dell’ideologia di Greta e Lady Gaga; il mattone degli avi o delle madri e dei padri, faticosamente tirato su in tempi di Bengodi selvaggia e scorretta (quando i negri erano negri e i froci froci: né l’uno né l’altro avevano, peraltro, molto a lamentarsi), lo calcinerà nella fornace PolCor di un fraudolento uno vale uno. In affitto, col lavoricchio a 7 talleri il mese o, meglio, locupletato di un correttissimo reddito di sudditanza; lo droghe saranno libere, il sesso non tirerà più di tanto, il centravanti preferito, rinvigorito dai nuovi doping genetici, segnerà tre o quattro gol a partita. Le poltrone verranno spedite dallo Stato Universale a chi ne farà richiesta: cinque tinte pastello disponibili.

Maledetta proprietà privata! Serve una nuova legge sulla trasmissibilità dei patrimoni familiari! Subito! Il debito pubblico! Facciamo un 20% secco e non se ne parli più! Valore immobiliare di mamma e papà? 500.000? Li hai centomila subito? No? La Monarchia ti viene incontro! Ti compra l’immobile, screma la sua parte (150.000 incluse commissioni private e imposte di varia natura) e bonifica la tua parte di bottino! In quattro e quattr’otto! Anzi, visti i tempi, in quattro e quattro cinque! 350.000 belli freschi da spargere sul godereccio mercato internazionale! Soldi digitali da usare subito, per acquistare vibratori su Amazon o l’ultima spada di Guerre stellari ($340, con la firma del nuovo Luke Skywalker) su Ebay! Hai voglia a pagare l’affitto con 350.000 talleri in tasca! Certo, dovrai spostarti da Corso Francia al Labaro, poco distante dal cimitero cittadino, ma lì c’è una vista! Figli! I figli sono una gioia, ma servono? Pensiamo di no! Inquinano, i mocciosi, e costano! Una bella unione civile in trenta metri quadri vale pur la felicità!

Ma questo è solo il lato appariscente della nuova guerra ai patrimoni privati. I soldi non spiegano tutto. Forse non spiegano nulla. I soldi, i soldi, ma dove sono questi soldi? Dove si nascondono? In qualche processore, forse, perché ne vedo sempre meno. Vanno, vengono, si moltiplicano, spariscono, riappaiono. Quantitative easing, cornucopie improvvise, micidiali carestie, contrazioni, espansioni, espirazioni monetarie, inspirazioni monetarie. Un mondo dove ogni cosa sembra gratis e pronta a essere staccata dall’albero del bene e del male … cosa c’è sotto, in realtà? Ci siamo noi, come sudditi. La proprietà, infatti, è pericolosa. Essa ci definisce. Definisce una personalità: e questo non può permettersi in un mondo che è lanciato verso l’impersonale, sin verso le soglie dell’anonimato di serie, oltreumano.

Il superuomo del futuro è un grumo di atomi senza alto né basso. Possedere qualcosa (non già essere ricchi) equivale a possedere un’anima e questo non è possibile. L’anima definisce, come detto, restringe la curva di Gauss, alimenta gli estremi. No, signori, qui dobbiamo coltivare l’individuo di massa!

Discorso del Monarca: “Le masse, signori, sono superate. Pericolose. Le masse oceaniche le raggruma un pensiero, un’ideologia; qui, invece, si anela l’ometto seriale che trae l’unica linfa da una incultura di massa. Siamo noi, gli aristocratici, a dettare le movenze alla massa. L’individuo si ciba di queste fantastiche assurdità. Egli vive e agisce, perciò, come massa, ma isolato al suo interno. Somma di monadi. Creare un solipsismo totalizzante all’interno di una massa di miliardi! Ogni nexus col suo visore (l’uno vale l’altro, dozzinali come sono) che gode delle identiche grossolanità (una vale l’altra), ma in estasi brutale e solitaria! Che conquista magnifica! Signori, il cerchio si chiude! Ed è pure quadrato!”.

Anche il linguaggio, la riduzione del linguaggio a duecento parolette, serve a creare l’individuo di massa. Egli è il castrato per eccellenza. Non smuoverà nulla, gli piacerà tutto. Non ha i mezzi per essere scontento. Ignora le parole e, quindi, i concetti. La propria filosofia gliela concedono in leasing nelle maggiori università monarchiche.

Karl van Moor ne I masnadieri di Schiller coglie, già nel 1781, la piccineria dell’uomo nuovo europeo: “Quando leggo nel mio Plutarco le storie dei grandi uomini, questo secolo di imbrattacarte mi ripugna … L’ardente scintilla di Prometeo si è spenta, in cambio oggi si usa … fuoco da teatro che non potrebbe accendere una pipa … Qui tutti si arrampicano come topi sulla clava di Ercole e si spremono il cervello per capire cosa avesse nei testicoli. Un abate francese ci insegna che Alessandro era un vigliacco; un professore tisico, che a ogni parola mette una boccetta di ammoniaca sotto al naso, tiene un seminario sulla forza. Uomini che svengono dopo aver fatto un figlio trovano da ridire sulla tattica di Annibale … Sputo, sputo su questo fiacco secolo di castrati … la forza dei suoi lombi si è esaurita … svengono se vedono sanguinare un’oca e applaudono se il loro rivale esce rovinato dalla Borsa … La legge ha ridotto a passo di lumaca ciò che poteva divenire volo d’aquila ...”.

Il quantitative easing è il treno di Lenin finanziato dalla Banca Imperiale Germanica. Viviamo tempi rivoluzionari. La rivoluzione ultima possibile. In fondo siamo fortunati, come storici: avremmo potuto vivere nel 650 o nel 3000 a.C. Siamo, invece, in piena trasformazione, da uomini a fuchi di massa: uno spettacolo formidabile.

La rivoluzione della BCE, delle banche, delle multinazionali, dall’alto contro il basso. E funziona! “Non basta la miseria a sollevare il popolo, le estorsioni dei tiranni, o le grandi catastrofi militari, il popolo non si solleva mai, sopporta tutto, anche la fame, mai una rivolta spontanea, bisogna sollevarlo, e con che cosa? Con la grana”. O l’illusione della grana, aggiungo, ben più potente. Magari corredata da una poltrona. Sprofondarsi nella poltrona, marcire nella poltrona, con l’olotelevisore a 360 gradi nel cubicolo di trenta metri quadri: quale opulenza, che sazietà d’infinito.

Alle 15, mentre mangio un panino sulla panchina d’un parco pubblico, lercio e quasi dismesso, ascolto involontariamente i discorsi d’un paio di ventenni, o su di lì: “Il lavoro è da sfigati … o da schiavi … e chi lo vuole il lavoro? Sai quanto ha guadagnato il vincitore di un torneo di videogiochi: 38000 euro! In una settimana ha preso più di mio padre in un anno! Ma chi lo vuole il lavoro … e poi: quale lavoro? Prese in giro a 500 euro … consegno volantini, faccio il commesso da google, il barista a tempo perso… che c … devo fare? Sono matti ...”. In effetti il lavoro non rende. Sempre più spesso si lavora solo per dire al vicino di casa: io lavoro. Rispettami, quindi: sono imbevuto della dignità del lavoro. Superstizioni di cui ci stiamo liberando.

I massacri dei bambini. La carne fresca. Carne per il sesso, la perversione, carne che eccita altra carne, ormai sfinita dalla libertà infinita. Ma, ragionerà qualcuno, i massacri dei bambini in Africa? Gli Utu e i Tutsi? Questi nomi esotici persi nelle nebbie di qualche telegiornale fa? Son di ben altra natura, ribatto. Gli Africani sono i Turchi di Dostoevskij. Ancora per poco. La loro ferocia è dettata da barlumi di crudeltà, perfettamente umana. La nostra no, solo dal vuoto. Per tale motivo essi ci sono superiori: ci invadono, con insolenza e sfrontatezza: noi li stiamo a guardare, come a gente antica, impotenti: siamo finiti.

Aveva ragione quel Tale: non si ammazza abbastanza.

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