L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 23 ottobre 2019

Homo sine pecunia imago mortis - Che libertà possiedo, orgoglioso cittadino tecnologico del secolo XXI se non sono più padrone dei miei soldi?

PIU’ “DIRITTI”, MENO LIBERTA’.

Roberto Pecchioli 21 Ottobre 2019 

Tempo di ossimori, l’unione innaturale di significati opposti, tempo di schizofrenia. Ostentiamo i diritti come bandiere, ma ogni giorno perdiamo libertà. Non parliamo della libertà in senso filosofico o metafisico, né ci interessa la distinzione tra libertà degli antichi e dei moderni di Benjamin Constant. Interessano qui le libertà concrete, quotidiane, quelle che riguardano da mattino a sera la gente comune nel difficile esercizio di vivere.

Siamo circondati, bombardati di “diritti”. Possiamo sposare esseri dello stesso sesso e perfino acquistare figli, presto sarà legale la poligamia, ribattezzata poliamore, perché le parole contano, eccome, al tempo del politicamente corretto. Chissà che domani i diritti si estendano sino a riconoscere l’unione civile con il nostro cane. Le donne possono abortire pressoché senza limiti a spese di tutti, poiché l’essere che cresce dentro di loro è derubricato a fastidioso grumo di cellule di esclusiva pertinenza della non-madre, con esclusione dell’altro 50 per cento del patrimonio genetico. Possiamo senz’altro drogarci a volontà, poiché non è punito l’uso di certe sostanze, ubriacarci sin dall’adolescenza e sballare attraverso micidiali cocktail di farmaci ed alcool con il sottofondo di musiche ritmate e luci psichedeliche.

Possediamo il diritto di fare della nostra vita ciò che vogliamo, poiché il desiderio è diritto, e abbiamo, fortunata generazione, la possibilità legale di realizzare ogni capriccio. Ha vinto il lustprinzip, il principio di piacere enunciato da Freud. Il gran maestro dell’inconscio non ha previsto l’avanzata irresistibile del perturbante, lo spaesamento (unheimlich), sentimento più sinistro e pervasivo della paura che coglie quando qualcosa è avvertita come estranea, angosciante. Siamo liberi nei rapporti sessuali, leggiamo su Facebook profili di persone che vantano relazioni “aperte”, dunque liquide, programmaticamente provvisorie; il matrimonio è un obiettivo solo per poche coppie omosessuali. Anche la convivenza tiene sulla porta di casa il trolley, fagotto postmoderno di nomadi senza tenda.

Il progresso incombe incontrastato, nessuna linea Maginot o Grande Muraglia vi si oppone: l’imperativo è abbattere i muri. Il diritto nuovo fiammante è quello di morire. Era ora. La tragedia della mortalità è trasformata in opportunità, uno splendido successo del mondo liberato, liberale, liberista e libertario. Che sollievo, posso morire a domanda protocollata, togliermi dai piedi con soddisfazione di parenti, INPS, assicurazioni e sanità, se mi ammalo, se mi sento depresso, se la squadra del cuore è ultima in classifica. La chiamano eutanasia, buona morte: ne abbiamo diritto, perbacco. Una giovane belga otterrà di morire perché si vede brutta. Magari andrebbe condotta a visitare gli ospedali dove tanta gente lotta per vivere nella malattia, ma questa è retorica, demagogia di chi non ha compreso la bellezza dei tempi nuovi.

Abbiamo il diritto di scegliere i figli attraverso cataloghi specializzati. L’eugenetica come esito della tecnologia riproduttiva. Chissà se sarà possibile, in base ad appositi imprinting, scegliere un maschietto programmato da tifoso della Sampdoria o una femminuccia devota al babbo. Ci daranno il tragico diritto di impiantare nel corpo dei chip contenenti tutte le informazioni che ci riguardano. Insomma, quanto a diritti, siamo messi bene. Altri ne inventeranno, in base al profitto che ne potrà trarre chi dirige il sistema; ciascuno sarà accolto dagli applausi scroscianti della folla, opportunamente preparata dal grande circo dello spettacolo, dell’informazione e della cultura, in cui più gente entra più bestie si vedono.

In fondo, che te ne importa, dirà qualcuno. Nessuno ti obbliga a cambiare partner senza distinzione di sesso, pardon genere, drogarti, abortire se sei donna, ubriacarti, morire se ti senti depresso o ti ammali. E’ il paralogismo di Marco, nel senso di Pannella. Perché negare agli altri un diritto, se tu non vuoi approfittarne? Insidiosa domanda retorica a risposta obbligata, in un epoca individualista. Il punto è che ciò che diventa legge, dunque diritto, è percepito non solo come lecito, ma buono e positivo. Ogni società permette ciò che approva e vieta ciò che condanna o non fa parte dei suoi interessi. La nostra diffonde diritti “civili” per negare diritti sociali e per restringere le libertà. I diritti civili sono il territorio della possibilità, quelli sociali della sicurezza, la libertà è il regno della responsabilità personale.

La libertà più osteggiata è quella interiore e diventa arduo affermare una verità elementare, che la libertà è innanzitutto il diritto alla disuguaglianza. Ci possono essere diritti per uomini identici, ma non libertà uniformi, “per la contradizion che nol consente”. Non vi è nulla di strano, in fondo: quella che viviamo è la fase terminale, convulsiva, di un’epoca nata sulla rivendicazione aggressiva di diritti. La Costituzione americana del 1776 proclamò “diritto inalienabile” di tutti gli uomini la ricerca della felicità, aprendo la via a qualsiasi deriva successiva, poiché in concreto la felicità ha significati distinti per ciascun uomo. La via del soggettivismo – e del relativismo- era tracciata.

Pochi anni dopo, la rivoluzione francese portò al potere la borghesia in nome di diritti civili dichiarati “universali”, dunque inderogabili, garantiti da un’autorità assoluta, lo Stato espressione dell’equivoca volontà generale. Un frutto avvelenato di Jean Jacques Rousseau, per il quale la libertà sta nell’obbedienza alle leggi deliberate, ossia nel dispotismo travestito da legalità. Asfissia della libertà per eccesso di diritti, come sapeva Cicerone: l’uso indiscriminato di un diritto o l’applicazione estensiva delle norme diventa ingiustizia. Summum ius, summa inuiria. E’ interessante una riflessione di Norberto Bobbio, cattivo, sopravvalutato maestro del lungo dopoguerra italiano. Per lo studioso torinese, la libertà liberale risponde a una domanda soggettiva: “che cosa significa essere libero per un individuo considerato come un tutto a sé stante. La libertà democratica [risponde] “a che cosa significa essere liberi entro una collettività “

La conclusione è sconfortante: il matrimonio morganatico tra la cultura liberale e collettivista ha dilatato a dismisura la sfera dei diritti individuali a spese della libertà concreta. Possiamo ubriacarci e poi travolgere ed uccidere i passanti alla guida dell’automobile, certi dell’impunità o di una pena mite, scontata prevalentemente lontano dal carcere, ma fumare una sigaretta al bar è vietato, riprovato e punito. Chiamare negro un uomo di colore espone a reazioni scandalizzate, il diritto di tossicodipendenti, alcolisti e “sballati” prevale e prevarica il diritto alla tranquillità, all’incolumità e alla vita di tutti gli altri, senza contare la libertà di frequentare o transitare per i numerosi domini del malaffare e della malvivenza. Il diritto di chi si prostituisce a non essere sfruttato si converte nel contrario, perdita della libertà sino alla schiavitù, mentre la gente normale viene espulsa da pezzi di territorio sempre più ampi. La prepotenza dei mascalzoni vale più della libertà degli onesti.

Per milioni di persone, la perdita di sicurezza cittadina, il disagio di frequentare certi luoghi, il rischio di essere derubati, la pratica impossibilità di uscire dopo una certa ora è una perdita di libertà concreta, immediata e tangibile non bilanciata dal possesso astratto di diritti. Essere sorvegliati ovunque da telecamere produce la fine della riservatezza, un’intrusione costante che le giustificazioni addotte – sicurezza, ordine pubblico, deterrenza – non compensano. Attraverso le reti sociali, le carte di credito, la tessera sanitaria elettronica, la tracciatura e profilazione degli accessi a Internet, il potere, nelle sue varie ramificazioni- finanziarie, economiche, tecnologiche, politiche – sa tutto di noi. Qualcuno aggrega e studia i nostri dati, altri li compravendono, alla faccia di libertà e riservatezza. Se un servizio è gratuito, è perché stanno vendendo noi. Si chiama “data-veglianza”, ma non ci facciamo caso: è tanto comodo usare la carta di credito, è bello per il narciso contemporaneo esibirsi sui social media. Più i database registrano, meno esistiamo, parola di Marshall Mc Luhan, primo grande studioso della comunicazione.

La nostra- dicono – è una repubblica fondata sul lavoro, ma il possesso teorico del diritto non si concilia con la precarietà di vita, tanto meno con una struttura socio economica che obbliga a cambiamenti continui, lunghi spostamenti, pendolarismo, svuota ampie porzioni del territorio a favore di poche aree in cui tutto si concentra. La libertà di vivere dove si è radicati è conculcata nella pratica quotidiana. L’esercizio concreto di libertà di parola e di critica viene ristretto di giorno in giorno, nonostante i diritti corrispondenti vengano esaltati enfaticamente come conquiste del progresso.

La libertà di pensiero è sempre quella di pensare altrimenti rispetto alle verità ufficiali. Il governo sta per approvare norme famigerate contro il terribile flagello della omo e transfobia, gli autentici cancri della società, sembra. Faranno pendant con altri reati di opinione puniti dalla legge Mancino che vieta ogni “discriminazione”, ovvero proibisce di esprimere giudizi. La psicopolizia veglia, decisa a reprimere le parole con cui esprimiamo i concetti al tempo del politicamente corretto che taglia la lingua cambiando il lessico. Alcune minoranze possono sentirsi offese da un gesto, uno sguardo, un’espressione. Peggio per noi se oseremo chiamare con il loro nome certi fatti, determinate inclinazioni, esprimere convinzioni sgradite. Il presunto diritto di qualcuno diventa bavaglio, perdita di libertà per tutti gli altri.

La politica è quella del carciofo; le libertà si perdono poco a poco, una alla volta, 
il gregge non deve capire che è sulla via del mattatoio. 
Il resto lo fa il naturale conformismo, il ruolo di quelle che Erich Fromm chiamava “autorità anonime”, il senso comune, l’opinione corrente, tanto potenti a causa della nostra disposizione a conformarci, la paura di essere o apparire diversi. Il nostro corpo fisico non sfugge alla perdita di libertà. Ci vengono imposte con campagne intimidatorie e sotto pena di sanzioni, terapie e dubbie vaccinazioni. Introducono nell’organismo sostanze di cui non conosciamo i pericoli. Veniamo sollecitati a mettere a disposizione i nostri resti, da morti, come pezzi da staccare e reimpiantare; il ministro Rosy Bindi pretendeva di diventare proprietaria delle salme, poiché si sarebbe dovuto esprimere non il consenso all’espianto, ma l’esplicito rifiuto.

Non è libertà, per l’uomo della strada, essere privato del diritto naturale di godere il frutto del proprio lavoro. 
Paghiamo tasse spropositate, ma i governi, specie quelli autodefiniti di sinistra, ci torchiano sempre più, chiamandoci evasori, prelevando quote crescenti di reddito per mantenere se stessi e le categorie privilegiate, entrando nei conti correnti, obbligandoci a pagare professionisti e dedicare tempo (code, compilazione di complicati documenti) per adempiere doveri ai quali non corrispondono uguali diritti. 
Amici fiorentini lamentano di aver avuto il conto svuotato non da ladri informatici, ma dal municipio cittadino, che ha coattivamente prelevato somme senza avviso preventivo in base a pretese non accertate.

Le ultime novità sono tasse gravose sui contenitori in plastica – che utilizziamo per scelta industriale imposta – nuove punizioni tributarie per le piccole partite IVA, e, dal 2021, pesanti aumenti del gasolio per autotrazione, il cui uso è stato incoraggiato da anni per ragioni di risparmio energetico e compatibilità ambientale. Contrordine: o ci ingannavano ieri o mentono oggi. Anche in questa scelta, essenziale in un mondo basato sulla mobilità, la necessità di spostarsi e la velocità, siamo meno liberi.

Intanto, 
incede minaccioso l’attacco al denaro contante. 
Che libertà possiedo, orgoglioso cittadino tecnologico del secolo XXI se non sono più padrone dei miei soldi? Secondo un copione consolidato, le virtuose motivazioni parlano di lotta alla criminalità organizzata e di contrasto all’evasione fiscale. Giustificazioni risibili entrambe, poiché la massa di denaro sporco si muove lungo canali bancari riservati e nel corridoio oscuro della finanza ombra, mentre la grande evasione riguarda le istituzioni finanziarie, i giganti dell’informatica, le piattaforme tecnologiche multinazionali e le società di capitali, non idraulici e odontoiatri.

Homo sine pecunia imago mortis, l’uomo senza denaro è l’immagine della morte, dicevano gli antichi. Detto e fatto: dal 1 gennaio saranno vietate transazioni in contanti dai mille euro in su, una norma inesistente in Germania. Non potremo neanche regalare o prestare un po’ di soldi ai figli senza eseguire un bonifico o staccare un assegno. Risultato in termini di libertà: le nostre tasche rimarranno vuote, alla mercé delle carte di credito. Se ce la tolgono, o la bloccano, che faremo? Tutti i nostri gesti quotidiani sono a conoscenza di centri di potere oscuri e certamente non amici, mentre lo Stato saprà proprio tutto di noi sudditi, previa richiesta al potere vero, quello bancario e tecnologico dispensatore delle carte, proprietario delle reti di connessione e comunicazione informatica. Incidentalmente, poiché trasferire denaro costa, le banche incasseranno altre somme per il servizio reso (obbligatorio), una tassa coperta per la cortesia di tenersi i nostri quattrini. Chi impone tasse, detiene il potere, e decide in quale forma riscuoterle.

Ci hanno fatto prigionieri con il nostro consenso: è comodo usare la card alla cassa del supermercato, acquistare beni online, evitare la coda alla biglietteria della stazione. Applausi al potere, ma a tasche vuote, ostaggi di banche, governi invadenti, circuiti Visa, Bancomat, Paypal, clienti obbligati di Amazon, finisce la nostra libertà, che è autodeterminazione, scelte e negazioni autonome, senso di responsabilità. La nostra sfera privata è non solo violata, ma trapassata, abolita quanto l’intimità, in nome di una vaga, apparente comodità e di una nuova divinità, la trasparenza. Meno contante, meno contate, recita un efficace slogan. Le catene di svariate schiavitù ci bloccano all’interno di una caverna oltre la quale, accecati dal buio prodotto dall’eccesso di luce, non sappiamo più vedere il nostro vero interesse, la libertà. Schiavi docili e perfino soddisfatti, ci ubriachiamo di diritti e moriamo di libertà negata.

Ci hanno denaturato, omogeneizzato. Assopiti dinamici, corriamo a un fischio dove indica il padrone. Con relativamente poca coercizione, lavoriamo per lorsignori, consumiamo per loro, e, di fatto, non siamo neppure pagati, poiché il denaro ce lo concede, con decisione insindacabile, Sua Maestà il potere finanziario. Dietro la maschera dei diritti, il volto della schiavitù; gratti la crosta di libertà apparenti, trovi sorveglianza e manipolazione. Che nostalgia delle libertà feudali inglesi, anno 1215, Magna Charta, articolo XXXIV: “nessun uomo libero potrà essere arrestato, imprigionato, spogliato dei suoi beni né messo fuori legge, né esiliato né molestato in alcuna maniera, e non metteremo né faremo mettere le mani su di lui, se non in conseguenza di un giudizio dei suoi pari, secondo le leggi del paese. “

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