L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 settembre 2019

Lo scopo principe di questo governo è la riforma della legge elettorale in proporzionale pura che è la figlia legittima di questa Costituzione

«Renzi cercherà sostegno tra chi è deluso da Berlusconi, Salvini e dai Cinque Stelle»

L’INTERVISTA 

Il politologo Roberto D’Alimonte analizza i motivi che hanno spinto l’ex premier italiano a lasciare il PD

Matteo Renzi ospite martedì sera della trasmissione tv «Porta a porta».

Di Osvaldo Migotto18 settembre 2019 , 06:00Politica

La decisione di Matteo Renzi di lasciare il PD per formare una nuova formazione politica ha suscitato diverse critiche all’interno del suo ex partito. Quali i motivi e le conseguenze di questo gesto? Lo abbiamo chiesto a Roberto D’Alimonte, politologo, professore di Sistema politico italiano all’Università Luiss, nonché editorialista de «Il Sole 24 Ore».

Professor D’Alimonte, Renzi ha giustificato la sua scelta dicendo che nel PD si sentiva un intruso e veniva criticato da più parti. Cosa ne pensa?

«Sono diverse le motivazioni che hanno spinto Renzi a lasciare il PD; è comunque chiaro che nel partito era ormai emarginato. C’è un’espressione inglese che spiega bene la scelta di Renzi, ossia che uno preferisce essere un pesce grande in un piccolo stagno. Quindi l’ex premier si sentiva in una posizione marginale e questo per lui era inaccettabile. Poi nella formazione del secondo Governo Conte Matteo Renzi ha avuto un ruolo e ciò gli ha fatto capire che può giocare una sua partita solo se gliela lasciano giocare. Renzi però non riusciva a giocare la partita perché non controllava il PD, e allora ha pensato che formando un suo partito riuscirà a giocare un ruolo politico».

Ma dove pescherà per trovare sostegno al suo nuovo partito?

«Renzi ritiene di piacere agli elettori moderati, quindi potrebbe far breccia tra chi non crede più in Berlusconi, chi non è contento di Salvini e tra i sostenitori del Movimento 5 Stelle rimasti delusi. È questa l’area in cui Renzi potrebbe pescare. Quello che non è ancora chiaro è se lui intenda giocare un ruolo dentro il centrosinistra o sei invece intenda giocare un ruolo tra i due blocchi. Ora vedremo che posizioni assumerà sulla legge elettorale, in quanto il nodo della situazione è lì».

Nell’intervista apparsa martedì su ‘Repubblica’ Renzi dice che non è d’accordo con il ritorno al proporzionale, ma che rispetterà una tale decisione se fa parte dell’accordo di governo. Quindi?

«Questa è una presa di posizione astuta, in quanto adesso Renzi ha bisogno del proporzionale e per questo non vuole disconoscerlo completamente. Bisognerà poi vedere che decisione prenderà a tal proposito il nuovo partito che lui formerà. Ad ogni modo oggi il proporzionale per l’Italia non va bene; è il male assoluto, in quanto immobilizza la politica».

Secondo Franceschini l’uscita di Renzi dal PD indebolirà l’argine politico eretto per fermare la destra salviniana. Condivide questa valutazione?

«No, in quanto penso che Renzi alla fine rimarrà entro il perimetro del centrosinistra. Certo, anch’io, come Franceschini, sono nemico della frammentazione politica. Credo che la vera scommessa da fare sia quella di puntare su un nuovo bipolarismo. Ci vorrebbe l’istituzionalizzazione dei pentastellati nel sistema politico. Quindi valuto positivamente il discorso di Franceschini a favore di una casa comune tra PD e M5S. Un progetto ambizioso, ma ora bisognerà vedere come si posizionerà Franceschini sulla legge elettorale».

Renzi dice che per costruire il futuro bisogna superare le vecchie suddivisioni tra sinistra, centro e destra. Cosa ne pensa?

«Vuol dire che Renzi è diventato un grillino. Tutti coloro che dicono che destra e sinistra non esistono più mi preoccupano perché sono tutti segnali di populismo avanzante. Non è vero che non esistono più destra e sinistra. Ci sono tematiche che sono chiaramente di destra o di sinistra, poi ce ne sono altre che non sono né di destra, né di sinistra».

La frammentazione politica che oggi tocca l’Italia è da anni un fenomeno diffuso in tutt’Europa. Quali sono le principali cause?

«L’elettorato si divide alla ricerca di facce nuove, idee nuove o vecchie. Tutto ciò è il frutto di un disorientamento della società che sta affrontando un cambiamento epocale. La rivoluzione digitale sta cambiando tutto; politici e Governi se ne sono accorti tardi. La combinazione di rivoluzione digitale e globalizzazione hanno creato una miscela dirompente a livello sociale. Adesso stiamo rincorrendo problemi che bisognava affrontare prima. Ora però prendere provvedimenti per adattarsi alla nuova realtà è reso più difficile dalla stessa frammentazione politica».

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