L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 7 settembre 2019

Pensare che si possa cambiare il Progetto Criminale dell'Euro è da veri euroimbecilli. Il M5S è un falso ideologico altro che post ideologico

Tutte le contraddizioni del governo Conte 2 sulle spalle del Pd. Il commento di Polillo

7 settembre 2019


L’analisi di Gianfranco Polillo

L’ideologia come falsa coscienza: questa la giustificazione nobile avanzata per avallare il cambio di regime. I 5 stelle che teorizzano il loro stato post-ideologico: una sorta di passe-partout per garantirsi le mani libere, nella gestione del potere. Parole. Come quelle del “governo del cambiamento”, che doveva incendiare Roma, ed invece si è risolto nella continuazione di una vecchia politica: prona di fronte al volere di Bruxelles. Potere che poteva e può essere contestato, ma solo accettando la sfida di un rinnovamento profondo di regole ormai obsolete. Scavando nel pozzo di una legislazione complessa e farraginosa, ma che al suo interno nasconde porte di sicurezza che consentono via di fuga. Basta saperle individuare e possedere le chiavi opportune. Altro che vecchi proclami dal balcone di Palazzo Chigi.

Comunque il grimaldello politico ha funzionato. Ed ora Giuseppe Conte passerà alla storia come l’unico presidente del Consiglio che, nelle convulse vicende italiane, è riuscito a guidare due maggioranze di segno contrario. Con buona pace di tutti coloro che avevano riposto, nel sistema elettorale di tipo maggioritario, le speranze di una maggiore trasparenza. Un governo diretta espressione del voto popolare e non dell’opacità dei giochi di Palazzo. Tuttavia un prezzo si paga. Le distanze tra “Paese legale” e “Paese reale” sono aumentate. La nuova maggioranza spera in un recupero di consenso grazie alla sua azione. Ma questa resta l’incognita di un’equazione al momento senza soluzioni.

Due sono le talpe che hanno contribuito, in modo prevalente, a creare quel fossato: la massiccia immigrazione dai Paesi extra Ue e la fiacchezza di un’economia che non riesce a garantire quei livelli minimi di benessere, che pure sarebbero necessari. Il rovello della futura azione governativa. Passare per la cruna dell’ago di Bruxelles sarà determinante in entrambi i casi. E il Pd ne porterà le maggiori responsabilità.

Appartengono a questa formazione politica i principali ministri che dovranno occuparsi dei relativi dossier. Sul fronte dell’immigrazione si tratta soprattutto del ministero dell’Economia (Guardia di finanza), di quello della Difesa (Marina e apparati di sicurezza) e delle Infrastrutture (gestione dei porti). C’è naturalmente il ministro dell’Interno, ma ad un Prefetto, prestato alla politica, non si può chiedere l’impossibile.

Come reagirà l’Europa? Si farà effettivamente carico del problema o rinvierà tutto alle calende greche della modifica del Trattato di Dublino? Rinegoziazione necessaria, ma con tempi che mal si conciliano con l’urgenza del momento. E quale sarà l’atteggiamento delle Ong? Continueranno a fornire la logistica pesante ai traffici internazionali o si asterranno? Se si prescinde da interessate richieste di analisi del sangue, alla ricerca di fantomatiche cellule razziste, non si può non riconoscere la logica che ha ispirato Matteo Salvini. Solo chiudendo i porti, è riuscito a smuovere il distratto moloc europeo, altrimenti insensibile ad ogni grido di dolore.

Sul fronte dell’economia, le considerazioni sono in parte analoghe. Il ciclo negativo sta diventando sempre più soffocante. Né basterà la concessione di una piccola aspirina, sotto forma di un pizzico in più di flessibilità. É giunto il momento di un ripensamento generale, che ponga al centro della riflessione gli undici indici che connotano gli squilibri macroeconomici dei singoli Paesi, codificati nella procedura dell’Alert mechanism, prevista dagli stessi Trattati. Difficile dire se l’Europa sia pronta per questo salto di qualità. Ben più certo il fatto che l’Italia debba comunque provarci. E fare la sua battaglia per cambiare non solo sé stessa, ma indicare una strada che non passi necessariamente per le strettoie di Berlino.

Anche in questo caso le maggiori responsabilità ricadranno sul Pd, vista la titolarità dei due ministeri chiave: Affari europei ed Economia. Dalla loro azione dipenderà se l’economia italiana si rimetterà in moto. Le difficoltà non mancheranno, vista la composizione dell’intera compagine governativa. Nella vecchio “contratto di governo” la semplice prospettiva della pura ridistribuzione sociale era contrastata dall’impegno, più volte proclamato, per la ripresa dello sviluppo. Linee politiche divergenti. Ma soprattutto blocchi sociali di riferimento contrapposti: il nord produttivo da un lato, un Mezzogiorno, per molti versi rassegnato, dall’altro.

Nel nuovo governo, la spinta eventuale per politiche di sviluppo può essere solo il frutto di un ardire intellettuale. Il nord nella compagine governativa non solo è sotto rappresentato, ma escluso dai dicasteri chiave (unica eccezione le infrastrutture). Il discorso ritorna pertanto al punto di partenza: non tanto l’ideologia, di cui i 5 stelle hanno celebrato il funerale. Ma la teoria, figlia della conoscenza, strumento indispensabile per organizzare i dati del presente, al fine di trovare le soluzioni più adeguate. L’esatto opposto di un empirismo senza principi.

Queste contraddizioni peseranno soprattutto sulle spalle del Pd. Il ministro per l’Economia, forte della sua esperienza all’Istituto Gramsci, non avrà dimenticato la lezione del vecchio Marx. Il suo continuo riferirsi alla necessità di garantire lo sviluppo delle forze produttive come condizione per creare le basi di una società superiore. Avrà quindi il suo daffare per convincere i suoi riottosi colleghi. Ma la partita è fin troppo importante per non essere giocata.

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