L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 25 ottobre 2019

La profonda convinzione che vi siano cose vere non solo per noi stessi, ma per tutti quanti, ovvero per l’Uomo. ..."universalità dell'idea di Uomo, come animale politico, sociale e comunitario e come animale dotato di capacità di linguaggio, ragionamento e calcolo geometrico equilibrato delle relazioni sociali, economiche e politiche"

Verità, ontologia umana e capitalismo
 
di Lorenzo Dorato
21 ottobre 2019

 
 
Introduzione

Tra gli ostacoli più forti alla formazione di un fronte di opposizione al sistema di relazioni sociali dominante (il capitalismo) ed in particolare alle sue dinamiche più distruttive (che si esprimono in una crescente ed inesorabile manipolazione e degradazione antropologica) vi è l’idea pervasiva che la verità non esista. Può sembrare un’asserzione provocatoria ed esagerata, ma è proprio quello che penso e che proverò in queste pagine ad argomentare passo dopo passo. L’accettazione attiva o passiva del capitalismo e della filosofia sociale e politica che lo sostiene (il liberalismo) è compatibile, naturalmente, anche con la fede nell’esistenza della verità. Basti pensare alle numerose religioni che fanno della verità il loro perno contenutistico e che si pongono nella realtà sociale in una posizione di totale compatibilità con le relazioni economiche e sociali capitalistiche di mercato. Tuttavia, se questo è vero, e non si può negare che lo sia, vi sono due elementi fondamentali che devono corredare questa evidenza.

1 – Il fatto stesso di riconoscere l’esistenza della verità, intesa come conoscibilità certa e condivisa dell’essenza della natura umana e dei bisogni dell’uomo, permette un dialogo alla pari con l’assertore della verità, dialogo la cui base e premessa condivisa è il fatto stesso che una verità sull’Uomo, per quanto difficile e apparentemente imperscrutabile, esiste ed è innegabile che esista. Questo elemento comune consente quindi un dialogo alla pari tra dialoganti veritativi. Anche se si proclamano due verità diverse si è, quindi, consapevoli del fatto che, in virtù dell’esistenza della verità (che per definizione è unica), le divergenze possono essere attribuite soltanto a due ipotesi: la prima ipotesi è che almeno uno dei due interlocutori si sbaglia; la secondo ipotesi è che la forma esteriore assunta dalle verità proclamate ne occulta la comune sostanza. In ogni caso si crederà possibile il raggiungimento di una meta conoscitiva comune attraverso il dialogo e la conoscenza.

2 – Ma vi è un secondo elemento importante. Se è vero che l’accettazione dell’esistenza della verità è compatibile con un’adesione attiva o passiva alle relazioni sociali capitalistiche, non è vero il contrario. Chi nega la verità, infatti, non ha alcuno strumento per negare legittimità al capitalismo come insieme di relazioni sociali fondate sulla libertà individuale. Potrà al massimo criticarne gli abusi e gli eccessi percepiti soggettivamente come ingiustizie da alcuni uomini, ma non avrà alcun mezzo per criticare l’essenza etica delle relazioni capitalistiche nella misura in cui esse sono spontanee e dipendono dalla volontà di singoli uomini formalmente non costretti a nulla.

La nozione di verità. La verità come esistenza di un’ontologia umana

Si potrebbe dire che la fede nella verità sia una condizione necessaria, ma non sufficiente per una critica radicale del capitalismo. D’altra parte una critica del capitalismo senza una salda convinzione dell’esistenza della verità è, come vedremo, una critica effimera destinata ad essere facilmente riassorbita dagli accidenti della storia (il progresso tecnologico, il mutamento di forma culturale della società etc etc). Ma vediamo meglio cosa si intende per verità, per non incorrere in interpretazioni errate. Per verità non intendo la corrispondenza con i fatti in termini di accertamento. Senza dubbio l’accertamento della corrispondenza con i fatti è l’accertamento di una verità. Ma non è questa la verità cui mi riferisco. Neanche intendo la verità come dimostrabilità scientifica né come dato biologico (pur non sognandomi affatto di negare queste peculiari forme di verità). L’accezione di verità cui mi riferisco in questa sede è la convinzione dell’esistenza di un fondamento ontologico proprio dell’essere umano che è alla base dei suoi bisogni, della sua realizzazione e del senso stesso della sua esistenza. Ciò detto occorre, come primo passo, chiarire due punti essenziali. In primo luogo quali siano i confini della verità ontologica, ovvero fino a che punto le diverse opzioni esistenziali proprie della vita di ogni singolo uomo siano da considerarsi come diverse manifestazioni di una stessa verità oppure come errori e atti di allontanamento (disumanizzazione) dalla propria natura specifica. In secondo luogo occorre chiarire quale sia il rapporto tra la nozione di verità come ontologia umana essenziale e la verità testimoniata dalle religioni rivelate.

Verità come ontologia umana e verità come religione rivelata

Cominciamo dal secondo punto, poiché sul primo occorrerà insistere più a lungo. Il rapporto tra verità intesa come affermazione dell’esistenza di un’ontologia umana certa e riconoscibile e verità intesa come tradizione e rivelazione religiosa è un rapporto difficile. Senza dubbio un orizzonte veritativo include la centralità di una riflessione profonda sul destino dell’essere umano, sulla sua finitezza materiale e sul mistero della morte. Il riconoscimento di un senso e di un significato stabili all’esistenza umana non può che legarsi ad una seria considerazione del mistero della fine della vita. La verità, d’altro canto, ha la sua sede nelle cose che durano e che non possono essere corrotte dal trascorrere del tempo e dall’instabilità dello spazio. Riconoscere la verità, quindi, implica, per forza di cose, riconoscere l’esistenza e la centralità del permanente in contrapposizione al mutevole. In questo senso verità e religione sono in stretto rapporto. Le religioni, nella loro strutturazione sociale e comunitaria, altro non sono che la forma organizzativa e “istituzionale” del riconoscimento collettivo di una qualche forma di verità permanente. Tuttavia sorge un problema molto serio nel rapporto tra verità e singola tradizione religiosa. Se la singola tradizione religiosa si pone come verità in sé (e non come traduzione materiale di una verità che la precede), pone un elemento storico e tradizionale come la verità in sé. Ciò, da una parte, rispecchia un meraviglioso connubio tra storia, umanità vita quotidiana e incarnazione della verità permanente (è questo l’elemento che fa delle grandi religioni le realtà più durature della storia dei popoli). Dall’altra parte, però, la sovrapposizione tra una determinata storia-tradizione e la verità, laddove affermata come unica via veritativa possibile, pone un gigantesco problema di universalizzazione la cui unica soluzione logica è la conversione di tutta l’umanità alla religione reputata vera, dal momento che le altre tradizioni e religioni vengono lette come false vie per il raggiungimento della verità. La verità come riconoscimento di un’ontologia umana certa e stabile, diversamente, cerca nelle tradizioni storiche e nel quotidiano le variegate forme e realizzazioni umane (ivi inclusi i diversi contenuti delle tradizioni religiose) che rispondono a verità. Ad un primo sguardo tale approccio veritativo potrebbe apparire generico, privo di aderenza storica e persino pseudo-universalista. Del resto il rischio di cadere nella genericità pseudo-universalistica quando si persegue un approccio universalista veritativo esiste ed è anche molto forte. Si tratta, a ben vedere, del rischio opposto a quello dell’identificazione pura e semplice della verità con una specifica tradizione storica e religiosa. Un rischio la cui traduzione pratica estrema prende il nome di universalismo procedurale che, in ultima istanza, altro non è che l’altra faccia della medaglia del relativismo. La parabola della critica filosofica alla metafisica cristiana sfociata nel liberalismo moderno e poi nel nichilismo e nello scetticismo post-moderno è proprio la rappresentazione plastica del rischio in cui può incorrere, anche suo malgrado, una critica universalistica generica, destrutturata e disintegrata verso quella che era stata per secoli la coincidenza tra verità e una tradizione storico-religiosa. I passi sono tre: critica della coincidenza tra verità e tradizione; tentativo di basare la verità su valori e su principi astratti (dietro cui si celano peraltro le nuove forme di sfruttamento capitalistico post-servili); e, infine, di fronte all’insostenibilità dei valori astratti, la negazione della verità e il nichilismo. Esiste tuttavia un vaccino molto efficace contro questa possibile degenerazione della ricerca di una verità universale ed è l’adesione ad un profilo sostanziale che cerca nelle cose umane l’aspetto essenziale e profondo e che abbraccia una visione integrata dell’essere umano (dal suo essere sociale al suo essere personale) fugando in tale maniera il rischio del proclama universale generico e dell’esaltazione dei valori come puri codici formali di accesso. L’universalismo sostanziale che cerca la verità nella vita e nella storia (ma che da essa, allo stesso tempo, sa prescindere), a partire dalla sostanza ultima e profonda delle cose, è così una strada molto stretta ai cui bordi vi è il precipizio del relativismo (o universalismo procedurale), da un lato, e dell’identificazione della verità in una tradizione storica e religiosa univoca dall’altro (che, in ultima istanza finisce per essere una forma di relativismo storicistico e-o fideistico).

La sostanza della verità e la sua varietà formale. Un approccio sostanziale e integrato alla verità e le sue implicazioni politiche

Detto questo, si pone adesso il problema della definizione di verità. La verità, sulla base di un approccio sostanziale, non può che essere l’immagine del permanente in ciò che nel concreto permanente non è. In questo senso la verità si deve conciliare con la storia reale, abbandonando le velleità astratte (e quindi formali) che la condannano a diventare pura proclamazione di valori e di potenzialità (liberalismo e relativismo). Allo stesso modo, però, la verità non può identificarsi nella storia (pena il nichilismo storicistico), né può identificarsi (come già detto) con tradizioni metafisiche religiose specifiche (pena l’impossibilità di universalizzazione senza conversione di tutta l’umanità con relativo abbandono delle tradizioni false). La verità, diversamente, trova nella storia e nella vita umana concreta i propri segnali di presenza e di realizzazione, e li rende permanenti, imperituri e condivisi attraverso l’espressione e il dialogo. In ogni tradizione e vita vi sono, ovviamente in proporzioni e forme ben diverse, contenuti di verità e contenuti di falsità, contenuti di bene e contenuti di allontanamento dal bene, che sono riconoscibili a patto che si adotti un approccio sostanziale e che si prescinda dalla pura forma.(1) Altro carattere fondamentale della verità intesa come riconoscimento di un’ontologia umana stabile e certa è il riferirsi ad una visione integrata dell’essere umano, come essere sociale e personale. Una verità che si applichi soltanto all’uomo come essere personale e che non tenga conto della sostanza etica delle relazioni sociali (che non possono essere la pura e semplice sommatoria delle relazioni interpersonali) è una verità monca. Allo stesso modo una verità che si applichi soltanto alle relazioni sociali cedendo all’individuo la piena autodeterminazione assoluta nel campo interpersonale, è essa stessa una verità monca. La natura umana è, infatti, personale e sociale e le due dimensioni, profondamente intrecciate e insieme chiaramente distinte, segnano nel profondo la stessa essenza umana. Stabilire che solo una delle due dimensioni è impregnata di un’etica misurabile da criteri di verità e bontà è un’operazione parziale che conduce alla scissione antropologica. Da una parte la scissione tra pernicioso ruolo sociale oggettivo e buone intenzioni e rettitudine soggettiva (nel caso delle visioni “iper-personali”); dall’altra, la scissione tra ruolo sociale idealizzato e libera autodeterminazione relativistica personale (nel caso delle visioni “iper-sociali”). Entrambe le scissioni, in ultima istanza, rappresentano forme di verità parziale e, quindi di parziale relativismo. Quest’oggi, nella cultura cosiddetta occidentale, predomina il relativismo assoluto, secondo cui la verità non esiste affatto, in nessuna sfera dell’esistenza umana (né sociale, né personale). È questa l’ideologia essenziale della nostra epoca. Questo relativismo “di centro” (in senso lato) viene attaccato “da destra” dalle visioni “iper-personali” (spesso appoggiate dalle gerarchie religiose) nella convinzione di poter restaurare ancore residuali di appiglio per una verità rigorosamente limitata a temi selezionati e facenti parte delle relazioni interpersonali o legate al ciclo della vita umana (matrimonio, nascita, morte), spesso in forme del tutto alienate dai rapporti sociali. “A sinistra” (peraltro sempre più residualmente) viene invece attaccato dalle visioni “iper-sociali” nella convinzione di poter restaurare forme di giustizia e dignità calpestate ogni giorno dall’arroganza del potere economico privo di limiti (ed anche qui, seppur in maniera sempre implicita- perché la sinistra teme la nozione di verità- si tenta di ripristinare una qualche forma di verità poiché la giustizia sociale è parte integrante della verità). È evidente, però, che per opporsi seriamente allo svuotamento di senso delle relazioni umane imposto dal sistema economico vigente e dall’ideologia e dalla cultura dominanti, non si può che abbracciare una concezione integrata della natura umana nel suo aspetto sociale e sistemico e nel suo aspetto personale. L’aggressività sempre più scandalosa del capitalismo (espressa dalla schiavitù del lavoro e dalla guerra), il suo invadere ogni sfera dell’esistenza (fino all’affitto degli uteri legalizzato), il suo mercificare incessante, la sua illimitatezza strutturale, pongono oggi più che mai la necessità di una radicale opposizione umanistica che, a partire da un’idea integrata e veritativa di natura umana (contro ogni forma di relativismo) opponga al nichilismo il recupero del senso dell’esistenza. Qui si trova la vera contraddizione integrata su cui occorre trovare alleanze! Ogni tentativo di opposizione parziale è invece destinato al fallimento e a ricircolare nel brodo stantio delle contrapposizioni estetiche e non esaustive.

La verità come scoperta. I confini della verità e la possibilità di comunicarne il contenuto

Chiariti i presupposti sulle caratteristiche della verità, ovvero il suo essere legata ad una visione sostanziale e integrata dell’uomo e della vita umana, occorre ora affrontare il problema dei problemi Qual è la verità? E soprattutto come si può stabilire se la mia verità è più vera della verità di un’altra persona? E ancora: come si può comunicare la verità senza imporla? Come si fa, infine, ad universalizzare la verità a livello dell’intera umanità approdando così ad un universalismo sostanziale effettivo senza cadere nell’universalismo astratto e procedurale? La prima cosa da rimarcare è l’importanza della fede stessa nell’esistenza della verità come primo passo. La profonda convinzione che vi siano cose vere non solo per noi stessi, ma per tutti quanti, ovvero per l’Uomo, è il primo passo per superare il vicolo cieco del relativismo. La convinzione dell’esistenza della verità è quindi la base su cui costruire poi un percorso conoscitivo. Senza dubbio le domande appena poste pongono problemi giganteschi apparentemente quasi insolubili. Eppure se si ha fede nella verità si deve anche credere che una soluzione esista. D’altro canto, non si tratta di voler il pasto della verità già pronto e condito da consumare, ma di mettersi su un cammino di ricerca
L’apprendimento della verità avviene nella vita. 
È dalla propria vita, fatta di relazioni, pensieri, scoperte e riflessioni che la verità viene appresa. La verità non è una creazione, poiché essa preesiste al singolo individuo quando nasce e si sviluppa come essere cosciente dotato di capacità di pensiero e riflessione. La verità è dunque disvelamento di qualcosa che ci precede e che è patrimonio comune dell’umanità. Il contenuto essenziale della verità ha a che vedere con ciò che realizza profondamente un essere umano e gli dona equilibrio, pienezza, trasparenza e felicità. Entra quindi in gioco il concetto di natura umana come qualcosa di ontologicamente (e non solo biologicamente) conoscibile. Se si ritiene che tutti gli uomini trovino la loro più profonda realizzazione similmente e che i loro bisogni più profondi siano gli stessi, si sta rintracciando una comune essenza dell’essere umano che prescinde poi dall’innegabile e irrinunciabile diversità di ciascuno. Riconosciuta una comune essenza profonda e una comune modalità di realizzazione dei medesimi bisogni più profondi, si sta automaticamente accettando un criterio di giudizio veritativo sull’uomo che va ben oltre la verità biologica e neurologica. A questo punto il problema dell’universalizzazione diventa tanto più complesso quanto più ci si avvicina a contenuti più esteriori della realizzazione umana. Si potrebbe infatti affermare universalmente che è vero ad esempio che “l’uomo realizza sé stesso nella relazione con il prossimo e nell’amore dato e ricevuto dall’altro” oppure che è vero che “l’uomo per natura ricerca ciò che è permanente e duraturo e nel radicamento trova la propria essenza più profonda”; mentre sarebbe più difficilmente universalizzabile l’affermazione per cui “l’uomo realizza sé stesso in una relazione coniugale monogamica fondata sul matrimonio e sulla procreazione” oppure che “l’uomo per natura ricerca una vita relazionale e comunitaria stabile legata ad un luogo stabile”. Potrebbero infatti esservi innumerevoli obiezioni a queste ultime proposizioni, mentre le prime sarebbero più probabilmente assunte come vere. Vi è quindi, in prima battuta un problema di confini dell’universalizzabile. Un problema che non si esprime solo in termini di accettabilità o meno della verità da parte degli uomini, ma in termini sostanziali: dove si colloca la linea oltre cui le cose non sono più vere o false, ma semplicemente neutrali e opzionali? È questo senza dubbio il problema più spinoso. Eppure una soluzione deve esistere, perché se non esistesse, dovremmo negare per forza di cose anche la possibilità che la verità stessa esista (non conoscerne il confine sarebbe come negarne l’esistenza). La verità, invece, esiste ed esistono anche i suoi confini, più o meno labili, oltre cui qualcosa non è più vero o falso, ma è tendenzialmente neutrale e, quindi, facente parte della molteplicità delle manifestazioni esteriori del mondo. Un confine che segna il passo tra il permanente, l’assoluto e il molteplice come aspetti interconnessi dell’esistenza umana. La soluzione all’enorme difficoltà che incontriamo nel definire la verità e nel constatarne i confini oltre i quali ha inizio il molteplice, sta in un fatto molto semplice: la verità ci precede, poiché è nella nostra natura ontologica e la sua scoperta non richiede nessuna immaginazione o inventiva, ma uno sforzo conoscitivo profondo di sé, mentre la sua comunicabilità e condivisione richiede uno sforzo dialogico profondo. È quindi nel concetto di scoperta (attraverso uno sforzo conoscitivo che avviene nella vita e per la vita) e nel concetto di dialogo che si situa la soluzione al problema della conoscibilità e comunicabilità della verità. Scoperta e dialogo sono processi tendenzialmente infiniti, ma non autoreferenziali come lo è invece la sommatoria di tante opinioni poste come relative. Il loro essere infiniti e il fatto che segnino continuamente nel tempo l’esistenza di un uomo (senza un unico punto di arrivo), di un popolo e dell’intera umanità nel suo complesso significa che si accumulano nel processo conoscitivo e dialogico di ogni persona e di ogni comunità di persone andando a costituire un patrimonio personale e comune che prende il nome di esperienza e, laddove intergenerazionale, di tradizione. Questo processo accumulativo tuttavia non è lineare (non può esservi quindi alcuna idea di progresso generale) per il semplice fatto che, al netto dell’eredità preziosa della tradizione, il processo di apprendimento e conoscenza si rinnova nel concreto in ogni singola vita. Senza azzeramenti o ripartenze primordiali poiché inserita entro tradizioni storiche e culturali specifiche, ma pur sempre in un percorso originale che non può divenire l’addendo di una somma che tende al progresso infinito.

Verità dialogo e opinione


Se la verità è comunicabile e condivisibile, occorre comprendere tramite quali modalità possa esserlo. Emerge qui la profonda differenza tra dialogo veritativo e scambio di opinioni. Nel dialogo veritativo si parte dal presupposto che una verità esiste e che il proprio punto di vista è alla ricerca della verità (se ancora non sente di possederla). Nello scambio di opinioni, al contrario si scambiano idee il cui valore viene assunto a priori come relativo al proprio punto di vista e quindi sicuramente non universalizzabile. Naturalmente se si parla dei propri gusti preferiti del gelato, del proprio sport prediletto o delle proprie passioni, ci si scambieranno opinioni e pareri e non verità. Su questo su non vi sono dubbi! Quando invece si parla di opzioni esistenziali più profonde, bisogni umani essenziali, scelte politiche di alto profilo, lo si può fare optando per il relativismo dell’opinione libera o per il dialogo veritativo. Il dialogo veritativo conduce i dialoganti ad un incessante avvicinamento e ad una lenta condivisione della verità, spesso attraverso naturali concessioni reciproche, che non sono assolutamente cedimenti alla forza persuasiva dell’altro (nel senso di soggezioni alla sua opinione), ma veri e propri convincimenti. Il dialogo, fortificato dalla condivisione di esperienze esistenziali e dalla confidenza, ha quindi la stessa forza e funzione della conoscenza personale. In aggiunta esso conduce lentamente alla possibilità di universalizzare la verità. Naturalmente nella vita concreta le cose non sono così semplici come nella teorizzazione astratta. Il dialogo veritativo spessissimo risente dell’orgoglio, della soggezione, della paura, dell’autocompiacimento e dell’amor proprio (nessuno ne è immune). E tuttavia, al netto di questi elementi di distorsione, la sua missione rimane intatta: ed è quella di condurre a condividere parti di verità progressivamente più grandi e di universalizzare il proprio pensiero nei confronti dell’altro e del mondo.

L’importanza dell’eticità delle strutture sociali per la libera scoperta della verità

Un aspetto estremamente importante che concerne l’apprendimento della verità, è il condizionamento delle strutture sociali in cui si vive. Se è scontato, in qualsiasi tipo di società ed epoca, che i rapporti interpersonali hanno un senso morale ed una sostanza etica, lo è assai meno, oggi nel mondo capitalistico occidentale, se parliamo dei rapporti sociali ed economici. Ai rapporti sociali, visti in quanto tali, è stata attribuita una sostanza etica in Europa fino al diciottesimo secolo. A partire da allora il liberalismo ne ha sancito la neutralità, in nome della libera scelta dell’agente economico svincolato da responsabilità sociali. Rapporti sociali ed economici posti come tendenzialmente neutrali condizionano la vita di un individuo profondamente, inducendolo a limitare le proprie prospettive etiche, e dunque la propria ricerca della verità alle sole relazioni personali favorendo quella scissione e disintegrazione della vita di cui si parlava nel paragrafo precedente. In questo senso il liberalismo è l’ideologia perfetta per il capitalismo e il capitalismo è la realizzazione materiale perfetta del liberalismo. Al contrario rapporti sociali ed economici espressamente ed esplicitamente strutturati su un’etica comunitaria forte (e non solo su richiami moralistici selettivi e saltuari), quale che sia tale etica, pongono all’individuo una prospettiva immediatamente integrata della vita. Prospettiva che non è affatto detto condivida (e che anzi può trovarsi a respingere e criticare fermamente come falsa e ingiusta), ma che senz’altro gli offre una maggiore elasticità di pensiero. Il relativismo sociale (perfettamente fatto proprio dal liberalismo), in definitiva, è il condizionamento esterno più forte e pervasivo possibile, proprio perché ammantato di neutralità valoriale (e quindi apparentemente non condizionante).

Verità ed esercizio del potere politico. Il problema della democrazia

Se ci caliamo direttamente nel piano politico il problema che si pone, in termini molto seri, è il canale attraverso cui tradurre la verità sociale in una pratica politica condivisa. Se la condivisione della verità si può ottenere con il dialogo, si potrebbe dire che la democrazia, rettamente intesa come forma di potere in cui il popolo tutto partecipa del potere, non può che essere il tentativo su larga scala di condividere il dialogo veritativo su quale sia il bene comune. Una democrazia, intesa come è oggi, come campo di libera espressione di innumerevoli opinioni relative e manipolate, altro non è invece che l’esercizio del libero arbitrio del più forte, del più ricco o del più furbo. Se immaginiamo la democrazia come qualcosa di più serio che pone l’intero popolo entro un permanente dialogo politico sul bene collettivo, si pone in ogni caso un serissimo problema che concerne il principio di delega e la possibilità di affermazione in qualità di guida delle personalità più eminenti, capaci e rispettate all’interno di una comunità. Un dialogo veritativo al livello di un popolo non può infatti raggiungere in alcun modo lo stesso grado di profondità ed efficacia di un dialogo veritativo tra poche persone, per un problema di distanza, di assenza di vincolo affettivo e di quantità di persone coinvolte. È questa la ragione della peculiarità delle relazioni sociali rispetto alle relazioni personali. Eppure tale peculiarità non può impedire né che le relazioni sociali vadano comunque orientate sulla base di un’etica forte, né che tale etica debba essere in qualche misura condivisa attraverso strumenti sociali. Si apre quindi una complessa riflessione sulla democrazia come dialogo sociale veritativo della comunità. Un dialogo che si pone, per forza di cose, su un piano di distanza e “alienazione” (nel senso di esteriorità) entro certi limiti ineliminabili. Occorre quindi, contemperare le esigenze di massima partecipazione del popolo al potere (che è partecipazione al dialogo veritativo) con le esigenze di governo e di buona gestione efficace e funzionale del bene comune. In sostanza occorre trovare un equilibrio tra aspetti che possono essere di diretto dominio della decisione popolare condivisa ed aspetti che invece devono cristalizzarsi come strutture eticamente costituite attraverso l’azione di lungo periodo della storia e della tradizione. Un equilibrio difficile che tuttavia rappresenta plasticamente il rapporto inevitabilmente contraddittorio tra dimensione personale e dimensione sociale. Si tratta del resto di una contraddizione (e alienazione) che non può essere eliminata in alcun modo se non credendo in forme estreme di messianismo sociale assai pericolose che altro non fanno che occultare (fingendo che non esista), tramite un’astrazione puramente teorica, il problema della distanza tra gli uomini che si esprime nel rapporto sociale. La contraddizione tra dimensione personale e sociale (e quindi una forma minima di alienazione) è in tal senso ineliminabile ed è parte integrante della vita umana. Tuttavia tale contraddizione può ben essere minimizzata e, soprattutto, umanizzata all’interno di strutture sociali sorrette da un’etica forte. Resta a questo punto l’interrogativo più difficile al quale occorre rispondere con estrema onestà: al principio della cristallizzazione dei principi sociali primari che fungeranno da strutture stabili di una civiltà, a chi spetta e con quali modalità la strutturazione della società? Su questo non ci si può ingannare e non ci si possono raccontare favole consolanti. Nessuna rivoluzione sociale e nessuna strutturazione di sistemi sociali graduale o repentina che fosse, ha mai trovato un consenso profondamente consapevole di tutti i membri della società. In tutte le vicende relative ai poteri politici, anche in quelle che ottennero il maggior consenso nella storia dell’umanità, si è data la circostanza per cui soltanto una parte molto ristretta tra gli uomini, hanno tenuto in mano con consapevolezza le redini delle scelte fondamentali. Si tratta di una circostanza inevitabile insita nella natura stessa dei processi sociali. Non vi è forma di democrazia radicale che possa modificare questa realtà evidente. La cosa migliore, allora, è accettarla come tale e fare in modo che non assuma mai connotati di violenza e competizione tra uomini e che sgorghi invece da processi naturali e indolori di riconoscimento di figure capaci di guidare grandi processi trasformativi e assumersi responsabilità storiche cruciali. D’altro canto, come era chiarissimo a Lenin, sono sempre esigue minoranze (avanguardie) quelle che concretamente pongono all’attenzione dei popoli l’urgenza del cambiamento di un ordine sociale e morale. Rimane ovviamente l’importanza assoluta di un consenso che sia il più possibile attivo, che nelle fasi di trasformazione va ottenuto minimizzando la distanza tra potere e comunità e massimizzando il grado di coinvolgimento attraverso forme di comunicazione che rifuggano da qualsiasi tentazione subdolamente persuasiva cercando così di eliminare le residuali forme di consenso puramente passivo. In definitiva, ritengo che sia impossibile attendersi in un processo di trasformazione strutturale della società un consenso e una partecipazione attiva e consapevole da parte di un’intera comunità politica. Si pone quindi, per forza di cose, il problema duplice della selezione di guide e rappresentanti carismatici legittimati dalla comunità, da una parte, e della qualità del consenso, dall’altra. Le consolazioni procedurali per cui il voto al rappresentante è una sicura forma di esercizio della democrazia sono del tutto infondate poiché non tengono conto degli aspetti sostanziali delle scelte delle persone. Senza mettere in discussione la modalità pratica della votazione (come una forma, tra le altre, di selezione), occorre però avere come parametro principale la volontà e la partecipazione sostanziale alle scelte collettive. La maniacale attenzione alla pura procedura è il primo passo per abbandonare fin dal principio una via politicamente veritativa. Allo stesso modo l’utopia della democrazia totale che elimina del tutto la distanza tra ogni singolo uomo e il potere è un’illusione che può portare facilmente al suo rovesciamento in forme di tirannide e di soggezione implicite (e per questo ben più subdole e meno controllabili). Una volta che, trascorsa la fase di maggior tensione trasformativa, una società si assesta a partire da strutture socio-economiche determinate, ispirate da una determinata etica, viene sancita una base ordinativa stabile il cui rovesciamento presuppone nuovi processi trasformativi complessi. Su tale ordinamento comunemente accettato si costruisce il dialogo sociale veritativo come forma di partecipazione attiva del popolo al potere, come forma di democrazia, nel senso più autentico del termine. Naturalmente tutto questo non implica che non debba essere possibile mettere in discussione le basi costitutive della società in cui si vive, ma significa che una simile messa in discussione avviene in via straordinaria come rottura di una tradizione comunemente accettata. Del resto ciò che è richiesto ai rivoluzionari di oggi nei confronti dell’ordine vigente è esattamente questo. Ogni sistema, dal più orrendo al più nobile, cristallizza sé stesso nel tempo.

La verità condivisa come unica arma efficace contro l’inesorabile degradazione antropologica indotta dal capitalismo

Chiariti alcuni concetti fondamentali sull’essenza della verità, sulla sua comunicabilità e il suo esercizio condiviso in chiave politica, resta la spiegazione del perché un approccio veritativo è l’unica arma possibile per opporsi coerentemente alle dinamiche distruttive scatenate dal capitalismo. La lotta contro l’ingiustizia, che è parte integrante della verità, da sola non può bastare per respingere la furia delle relazioni capitalistiche fondate sull’illimitatezza. La mercificazione totale della vita sociale sottoposta alla valorizzazione del capitale, oltre a causare mostruose ingiustizie produce, infatti, un gravissimo tentativo di alterazione e manipolazione della natura umana, plasmando l’essere umano a propria immagine e somiglianza, strappandogli l’anima e i suoi stessi caratteri costitutivi. Lo sradicamento forzato di milioni di persone dai propri luoghi, la flessibilizzazione dei ritmi di vita, la forma mentis mercantile imposta per sopravvivenza o per emulazione, la perdita di valore del sacro, la relativizzazione di ogni cosa, l’induzione al consumo compulsivo e alla dipendenza: tutto ciò deforma artificialmente l’essere umano piegandolo alle esigenze di valorizzazione del capitale ed agli automatismi della società di mercato. E tutto questo avviene in nome della libertà: di espressione, di azione, di opinione, di stampa, di scelta. Il dogma della libera scelta avvelena l’animo umano iniettandogli il veleno delle infinite potenzialità come consolazione infinita di una vita che non trova senso. Le strutture sociali offendono l’uomo nella sua integrità e nella sua natura, ne minano i fondamenti ontologici mettendoli continuamente alla prova. Si potrebbe obiettare: come può, quella che in fondo è una creazione umana minare i fondamenti dell’ontologia umana? Se è l’uomo stesso l’artefice delle strutture sociali, evidentemente l’ontologia umana comprende, nel suo spettro, anche la possibilità di creare questo tipo di strutture. A tale obiezione relativistica occorre rispondere che l’ontologia umana è una condizione in potenza che, proprio per la peculiarità della condizione umana (totalmente diversa da quella animale) può anche essere minata dall’uomo stesso attraverso un processo di disumanizzazione (immaginiamo l’esempio estremo di un uomo abbandonato fin da piccolo nelle giungla e privato di relazioni affettive e sociali- il chiaro e più limpido esempio di disumanizzazione forzata). L’uomo può cioè arrivare ad uno stadio di alienazione così avanzato da perdere sé stesso, uscire da sé, alterando la propria stessa natura (in tutto o in parte). E tanto più può alienarsi da sé al livello sociale per l’inevitabile distanza che si crea tra persona e sistema e la conseguente invisibilità dell’essenza del sistema. Sia chiaro, non sostengo assolutamente che l’ontologia umana sia bontà pura, amore puro e disinteresse puro. Essa è, invece, complessa ed intrisa anche di elementi di egoismo, egocentrismo e puro istinto di sopravvivenza. Tali elementi coesistono però con il bisogno di relazione
la necessità di dare e ricevere amore, il bisogno di trasparenza, di giustizia, di pace, di ordine, di equilibrio e il bisogno di eternare il proprio spirito e di pensarsi come esseri universali rispetto all’umanità. 
Laddove un sistema sociale esalti sistematicamente gli elementi egoistici e di disequilibrio, isteria e inquietudine nell’essere umano, sta contribuendo a demolire la complessità della sua natura e a deprimere le fonti primarie della sua più intima realizzazione. Se si conviene nel definire “vera” l’ontologia umana nella sua complessità e se si conviene nel definire “vere” e indiscutibilmente “vere” le fonti della realizzazione più profonda dell’uomo è chiaro che un sistema di relazioni sociali che ne mina i fondamenti è un sistema che mina la verità dell’uomo. E se si conviene nella possibilità di distinguere il bene dal male come verità e non come punti di vista soggettivi puramente funzionalisti e relativi, è chiaro che un sistema di relazioni sociali che induce (anche se limitatamente ad un piano specifico dell’esistenza) alla realizzazione del male, è un sistema cattivo. Falso e cattivo dunque! E non soltanto ingiusto! La riaffermazione di una verità sulla condizione umana, sulla sua realizzazione più intima, sui suoi bisogni, su ciò che è bene e ciò che è male per l’Uomo è allora il più alto gesto di opposizione radicale al nichilismo espresso dalle relazioni mercantili svuotate di senso della società odierna. Affinché tale gesto diventi arma politica di trasformazione al servizio degli uomini, occorre organizzazione e volontà.
 
Note
(1) Il che non significa affatto disprezzo per la forma che, anzi, è essa stessa partecipe della verità (guai a considerarla un elemento neutrale), ma significa semplicemente capacità di scavare nel fondo di ogni forma e tradizione per universalizzare la verità nella sua sostanza primaria.
 

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