L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 settembre 2019

Ottobre 2001 aggressione immotivata dell'Afghanistan della Nato dopo 18 anni di invasione lasciano il paese dove è pronta la Cina ad offrire assistenza per la ricostruzione e assimilarlo nella Via della Seta


3 SETTEMBRE 2019

L’Afghanistan è il nuovo teatro in cui si scontrano gli interessi contrapposti di Stati Uniti e Cina. Negli ultimi giorni ci sono sono da registrare notevoli progressi nei negoziati di pace portati avanti da Washington e i Talebani; la fumata bianca tra le parti, sempre più vicina, delineerebbe uno scenario che prevede il ritiro dal paese delle forze Nato. Ma gli Stati Uniti non hanno fatto i conti con gli artigli del Dragone, ben piantati in Afghanistan a causa degli interessi geopolitici ed economici del governo cinese. Già, perché secondo alcuni esperti il richiamo delle truppe dal territorio afgano getterebbe questo Stato dritto tra le braccia della Cina, desiderosa di aggiungere una nuova alleanza strategica nella sua collana di perle. L’ultimo faccia a faccia tra la delegazione americana guidata dal rappresentante speciale, Zalmay Khalilzad, e i talebani, è stata ospitata in Qatar, dove sono stati fatti importanti passi avanti da entrambe le parti.

Riempire il vuoto americano

Il cessate il fuoco dopo 18 anni di conflitto armato rappresenta senza ombra di dubbio una notizia positiva per l’Afghanistan e per l’intera comunità internazionale. La Cina, tuttavia, sta facendo i suoi conti per approfittare di questa situazione. Stando a quanto riferito da Nikkei Asian Review, i progressi nei negoziati tra Stati Uniti e talebani sono stati preceduti da periodiche visite dei rappresentanti di questi ultimi a Pechino. La Cina vuole consolidare la propria presenza nel paese, sia per riempire il vuoto lasciato da Washington sia, soprattutto, per godere delle prospettive economiche del paese. Un domani, a guerra completamente terminata, l’Afghanistan dovrà iniziare un lento processo di costruzione e, a quanto pare, Pechino è pronto a investire in loco sulla falsa riga di quanto già fatto in Siria.

Le tensioni danneggiano gli affari

D’altronde l’interesse cinese per l’Afghanistan è da ricollegare anche alla Nuova Via della Seta. Un governo afgano instabile rappresenta una minaccia per il Corridoio economico Cina-Pakistan, uno dei corridoio economici previsti dal progetto infrastrutturale e commerciale portato avanti da Xi Jinping. Addirittura non è da escludere la proposta dell’ex Impero di Mezzo all’Afghanistan di estendere nel paese lo stesso Corridoio economico Cina-Pakistan. Il territorio afgano è ricco di risorse vergini che fanno gola a Pechino: dall’oro al rame, dalla cromite ai lapislazzuli. I continui conflitti che in passato hanno devastato il paese hanno reso impossibile sfruttare simili giacimenti. Adesso l’eventuale ritiro dell’esercito americano consentirebbe ai cinesi di avere carta bianca per operare in Afghanistan.

Stati Uniti al bivio

Trump deve fare i suoi conti. Il ritiro delle truppe dall’Afghanistan regalerebbe al presidente americano enormi consensi in vista della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2020, dal momento che il tycoon porrebbe fine a una guerra lunghissima. Dall’altra parte c’è la geopolitica: l’uscita di scena di Washington regalerebbe a Pechino un assist a porta vuota impossibile da non capitalizzare. Paradossalmente, almeno in una prima fase, Stati Uniti e Cina potrebbero trovarsi sulla stessa linea d’onda: il Dragone vuole che il territorio afgano sia normalizzato per poterne usufruire, la Casa Bianca vuole lasciare al più presto quel paese e chiudere uno dei capitoli più bui della storia statunitense. È però nel lungo periodo che l’Afghanistan metterebbe nuovamente di fronte cinesi e americani: gli Usa potrebbero mai accettare l’alleanza tra Kabul e Pechino?

I piani di Pechino

Qazi Humayun, l’ex ambasciatore pakistano in Afghanistan, ha analizzato la situazione dalla prospettiva della Cina. “La visione cinese di questo paese – ha detto l’esperto di sicurezza regionale – è basata sui propri interessi economici, che sono a loro volta in relazione con il ritiro pianificato degli Stati Uniti”. In sostanza, un accordo di pace tra americani e talebani consentirà al Dragone di espandere i propri legami economici con le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, usando l’Afghanistan come snodo fondamentale per raggiungerle. Secondo Faroow Hameed Khan, un altro ex ufficiale pakistano, la Cina starebbe studiando una nuova rete autostradale per unire l’Asia centrale al Corridoio economico Cina-Pakistan proprio attraverso l’Afghanistan.

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