L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 21 ottobre 2019

Il Sistema massonico mafioso politico difende con le unghie e con i denti una delle sue punte di diamante a capo della procura aretina che ha sempre chiuso le indagini sul Boschi per quattro cinque sei volte, anche se ha riferito al Consiglio Superiore della Magistratura che non lo si conosceva, rettificato in seguito, per omissione, solo dopo un'inchiesta giornalistica di Panorama

Il procuratore capo Rossi rischia il posto: "Ma il caso Bpel è stato travisato"

Mercoledì la conferma al Csm. Relazione negativa di Davigo: «Al Dagl mentre indagava su Boschi». La replica: «No, indagini partite dopo l’addio al dipartimento»
di Salvatore Mannino
Ultimo aggiornamento il 21 ottobre 2019 alle 04:51

 
Roberto Rossi

Arezzo, 21 ottobre 2019 - «Compromissione del requisito dell’indipendenza da impropri condizionamenti quantomeno sotto il profilo dell’immagine, che si riverbera sotto il profilo dell’autorevolezza culturale». Ecco la motivazione che rischia di costare al procuratore capo Roberto Rossi la conferma nell’incarico per il secondo quadriennio.

La quinta commissione del Csm gli ha già votato contro (5-1) in luglio, il ministro della giustizia Alfonso Bonafede gli ha negato il concerto, il plenum di Palazzo dei Marescialli si riunisce mercoledì e la sorte del capo dei Pm aretini è davvero sul filo. La relazione per la non conferma l’ha firmata Pier Camillo Davigo, già «dottor sottile» del pool milanese di Tangentopoli e ora leader di una delle correnti dei magistrati.

Le imputazioni rivolte a Rossi sono sostanzialmente tre: 1) aver svolto un incarico al dipartimento affari giudiziari e legislativi (Dagl) della presidenza del consiglio nel mentre indagava sul crac di Banca Etruria e quindi potenzialmente su Pierluigi Boschi, padre di un ministro del governo Renzi dal quale dipendeva il Dagl; 2) essersi autoassegnato in questo periodo le prime indagini sul dissesto Bpel; 3) non aver chiesto dopo aver ricevuto la relazione del terzo ispettore di Bankitalia Giordano Di Veglia l’insolvenza della banca aretina,

In realtà, come fanno notare sia la relazione di minoranza del consigliere Marco Mancinetti (Unicost, stessa corrente di Rossi, di ispirazione diversa rispetto ai «davighiani) sia fonti di Palazzo di giustizia, tali accuse appaiono, anche alla luce delle date, come un clamoroso travisamento di una vicenda spinosa quale è quella di Etruria.

L’attuale procuratore entra in carico al Dagl, chiamato peraltro da un magistrato e nel quale esprimerà da casa pareri giuridici su provvedimenti di legge, senza mai alcun contatto con i politici, tantomeno Maria Elena Boschi o Matteo Renzi, allora premier) nel novembre 2013, con Enrico Letta presidente del consiglio. Poi, dopo la pausa nel 2014, vi verrà confermato per il 2015. Bene, il fallimento di Bpel è dell’11 febbraio 2016, l’apertura del fascicolo per bancarotta semplice e fraudolenta (il famoso 767/16) è della fine del mese, con contestuale iscrizione nel registro degli indagati di Boschi sr insieme agli altri vertici della banca.

Due mesi dopo che il procuratore era uscito dal Dagl. Quanto all’autoassegnazione delle indagini, non riguarda il procedimento per bancarotta ma il precedente fascicolo per ostacolo alla vigilanza, nel quale Pierluigi Boschi non è minimamente chiamato in causa. Il fascicolo venne assegnato a Ross, dal sistema automatico della procura come Pm dell’area reati economici. Lui si limitò a controfirmarlo dai procuratore facente funzioni.

C’è infine la contestazione di non aver chiesto l’insolvenza della banca dopo l’ispezione Di Veglia. Ma, come ha ricordato lo stesso ispettore nella sua testimonianza al maxi-processo, la sua relazione venne consegnata in procura quando Bpel era già stata commissariata (11 febbraio 2015). Come poteva un Pm chiedere l’insolvenza quand si erano già insediati i commissari di Bankitalia?

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