L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 20 settembre 2019

Nessun governo mette come priorità la lotta alla 'Ndrangheta alle mafie

Pignatone shock a La7, C’era una volta Cosa Nostra…ma adesso a mettere in pericolo l’Italia è la ‘ndrangheta

19 Settembre 2019


di Danilo Colacino – 

Giuseppe Pignatone, già procuratore aggiunto a Palermo e poi ‘capo’ a Reggio e Roma, prima di andare in quiescenza per raggiunti limiti d’età (peraltro da una manciata di settimane appena), ospite ieri nel programma tv Speciale Buscetta (in onda su La7 con la conduzione del direttore Enrico Mentana) ha fatto alcune affermazioni shock. Tema? Le cosche malavitose calabresi, di cui la pervasività e pericolosità non è una storia inedita. Ovvio.

Va però detto che fa una brutta sensazione ascoltare un paladino della lotta alla mafia, come lo stesso alto magistrato, affermare: “Di Cosa Nostra, che non è chiaramente sparita, rimane ormai un’eco un po’ lontana e la famigerata figura del boss superlatitante Matteo Messina Denaro a incutere paura. Ma la vera emergenza italiana, adesso, è la ‘ndrangheta. Una consorteria criminale cresciuta a dismisura nel tempo e capace di trasferire i suoi centri nevralgici, sul piano finanziario, al Nord. Area in cui ha un forte atout. Un fenomeno – ha detto ancora l’ex Pm – che il Paese non deve sottovalutare e soprattutto ha l’obbligo di combattere. In particolare innanzitutto spiegando alla gente che la sua economia è sì floridissima, ma malata. Che insomma non si può ragionare come quando ero alla Procura di Reggio e assistei alle rimostranze di lavoratori inviperiti perché lo Stato non si era dimostrato all’altezza di gestire in modo efficiente un’azienda tolta alle ‘ndrine, mettendo a rischio la loro occupazione in precedenza comunque garantita seppur da un management mafioso. Ecco, pur capendo determinate esigenze, questo è inaccettabile”. 

Il dottor Pignatone, tuttavia, nel prosieguo della puntata ha fatto un’altra precisazione. Sul piano storico, stavolta. “Credo di poter affermare senza tema di smentita – ha sentenziato il ‘giudice’, sarebbe il caso di dire nella circostanza – che in 15 anni circa della parte finale del ‘900 è cambiata la storia d’Italia in fatto di lotta alla mafia. Parlo della rivoluzione copernicana compiutasi nel periodo intercorso fra l’assoluzione generalizzata, emersa dal processo di Catanzaro nel ’69, e invece i tanti ergastoli, oltre alle pene detentive di grossa entità, irrogati a metà anni Ottanta nel Maxiprocesso di Palermo. Un procedimento quest’ultimo (elefantiaco, istruito appunto in seguito alle propalazioni di don Masino alias Tommaso Buscetta a cui era dedicato il film trasmesso dalla Rete di Cairo, ndr) che ha cristallizzato l’esistenza di un’organizzazione criminale, prima addirittura negata anche da molti personaggi titolari di importanti ruoli politico-istituzionali”.

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