L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 settembre 2019

La pochezza strategica statunitense è sempre più evidente. Immotivato rottura unilaterale dell'accordo internazionale con l'Iran con aumento stupido di provocazioni su provocazioni. Stati Uniti, Arabia Saudita, ebrei si sono infilati in un vicolo cieco, c'è da prevedere che per uscirne danno voci alle armi umanitarie

IRAN. GLI USA, UN GIGANTE DAI PIEDI DI ARGILLA?


di Giuseppe Gagliano –
17 settembre 2019

Il ministro del petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh ha dichiarato qualche giorno fa che alcune delle principali compagnie statali petrolifere iraniane fra cui la Pars Oil & Gas Company e la PetroPars, hanno firmato una accordo del valore di 440 milioni di dollari per sviluppare il giacimento di gas Balal, situato a 90 chilometri dall’isola di Lavan. Lo scopo di questo accordo è quello di arrivare a una produzione di 14 – 15 milioni di metri cubi di gas al giorno per un periodo di 34 mesi.
Dal punto di vista strettamente geopolitico questo accordo dimostra, almeno fino allo stato attuale, il fallimento delle scelte politiche poste in essere dall’amministrazione americana per contrastare la proiezione di potenza iraniana sullo scacchiere mediorientale. Infatti questo accordo si è concretizzato nonostante le sanzioni americane nei confronti dell’Iran. Inoltre l’uso dello stretto di Hormuz come strumento di deterrenza nei confronti degli Stati Uniti ha dimostrato fino a questo momento di essere efficace, come pure le numerose minacce e i numerosi avvertimenti di ritorsioni anche di natura militare da parte americana per l’arricchimento dell’uranio non solo non hanno sortito alcun effetto fino a questo momento, ma hanno al contrario indotto l’Iran ad arricchirlo aumentando il livello al di sopra del 3,67%; la cosa era stata annunciata a luglio dal portavoce del governo Ali Rabiei in una conferenza stampa congiunta con il viceministro degli Esteri Abbas Araghchi e con il portavoce dell’Organizzazione dell’energia atomica iraniana (AEOI), Behrouz Kamalvandi.
Anche ammettendo che l’attacco del 14 settembre ai pozzi petroliferi sauditi sia stato voluto e organizzato dall’Iran, un’eventuale risposta militare americana andrebbe concordata con l’Arabia Saudita e vedrebbe il coinvolgimento certamente anche di Israele. Una scelta di tale natura appare inverosimile visto le implicazioni che potrebbe avere non solo nello scacchiere mediorientale ma a livello globale. Anche nel caso di una risposta militare limitata da parte americana e dei suoi alleati sarebbe molto arduo contenere un’escalation. In conclusione, fino a questo momento la politica americana nei confronti dell’Iran volta ridimensionarne il ruolo a livello geopolitico si sta rivelando un fallimento come dimostrato dal fatto che l’ayatollah Ali Khamenei, ha rifiutato qualsiasi colloquio con la controparte americana. Il tutto al netto di un passaggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove la Cina, paese con diritto di veto, ha già fatto sapere la sua contrarietà ad una risposta armata proprio degli Usa.

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