L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 13 settembre 2019

PD e Lega, per esempio, avendo un’unica base programmatica ed ideologica (quella del capitale) vanno già d’accordo o per lo meno hanno già i medesimi obiettivi sulla TAV, sugli incentivi ai padroni, sulle privatizzazioni, contro la chiusura domenicale dei grandi magazzini, contro misure come il reddito di cittadinanza e il decreto dignità; anche sulla politica estera, hanno appoggiato il tentativo di golpe e aggressione al Venezuela, si oppongono alla proposta cinese di liberi scambi commerciali, ecc.

Giorni che rischiarano decenni III
L'anomalia italiana

di Norberto Natali
12 settembre 2019

Riceviamo e volentieri pubblichiamo [Qui la parte I, qui la parte II]


Dalla capitana coraggiosa alle "richieste" di Trump. I giorni che il PD ha iniziato con l’esaltazione della “capitana Carola” e la pretesa di essere il più affidabile garante della NATO nel nostro paese, non potevano che proseguire con la comunicazione di Trump di quale governo (addirittura con quale presidente del Consiglio) egli desideri per l’Italia: manco a farlo apposta quello con il PD!

Questo comunicato è un’umiliazione della nostra repubblica e del popolo italiano, con ben pochi precedenti nella storia recente. Viene per forza alla mente la lettera che il presidente della Commissione Europea e il capo della BCE, giusto otto anni fa, inviarono alle istituzioni italiane per ordinare un programma di governo nel quale si dettagliavano perfino le procedure: per esempio, si indicava il decreto legge (anziché la discussione in commissione) per certe misure antipopolari.

Anche allora, dopo pochi mesi, cambiò il governo in carica con l’ingresso del PD (proprio come oggi). Iniziò così il periodo delle “larghe intese” -con tutto il seguito di Fornero, jobs act, calpestamento delle masse popolari e smantellamento della Costituzione- durato fino all’anno scorso. Poco tempo fa, si è finalmente saputo che si trattò di ordini impartiti dai capi di governo francese e tedesco con l’avallo del presidente USA.

Come se tutti si fossero messi d’accordo per darmi ragione, il 29 agosto scorso il commissario (cioè ministro) tedesco della UE Oettinger, alludendo al nuovo governo che si dovrebbe formare in Italia, ha detto letteralmente che esso merita una “ricompensa”!

Ecco perché, sia pure con un certo margine di “azzardo”, proprio alla fine della seconda parte (la precedente) di questo testo, scrivevo che “l’Italia è diventata una specie di colonia di tipo nuovo, di potenze di natura diversa da quelle coloniali tradizionali: per esempio, per l’appunto, la UE e la NATO (o gli USA…”.

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Il PD è di destra. Vuole essere il garante della suddetta situazione o, comunque, contende tenacemente questo ruolo ad alcune altre forze. Dunque ha assunto posizioni che sarebbero state combattute anche da Nenni e che obiettivamente si collocano a destra perfino di De Gasperi.

Questo ruolo in politica estera ha un inevitabile riflesso in altri campi, in primo luogo quello economico-sociale (come dice la citazione di Paolo Alatri nel brano conclusivo della parte precedente, la seconda, di questo testo). Perchè garantire la subalternità del paese alla UE e alla NATO (pur considerando le tensioni e alcune contraddizioni tra USA e certi paesi europei) significa garantire la circolazione, l’impiego e la migliore remunerazione dei capitali europei e nordamericani o, se vogliamo, dei monopoli finanziari internazionali riconducibili al G7 e alle aree strettamente controllate da questo.

Di conseguenza, la fedeltà alla NATO (e alla UE) è asservimento ai “mercati”, dunque alla valorizzazione dei capitali. Questa è la politica economico-sociale del PD (ma anche della Lega e di altri, o no?). La stabilità (o la limitazione dei peggioramenti) delle condizioni di vita delle larghe masse popolari -spesso contrabbandata per miglioramento- viene subordinata ai profitti del capitale. Questi, quindi, vengono presentati (come avrebbe fatto Vanna Marchi) come salvaguardia degli interessi nazionali e perfino tutela dei lavoratori.

Si tratta di una politica classicamente di destra che mantiene lo stesso connotato anche sul piano sociale. La concezione che ha ripetutamente espresso il PD sul ruolo dello stato e della vita politica è la seguente: occorre garantire lo status quo (spesso significa il fatto compiuto) ed evitare -riconoscendone così la legittimità- le ritorsioni dei prepotenti sui più deboli.

Si prenda come esempio, uno solo fra tanti, la sostanza della reazione di questo partito ad alcune timide modifiche del jobs act, introdotte l’anno scorso col cosiddetto decreto dignità: siamo contrari perché tale legge procurerà più licenziamenti. Non si prende assolutamente in considerazione la precarietà, la dignità dei giovani assunti, il rapporto tra salario e profitti e altro ancora: se i padroni si arrabbiano licenziano, quindi vanno fatti solo provvedimenti graditi a loro.

Il ruolo del PD è stato esattamente quello di chi propugnasse di pagare il pizzo per il semplice motivo che altrimenti la camorra metterebbe una bomba. Non importa assolutamente discutere della legalità, del livello di civiltà di una società ed altro: bisogna pagare per evitare gli attentati. Alla fine -ecco la posizione di destra anche sul piano culturale o morale- il colpevole di eventuali violenze diviene chi non vuole pagare il pizzo anziché la camorra: perché il pizzo è meno costoso delle conseguenze di un attentato ovvero più conveniente.

In definitiva, sono i “mercati” che dettano la politica economica che i partiti borghesi (come il PD) vanno ad amministrare: una determinata proposta genera un aumento dello spread? Si ritira subito, si fa il contrario finché lo spread non cala. Con tale concezione, ovviamente, si incoraggiano le manovre estorsive dei grandi monopoli finanziari, come la paura di non pagare il pizzo incentiva gli attentati camorristici, poiché ne garantisce l’efficacia.

In questo modo, sparisce ogni contenuto o prospettiva di giustizia sociale, di espansione della democrazia, di avanzamento civile e morale: anziché la promozione dell’uguaglianza tra i cittadini, la limitazione dello strapotere delle oligarchie finanziarie e l’accesso dei lavoratori al governo della repubblica (tutte finalità della Costituzione) si ottiene il contrario. Su tutti i campi essenziali della vita italiana, il PD ha assunto un ruolo che è sempre stato tipicamente di destra e ciò anche sul terreno delle libertà politiche e sindacali: in un quadro come quello descritto, per assecondare nell’amministrazione (o nel nuovo “governatorato coloniale”) i “mercati”, non serve -anzi!- la partecipazione sempre più estesa e consapevole delle masse alla vita politica.

Ecco quindi la strategia di cancellare il tessuto democratico, la mobilitazione sociale, l’impegno politico, riducendo drasticamente anche la percentuale di votanti. Grazie al sistema bipolare e alle leggi elettorali volute dal PD, alle limitazioni dei movimenti e dell’iniziativa sociale e di massa, delle libertà sindacali, grazie a tutta la politica seguita fin qui, si è realizzato il vero obiettivo alla base dello scioglimento del PCI: l’esclusione, in sostanza, del proletariato dalla vita sociale, politica e perfino elettorale.

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Cosa è successo. Un tempo, si può dire, c’era un “bipolarismo” informale, scaturito dalla lotta partigiana e sedimentato nella Costituzione.

Molto in breve, era quello del movimento operaio, il quale su tutti i piani (elettorale, politico, ideale, ecc.) sosteneva gli interessi materiali dei lavoratori e degli strati oppressi della società, coniugandoli con la lotta per la democrazia, la pace ed il disarmo internazionale, la modernizzazione civile e culturale; saldando il tutto, sulla base della coscienza di classe, con la prospettiva di cambiamento generale della società: tutto ciò (con alti e bassi e non senza errori) si confrontava -per lo più con successo- con le forze della borghesia che, allo stesso modo, difendevano i propri interessi e la propria ideologia. Insomma, era il riflesso dell’antagonismo tra le classi principali.

Grazie allo scioglimento del PCI, si è realizzato un regime “bipolare” formale ma fondato sulla sostituzione (nella vita politica e dello stato) dell’antagonismo tra le classi con il totalitarismo (liberale? Forse è una definizione un po’ generosa) espresso in una “alternanza” fasulla tra partiti e gruppi di politicanti accomunati dalle medesime basi ideologiche e programmatiche. Quanto scritto in precedenza a proposito del PD, sia pure con qualche variante di sfumature e gradazioni, vale per tutte le componenti passate o future di questo bipolarismo.

In quest’epoca storica, il capitalismo è un groviglio ingovernabile di contraddizioni interimperialistiche, di concorrenza sfrenata, perfino di anarchia; di continue convulsioni e riposizionamenti tra diversi cartelli o coalizioni che si frantumano, si ricompongono e si susseguono nella guida internazionale dell’imperialismo. In questo quadro, assumono maggior risalto tanti particolarismi ed inoltre singoli gruppi di politicanti di una nazione, in funzione di specifiche caratteristiche locali, possono combattersi tra loro anche per contendersi il ruolo di fiduciario dei vari istituti dell’ordine imperialistico internazionale (come NATO, UE, FMI oppure gli USA). Quindi non c’è affatto contraddizione tra rivalità vere che possono intercorrere tra PD e Lega (prima era tra PD e Forza Italia) ed il fatto che queste forze hanno finalità simili ed un unico orizzonte. Non è vera la tesi qualunquistica che i contrasti sono finti perchè i partiti sarebbero tutti uguali: oltretutto essa favorisce la tesi opposta, ossia se i partiti “litigano”, occorre schierarsi con uno per paura dell’altro.

Lenin, parlando del liberismo (pag. 177 del II° vol. delle Opere Complete) scrive: “(…) Il problema… si riduce al problema di quale sia nel particolare momento storico il particolare gruppo di imprenditori che esprima meglio gli interessi generali dello sviluppo capitalistico...”.

Questo spiega perché, di volta in volta, prende il predominio una frazione o l’altra dell’imperialismo (sul piano generale) ma lo stesso vale anche per le forze politiche, le quali -sia pure in un groviglio di rivalità, lotte intestine, contraddizioni- devono amministrare i suddetti interessi generali del capitale. Ce n’è sempre una che è più adatta, secondo il particolare momento: in Italia, in questi anni, tale “merito” è toccato al PD più che ad altri.

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Come difendere e rafforzare il capitalismo. Benchè utopistico e fallimentare, è questo l’obiettivo di fondo di tutti i partiti del regime bipolare, tanto che la linea del PD, ribadita in una riunione della sua direzione nazionale di metà luglio 2019 (gli stessi giorni in cui quel partito si ergeva come geloso difensore della NATO e inviava alcuni tra i suoi principali dirigenti sulla nave della “capitana Carola”) è che la “difesa della UE” -cioè l’asservimento del nostro paese agli interessi dei monopoli finanziari internazionali, di cui la medesima Unione è il comitato d’affari- passa necessariamente per il bipolarismo (e richiede lo sfruttamento selvaggio dell’immigrazione) per cui la strategia del PD è il suo pieno ripristino. Il dominio e gli interessi NATO (in un certo senso USA) e UE hanno bisogno del bipolarismo e viceversa.

Chi scrive non poteva immaginarlo, in quel momento, tuttavia il segretario del PD tracciò esattamente l’agenda di questo agosto 2019, ovvero preconizzò il governo che si vuole formare in questi giorni. Definito europeista dallo stesso e confermato addirittura da promesse UE di “ricompensa” prima ancora che esso sia formato.

Dunque, la lotta per la difesa della repubblica e della Costituzione, per la pace e la distensione internazionale ma anche la lotta di classe ed il vero internazionalismo (non la sporadica benchè lodevole carità cristiana nella quale si è ormai annullata quasi tutta la sinistra) richiedono prioritariamente, sul piano politico, la lotta contro il regime bipolare.

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Il teatrino bipolare. I suddetti valori non possono essere perseguiti subordinandosi alle logiche di questo bipolarismo e rassegnandosi a parteggiare per qualche sua componente.

Per riprendere una metafora già usata, tra le cosche mafiose possono esserci sempre delle accese rivalità, delle differenze sui traffici criminali preferiti, sui metodi usati e quant’altro. Tali differenze non lasciano insensibili tante persone oneste e può essere comprensibile che, di volta in volta, esse auspichino che prevalga una cosca anziché l’altra: ma quale fatale errore sarebbe confondere ciò con la lotta alla mafia! Si finirebbe inevitabilmente, pur ridimensionando qualche cosca (magari la “peggiore”) per rafforzare la mafia come sistema complessivo, favorendo così il successivo avvento di cosche ancora “peggiori” di quelle precedenti.

Chi scrive, molti anni fa, ebbe modo di valorizzare una citazione del compagno Ingrao. Egli diceva che i comunisti dell’epoca vedevano in Hitler l’espressione di un potere collettivo, relativo ad una precisa struttura sociale. In questo senso, non pensarono mai ad un attentato contro di lui, ovvero ad accontentarsi della lotta solo contro il capo criminale, bensì a condurla contro un intero regime, nel quadro dell’antagonismo con quella struttura sociale; al fine di sostituirlo con un altro tipo di potere collettivo (anziché un singolo “capo” con un altro).

Oggi, al contrario, non a caso -per non combattere il potere borghese e la sua struttura sociale- il regime bipolare cerca orwellianamente di dividere il popolo oppure indirizzare il malcontento di tanta parte delle masse, magari delle persone più generose e sensibili ai richiami ideali, contro una singola persona o in ragione di un solo argomento. Forse un nuovo gattopardismo, non più fondato sull’illusorio cambiamento di tutto bensì sul “combattimento” contro qualcuno o qualcosa per rafforzare, alla fine, tutto il sistema.

Un esempio. Prima, per il PD, era Berlusconi il “nuovo duce” mentre la Lega era la “costola della sinistra”; poi con Forza Italia ci hanno governato insieme e il demonio è diventato Salvini. Per questo prima il cavallo di battaglia era la legalità e poi è diventato il razzismo, mentre Salvini pretende di essere il difensore di un’idea tutta sua di legalità.

Per Berlusconi, invece, prima il PD era “il comunismo”, il pericolo di una dittatura staliniana nel nostro paese; poi, appunto, ci ha governato insieme ed ha continuato ad andarci d’accordo anche nell’ultimo anno di opposizione comune: lo scettro di Stalin italiano è passato a Grillo!

Così il paese si divide e si mobilita, su fronti opposti, su singoli argomenti. Per lo più sul “razzismo” e in misura più ridotta su alcuni diritti civili o l’omofobia ed altro.

In confronto a questi temi, per esempio, 4-5 morti al giorno sui posti di lavoro, il crollo dei salari e delle pensioni, la disoccupazione e la precarietà, l’abbandono del mezzogiorno e la nuova emigrazione di tante nostre ragazze e ragazzi non hanno quasi alcuna importanza.

Per i motivi accennati nei paragrafetti precedenti, PD e Lega, per esempio, avendo un’unica base programmatica ed ideologica (quella del capitale) vanno già d’accordo o per lo meno hanno già i medesimi obiettivi sulla TAV, sugli incentivi ai padroni, sulle privatizzazioni, contro la chiusura domenicale dei grandi magazzini, contro misure come il reddito di cittadinanza e il decreto dignità; anche sulla politica estera, hanno appoggiato il tentativo di golpe e aggressione al Venezuela, si oppongono alla proposta cinese di liberi scambi commerciali, ecc.

Meglio, allora, che la gente semplice si occupi (e litighi) solo delle ONG che sbarcano a Lampedusa, dell’incivile omofobia o di altre idiozie oscurantiste e medioevali.

Come nella normale concorrenza tra gruppi di capitalisti ciascuno cerca di sostenere i propri profitti lucrando in settori diversi dei mercati ovvero dei consumatori, così fanno i partiti borghesi del “totalitarismo bipolare”. Perciò si contendono l’elettorato (sempre più ridotto, come è nei loro programmi) anche con tecniche di marketing come qualsiasi impresa commerciale; per cui alcuni -più di altri- si avvicinano alle masse lavoratrici tentando di convincerle di essere dalla loro parte, ovvero di sinistra.


Non è detto che si debba respingere sempre e per forza qualsiasi eventuale compromesso con questi ultimi, tuttavia credere veramente che siano di sinistra (ovvero dalla parte di chi è sfruttato o oppresso) è come credere che i proprietari dei discount siano dei rivoluzionari antagonisti della borghesia mentre invece sono solo concorrenti dei proprietari delle imprese commerciali che vendono articoli di lusso. Spesso, invece, tutti loro possiedono pacchetti azionari incrociati.


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