L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 settembre 2019

Sempre loro, gli ebrei che hanno invaso le terre di Palestina aizzano vogliono la guerra


3 SETTEMBRE 2019

Gli Stati Uniti di Donald Trump non vogliono una guerra con l’Iran. E il presidente degli Stati Uniti, nonostante la decisione di strappare l’accordo sul programma nucleare iraniano, l’ha dimostrato con molti episodi. La sua è una strategia da commerciante, tesa a rompere con i vecchi schemi diplomatici, provare a rovesciare il tavolo delle trattative, mostrare i muscoli. Ma alla fine di tutto, l’obiettivo è sedersi intorno a un tavolo e scendere a patti che siano il più possibile utili agli interessi americani.

Americani, non degli alleati. Ed è questo il nodo fondamentale da cui si può comprendere la strategia del capo della Casa Bianca in Medio Oriente (e non solo). Una strategia che non piace soprattutto a Israele, visto che da tempo è terrorizzato dall’idea che il presidente americano possa scendere a compromesso con Teheran dopo che la scelta di aver infranto l’accordo del 5+1 aveva fatto pensare a un leader particolarmente avverso ai piani della Repubblica islamica.

Negli ultimi mesi, le dinamiche del Golfo Persico hanno fatto ritenere a molti che Trump fosse pronto a scatenare una guerra. Niente di più falso. Il governo Usa non vuole un conflitto in Medio Oriente proprio perché l’amministrazione repubblicana guidata da The Donald è il frutto di anni di strategia americana di “ripiego”. Una ritirata strategica che non significa declino di un impero come molti, impunemente, continuano a credere. L’America non sta crollando, sta semplicemente modificando i propri programmi rispetto agli ultimi decenni, quando pensava di poter controllare il mondo facendo da “gendarme”. Gli Usa di Trump preferiscono invece concentrarsi su loro stessi e individuare alcuni obiettivi in cui poter colpire o tutelare i propri interessi nazionali nel modo più rapido ed efficace possibile. Da qui la richiesta ai Paesi Nato di aumentare la propria spesa militare, la scelta di provare alleanze regionali sul modello atlantico, i ritiro parziale dalla Siria e l’idea invece di impegnarsi in maniera diretta nel Pacifico per fermare l’ascesa della Cina. Un cambio di strategia, dal Medio Oriente all’Estremo (Occidente per gli Usa), che significa anche un minore interesse dello scacchiere arabo e mediterraneo.

Per fare questo però gli Stati Uniti hanno bisogno di terminare nel più breve tempo possibile le varie escalation e guerre avviate dalle amministrazioni precedenti e da quella attuale. Il che significa in particolare tutti i conflitti mediorientali in cui gli Usa sono coinvolti e che Trump vuole interrompere per garantire i proprio strateghi sul fatto che quelle aree di crisi possono essere definitivamente monitorate dai propri partner regionali e internazionali con gli Stati Uniti che coordinano i vari piani. E l’Iran, in questo senso, è lo snodo strategico principale. Una volta messo in sicurezza lo stretto di Hormuz, in cui gli Stati Uniti vogliono che i Pasdaran non abbiano più il potere di controllare il flusso mercantile, adesso il problema è a monte: è Teheran. E per farlo, Washington deve scendere a patti con la Repubblica islamica. Trump lo vuole, lo vogliono alcuni consiglieri, ma non lo vuole gran parte dello Stato profondo e soprattutto due partner regionali. Israele e Arabia Saudita. In particolare il primo, preoccupato dal fatto che un Trump che si accorda con l’Iran indicherebbe di fatto una sconfitta strategica dopo che aveva sperato che l’attuale governo Usa fosse marcatamente a sostegno di qualsiasi piano dello Stato ebraico.

Le cose però sono cambiate in questi ultimi mesi. E sia Trump che il Pentagono stanno modificando i propri piani mediorientali e la percezione che hanno degli obiettivi israeliani. Gli Stati Uniti vogliono garantire al loro principale alleato mediorientale di poter avere il massimo da queste tensioni. Hanno accettato le linee rosse di Benjamin Netanyahu così come sanzionato in ogni modo Hezbollah e e i Guardiani della Rivoluzione, vere colonne della strategia iraniana nel mondo. Ma se l’obiettivo americano è quello di evitare guerre e coinvolgimenti diretti “boots on the ground”, sono molti gli israeliani ad aver paura che quanto sia accaduto con Kim Jong-un possa accadere anche Hassan Rouhani, Ali Khamenei e gli altri leader iraniani. La famosa carta coreana giocata dagli Usa per la crisi iraniana potrebbe quindi tradursi in una soluzione coreana anche per Teheran. Soluzione che però significherebbe di fatto la garanzia di sopravvivenza di un sistema che Israele non vuole che continui a mettere in atto la sua strategia.

La conferma di questa nuova posizione americana si vede da almeno tre episodi. Il G7 di Biarritz, con l’arrivo “a sorpresa” di Mohammed Zarif, era stato il primo segnale. Trump aveva parlato con Emmanuel Macron il giorno prima e il capo dell’Eliseo aveva fatto capire al presidente statunitense di essere pronto a portare avanti il proprio dialogo con Teheran. Trump ha accettato. L’escalation nel Golfo Persico, con l’operazione Sentinella per monitorare Hormuz, è servita a mettere le cose in chiaro. Il Pentagono è pronto a colpire: ha la pistola puntata sull’Iran. Ma nello stesso tempo, Washington non vuole una guerra e, una volta rassicurati gli alleati, farà di tutto per evitare una guerra.

Il secondo segnale è arrivato a livello diplomatico nel dialogo con la Russia e con le parole dello stesso capo della Casa Bianca. Trump ha aperto, ancora una volta, al Cremlino nel G-7. E questo significa anche la volontà di dialogare con l’Iran. La Russia ha rapporti eccellenti con l’Iran, ma è soprattutto intenzionata a evitare escalation in Medio Oriente che colpirebbero la strategia siriana. Trump sa che Putin si gioca tutto in quella guerra e nella sua fine e il raid a Idlib è stato anche un messaggio lanciato verso tutti i contendenti. Gli Stati Uniti ci sono e possono incendiare nuovamente Siria e Iraq. Ma non hanno interesse a farlo. America First significa anche questo: evitare guerre in giro per il mondo se l’interesse primario si chiama Pacifico.

Ed è proprio questo il punto che preoccupa Israele. Netanyahu ha già fatto capire di non avere interesse a vedere le truppe Usa ritirarsi dal Medio Oriente. Vuole continuare l’assedio all’Iran evitando che la strategia di Teheran prenda piede con la cosiddetta “mezzaluna sciita”. Terrorizzato dall’idea che gli alleati della Repubblica islamica giungano al Mediterraneo,. il governo israeliano sta facendo di tutto. Anche raid che hanno colpito le postazioni di Hezbollah in Iraq (con l’ira del Pentagono) e gli ultimi missili in Libano. Le tensioni preoccupano sia Francia che Stati Uniti, che adesso dialogano a tutto tondo. Ma la diplomazia di Trump corre. Mike Pompeo è pronto a scendere a patti con gli Houti in Yemen; spera nel patto con i Talebani per ritirarsi dall’Afghanistan e mettere fine a un disastro ormai ventennale; e adesso è lo stesso presidente Usa a volere un nuovo accordo con l’Iran. E lo Stato ebraico è preoccupato che il presidente americano possa accettare un accordo come quello del 2015.

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