L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 ottobre 2019

L’eccitazione per una caviglia infiammava le notti

My generation



Roma, 25 ottobre 2019

Fà ddiesci mijja e nun vedé una fronna!
Imbatte ammalappena in quarche scojjo!
Dapertutto un zilenzio com’un ojjo,
che ssi strilli nun c’è cchi tt’arisponna!
 


Dove te vorti una campaggna rasa
Come sce sii passata la pianozza,
senza manco l’impronta d’una casa!
 


G. G. Belli, Er deserto 

La mia generazione, e qualche suo sparuto dintorno, vomitate, senza troppi affanni, fra i Sessanta e i Settanta, sarà l’ultima a conservare, intimamente, immediatamente, naturalmente, brandelli dell’Antico Ordine.

Una mia vecchia insegnante fu, in tal senso, una delle prime a segnalare la dissoluzione. Si sta muovendo qualcosa, mi disse. Qualcosa. La smobilitazione, il riflusso definitivo. Lei, che aveva votato per decenni al Centro (Partito Repubblicano o Liberale: La Malfa e Malagodi, se tali nomi riescono ancora a dire qualcosa a qualcuno), annusava lo sbraco. Era il 1993. Le pagliacciate romene, cecoslovacche, ungheresi, eltsianiane volgevano al termine: la disfatta rilevava su ciascuna tavolata, a destra, a sinistra, nel mezzo; e sottosopra. Non c’erano strade, solo una. L’unica strada possibile di lì a mezzo secolo, a oggi: e oltre, oltre Giove e l'infinito.

Il comunismo quale estremo katechon si insinuò nella mia coscienza intellettuale; mi convinsi che, al di là dei caporioni, un mondo di due secoli svaniva per lasciar posto a niente.

Perché di questo sono sicuro: col comunismo scomparve anche il capitalismo. E ogni ideologia concorrente al Nulla. Non è capitalismo, il nostro, bensì una dittatura. E le dittature, pur se originano da luoghi diversissimi, e da premesse inconciliabili, remote le une alle altre, finiscono per assomigliarsi tutte. L’ansia del controllo le uniforma straordinariamente.
Il capitalismo americano (la casalinga con la lavatrice, le opportunità date all’immigrato inteso come cittadino del globo, la guerra alla burocrazia - it’s easy! -, il self made man, il pragmatismo come antidoto al bizantinismo europeo) ovvero il ciarpame ideologico che ci hanno costretti a digerire dal 1945 in poi, risultò così vittorioso, splendido nell’affermazione totale, inoppugnabile, che dovette gettare la maschera e, in assenza di deuteragonista, mostrarsi per quel che era in nuce: una dittatura. Una dittatura che, mercé lo sbalorditivo progresso delle tecniche di controllo, si appresta al volgere risolutivo delle premesse ovvero a ciò che nella tragedia è detta: catastrofe.

So già cosa penserà qualche lettore. Il lettore medio del web, intendo, quello che usa un vocabolario di trecento parole e salta quattro righe su cinque lasciandosi guidare da alcune parole chiave che occhieggia qua e là lasciandole poi filtrare dal proprio pregiudizio: questo rimpiange il comunismo!

Il comunismo! I gulag! I bambini bolliti! I passeri di Mao! Il grigiore dei condomini funzionali! Li rimpiange! CCCP! SSSR! Il piano quinquennale! A ja ljublju SSSR!

Ma qui non si rimpiange alcunché, solo la mancanza di alternative, di vita alternativa. Il socialismo, comunque inveratosi, fu una scelta alternativa, maturata in due secoli. Il socialismo. Oliver Twist. La vita media delle operaie inglesi: ventisette anni. Rimpiango la mancanza di queste parole precise: il mondo è questo, ma io sono altro, credo in altro, voglio altro. Rimpiango, poi, uomini e donne, che, pur non sapendo nulla di Lenin e Marx, divennero gli araldi di quell’alternativa: compagni, morti con le scarpe rotte, la schiena rotta, le budella straziate dai reagenti; e però rimpiango anche certi preti, morti di fatica, per le responsabilità gravose, consunti dal dubbio e dalla consapevolezza dell’ingiustizia; rimpiango i borghesi timidi di Giustizia e Libertà, sempre minoranza, i fascisti poveracci, pure loro in minoranza, minoranza nella minoranza, incancreniti dalla sconfitta o persi nella nostalgia o traditi dagli idioti coi soldi che giocavano a fare i fascisti.

Le idee, che erano tali perché recavano senso alla vita, non potevano essere oggetto di compromesso, compravendita o transazione. Le idee immortali plasmavano persino il fisico degli uomini e delle donne; si riconosceva subito una famiglia democristiana; o quella fascista o comunista o sottoproletaria. Le giacche, le gonne, la quieta eleganza, la sfacciataggine di un taglio di capelli, la volgare trasandatezza – ogni particolare denotava una stazione antropologica dell’Italiano.

E questo la mia generazione l’ha vissuto, e respirato. C’era l’Italia, da tre millenni; la si calpestava ogni giorno; ma si era diversi, ognuno irriducibile all’altro; la gerarchia sfaccettava ulteriormente i tipi sociali sino a una ricca congerie umana altrimenti detta: popolo.

Scendevo le scale di casa, mi incamminavo a piedi, a sei anni, lungo una strada del suburbio romano, la via Boccea. Ma la Boccea si chiamava così dall’Ottocento, almeno nella toponomastica; prima era la medioevale Buccea, prima ancora la romana Cornelia e prima ancora una via etrusca, forse riadattata dal 1000 a. C., per gli indigeni e gli aborigeni laziali che sacrificavano animali e bambole del grano nei solchi conquistati da Enea.

Wikipedia: “Gli Aborigeni (in greco: Ἀβοριγῖνες, in latino: Aborigĭnes) sono indicati dalle antiche fonti storico letterarie come tra i più antichi abitanti dell'Italia Centrale”.

Non sopporto i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz funk inglese e neanche la nera americana”, così canta il maestro Franco Battiato; personalmente, poiché amo detenere un centro di gravità permanente, non sopporto chi, in luogo di 1000 a.C., usa scrivere 1000 p.E.V. Lo trovo stupido, anzitutto, e poi vile. Solo un poveraccio può inorgoglirsi per queste trovate da saltimbanco illuminista.

Scendevo le scale del condominio; ogni piano riservava, già nel primissimo mattino, un vago odore di cucina: brodo, soprattutto, carni lesse, minestre vegetali, messe a bollire per il pranzo; l’ascensore non lo si poteva usare poiché ogni discesa e risalita costava dieci lire: da imbucare nell’apposito macchinario. Dieci lire erano poca cosa: una partita a flipper o una ciambella ne costavano cento! Eppure le regole in casa queste erano: il troppo stroppia; una sapienza piccolo borghese che i miei condividevano con Apollo: nulla di troppo. L’etica consisteva in questo: nel mai recedere ai principi pur di fronte a piccinerie come i dieci soldi per l’ascensore, nonostante i cinque piani. A pioggia venivo investito da altri divieti: la pizza, a esempio. All’uscita da scuola, giusto per fare un po’ di rumore con gli altri compagni e allungare la bisboccia sino a casa, ci piaceva comprare la pizza. Ma la pizza, nel mio caso, aveva da essere bianca: cento lire (ancora!) di pizza bianca. O anche cinquanta! La pizza rossa, o con le patate oppure con la mozzarella (una prelibatezza sardanapalesca), costituiva un oltraggio al pudore dell’economia familiare. Perché? Nessuno, in famiglia, avrebbe mai potuto concettualizzare e nemmeno giustificare questo sentimento; la pizza dopo scuola, insomma, era già un lusso (si cenava dopo quattro ore, potevo aspettare!); la pizza con la mozzarella, poi, era uno schiaffo alla povertà, al decoro, a Dio e, pertanto, avrebbe calamitato su di noi la ritorsione del Dio della ritenutezza e della mediocrità, del risparmio silente, del nulla di troppo.

In questa ricerca della frugalità, spinta sino all’avarizia, si ritrova la fame ancestrale e gl’istinti di sopravvivenza, concresciuti nei secoli. La “scarpetta” ne è una manifestazione: ripulire il piatto. L’avanzo era indizio di peccato; mortale; l’unica redenzione consisteva, quindi, nel mangiarlo, il giorno dopo, unticcio e riscaldato in padella, il calore a sciogliere le salse cagliate, o a bagnomaria, col piatto sulla pentola d’acqua che, lentamente, si preparava ad accogliere il maccherone eterno.

Ma qui, in tale renitenza feroce a una pur minima ostentazione di benessere, alla ripulsa religiosa verso l’esibizionismo, rintracciamo la qualità migliore dell’Italiano antico - attitudine atavica, sbeffeggiata, infatti, dai nuovissimi intellettuali di sinistra (i progressisti si ritenevano inevitabilmente superiori alla fanga provinciale) e di destra (che vellicavano lo strapaese solo per moda: poi andavano a cena nei ristoranti di lusso).

Una qualità, la modestia, che i nostri pensatori hanno ridicolizzato, mentre, altri, più furbi o più accorti, invece, decantarono. Gli Inglesi di nuovo conio (postscespiriani), a esempio, e gli Americani, loro figliocci degenerati, questi pezzenti del pensiero, ne fecero un punto filosofico centrale: etiche protestanti, animal spirits, Adam Smith, calvinismo come motore del capitalismo virtuoso; sì, ne inventarono parecchie, gli Angloamericani; e gli intellettualini italici riportarono servilmente tali magri bastoncini, da botoli della cultura quali furono (e sono), poiché una locuzione inglese, la locuzione dei padroni, vanta una autorevolezza inevitabile (il mondo pare nascere con loro, alla fine del Settecento) e arricchisce sempre il curriculum degli accademici coi piedi sulla scrivania; per tacere, è evidente, dei giochi di parole crucchi, i giochi di parole col trattino (esser-ci, Dasein), inesplicabili come un rebus di Orofilo, l’eccezionale enigmista, e, per tal motivo, resistenti a ogni interpretazione sensata: tanto da generarne, infondate, altre mille, e conferire al rospo filosofico una ricchezza polisemica inesistente.

Nell’Italia trimillenaria si ritrova tutto, nulla si inventa fuori di lei. Ecco il nuovo patriottismo. L’Italia è un libro in cui ogni evento confluisce, prima o poi, o è presagito da altre parole e con altre parole, o si è già compiuto ed è stato dimenticato. E chi è vissuto in Lei certe scienze le recava nel sangue.
Solo ora, in tempi di tradimenti, i traditori hanno negletto quel sapere per omaggiare il Nulla e la superficialità.

L’etica del lavoro, cristiana e provinciale, italianissima, l’avevamo in noi, formata, dura e imperiosa; solo dei mestatori di professione o degli sciocchi ci hanno trasformato in un popolo di sfaccendati e fatalisti. L’Inglese e l’Americano producono; l’Italiano aspetta lo Stellone col sombrero da pennichella: così ragiona il filosofo, l’economista, il politico di nuovo conio, assoldato col nuovo conio per dileggiare la grandezza.

E così ci convertirono all’efficienza. Ma, come ognuno di voi può vedere, giorno dopo giorno, da quando si è divenuti efficienti, di un'efficienza nordica o americana o crucca, la voglia di lavorare, inventare e creare, da sempre nel genotipo morale dell’Italiano, è via via svaporata: sino al disastro attuale, in cui possiamo constatare, de visu, la totale, irrefrenabile, voglia di ponte o vacanza, a qualsiasi livello, in ossequio, ovvio, all’etica protestante del lavoro. Al contrario.

E il flipper? Amavo quel gioco, sul serio. Una sera mio padre, assai distratto, mi concesse settecento lire per alcune partite. Lo scopo occulto di tanta prodigalità consisteva nell’allontanarmi dai tavoli in cui si gustava una partita dell’Italia. E così giocai sette partite di seguito, lunghissime, poiché costituite da cinque palline cadauna. Quando mia madre lo venne a sapere, per un bofonchiamento di troppo, si scatenò l’inferno. Settecento lire? Sai quante fettine ci prendo con settecento lire? Le fettine, le ambite fettine di vitella, chez le boucher, sotto casa, che lei aveva da indicare, col dito contadino, le parti migliori, e il grasso da scartare: per non farsi fregare sul peso. La fettina, da panare magari, e schiacciare, condita di limone, tra due spesse tavole di pane ternano: pranzo ambito, o subìto, da moltissimi.

Dei pantaloni dismessi, dei maglioni languidi per troppi lavaggi e indossi, maglioni di cugini già cresciuti, delle toppe al culo e delle avitaminosi biafrane, già parlai in altra occasione. Di noi ragazzetti, bassi, tozzi, pelosi, sgraziati e storti, anche. Non ambisco a rendere quel periodo un feticcio da adorare. Si era così, umani, Italiani, diversi l’uno dall’altro; l’ingiustizia sociale serpeggiava anche allora, ma numerosi scogli d’approdo affioravano nel mare tempestoso dell’esistenza: i parenti, il welfare e la campagna, cornucopia ubertosa e prodiga: la campagna viterbese, ovvero gli antenati non ancora inurbati, che elargivano olio, vino, uova, ortaggi e frutta, generosi coi figli e, soprattutto, coi nipoti, grazie a quel cordone ombelicale che non s’era certo reciso col nostro esodo. Le scarpe erano alla buona, sformate da subito, la lingerie da moccioso solcata da cicatrici da rammendo formidabili; si studiava, si giocava; io amavo, soprattutto, le luci della sera.

L’autunno morente regalava i primi refoli freschi, al tramonto, quando si usciva per andare in chiesa, al catechismo, catechismo cristiano, d’una dolce persuasione gozzaniana; il fulgore quieto dei bulbi di lampadina, d’un giallino pallido e pievano, umile, a rischiarare i corridoi, modesti e consueti, di aule e stanzette parrocchiali; i quadernetti, le litanie; il piacere di avere una seconda classe da condividere, altri amici, altri incroci di genti: abruzzesi, campani, molisani; la ragazzetta malvestita all’ultimo banco, già afflitta da una leggera peluria che aureolava i contorni delle labbra; il ritorno a casa, quando piovigginava, la via lustra come uno specchio, a riflettere gli ansimi dei lampioni, il cik ciak delle suole, le vetrine offuscate, il gusto nello sbirciare decine di vite: a indovinarle oltre le finestre.

Nell’adolescenza ci si innamorava vanamente, per accensioni improvvise e brutali. L’eccitazione per una caviglia infiammava le notti. Si era dei monellacci disposti a tutto, per quella caviglia. E spesso ci si contentava: non è forse bello rimuginare su quelle linee celestiali, così, senza avere nulla in cambio? Anzi, avrei riflettuto dopo, non fu amore purissimo quello che non ebbe nulla in cambio, nemmeno un bacio?

Così andavano le cose nel millennio scorso. Ma a noi piaceva così. I fumetti, i giornalini, le figurine, certo, e poi le biciclette, i motorini; meccanici provetti, sempre con qualche ferrovecchio fra le dita: un freno, un cuscinetto a sfera, una vite, un pedale, uno spinterogeno, una marmitta. Arrivai all’esame di scuola guida con la sapienza d’un apprendista di bottega. Motorette, bici e primi catorci da maggiorenni ce li riparavamo e miglioravamo da soli. L’arte d’arrangiarsi ancora sobbolliva in ognuno. Si andava a caccia, a pesca. Parecchi riconoscevano alberi, erbe e funghi. Si intratteneva un rapporto leale con gli animali, da veri animali, pari a pari, cani cavalli gatti corvi, poiché tale mozione dell’animo faceva parte di un circolo mitico che tutto ricomprendeva.

Puzzavamo? Me lo chiedo spesso, in epoca di igienismo nichilista. In campagna non si aveva acqua calda, né bidet; il trastullo di un bagno lo si viveva una volta al mese; il risciacquo delle pudenda la sera, in una conchetta usata da tutti, dopo la giornata passate nella polvere. I miei nonni si lavavano? E chi lo sa. Si mangiavano animali immondi, lumache, gamberacci di fiume, cervella fritte, fegati sommersi dalle cipolle selvatiche. A ripensarci, qualcuno è preso dai brividi: trogloditi, si era, altro che uomini! Bifolchi. I campagnoli entravano a contatto con la civiltà solo durante il servizio militare: antibiotici e pasti regolari trasformavano quei fasci di nervi in individui quasi prestanti, appena insidiati dalle mollezze del benessere. Circolavano aneddoti sugli Aborigeni della Tuscia di stanza nel Nord, a marciare e bestemmiare col fucile in spalla: avidi della pasta al ragù servita alla mensa, tanto da divorarne più porzioni, cinghiali capaci di addentare, famelici, spezzatini e patate arrosto, sotto gli occhi sbalorditi delle Terese e delle Emilie nordiche, scandalizzate e divertite da tali rustici migranti. Migranti che ci provavano pure, con le Emilie e le Terese, con minuetti bestiali d’accoppiamento che riuscivano a far sembrare la monta degli stalloni un rituale di corteggiamento stilnovista. Ineducati, rozzi, ottusi, i miei campagnoli attraversarono l’Italia sempre derisi, ma ferocemente vitali, di una vitalità insopprimibile, compressa da millenni di servaggio e furberie da Bertoldo.

La voglia di vivere, ovvero: di sopravvivere, formò Italiani ignoranti e decisi a tutto, dai tratti ruvidi e repellenti, ma forti di una volontà tetragona distillata negli andirivieni terribili della vera Storia. Vitalismo.
Italiani. Gli Italiani che conobbi io, uno degli ultimi dell’ultima generazione.
Le ragazze, dai tredici in su, andavano a servire presso i nobili o gli arricchiti di Roma e Viterbo; fameliche anch’esse, con varie sfumature, tornavano benestanti o incinte di figli bastardi; ladre, virginee, maliziose a un tempo, lasciarono sul limitare della vita o fregnoni retrogradi, pelosi e ostici, oppure il figlio del peccato, diverso nel fenotipo, poiché da ascrivere a lombi più raffinati. Anche i preti, allora non tocchi dall’omosessualismo, anzi, decisi a infilarsi in ogni pertugio dell’anima e della mutanda, lasciarono elementi di spicco nel bestiario paesano: ancor oggi, gli occhi languidi di qualche Don risplendono nei volti di cinquantenni o sessantenni, frutti dell'incontinenza concepiti fra una confessione e un Salve, o Regina.

I campagnoli che invasero le città nel dopoguerra se la passarono bene. Tra questi fregnoni, cooptati dallo Stato e dal parastato come infermieri, guardie, carabinieri e quant’altro, vanno contate le origini dei miei giorni. Il babbo e la mamma d’Alceste, scesi dai monti della brutalità a metà anni Sessanta, ignari di tutto, del diaframma e dei Beatles, della televisione e dei termosifoni, ebbero il vago piacere di ritrovare il parentame già insediato: riconosciuto forse all’odore, contribuì, secoloro, a costituire piccole enclavi di terroni della Tuscia. La domenica, a qualche rimpatriata, tali armenti, rumorosi, pletorici e ridanciani, separati doverosamente i generi sessuali - i maschi a scolare da una parte le residue fiaschette, fra le molliche e le ossa degli animali morti, divorati brano a brano, le femmine a rigovernare dall’altra, pettegole e livorose contro qualche elemento del proprio genere, di solito una ragazza madre o una cornificatrice, e i figlioli, che non avevano sesso, ma erano bestioline irrazionali, fortunate a vivere l’ultima epoca da bazza della nazione - tali greggi si raccontavano, divertite e con una punta d'imbarazzo, episodi da novelletta trecentesca, la più trascurabile e grassoccia.
Quella sullo zio, a esempio, appena arrivato a Roma, che, trovatosi a passeggiare lungo la popolosa via Tuscolana, salutava ossequiosamente i manichini delle vetrine, scappellandosi cerimoniosamente, intimorito dalla loro aristocratica fissità in gabardine; o sull’altro, Piero, recato per la prima in vita sua, a settant’anni suonati, in un ristorante: lo zio Piero, ombroso e scostante, che, per non incomodare il cameriere (lo credeva un mezzo sergente), e vergognandosi dell’osso della bistecca residua nel piatto, ebbe a gettarlo dalla finestra, credendosi alla chetichella, sotto gli occhi atterriti della borghesia indigena di Prati, ormai convinta del ritorno dei Goti; o su Nina, sorella minore d’una parente stretta che, già al servizio d’un importante generale dell’Esercito, cercava di raccomandarla per un posticino da sguattera; indotta, la Nina ovviamente, verginella e quindicenne, a vivamente ossequiare il Grand’Uomo appena l’avesse intraveduto, ebbe, purtroppo, a seguire il consiglio con troppo zelo: lasciata nelle frescure delle ombre all’ingresso, prese timidamente ad avanzare, per pochi metri; fin quando, nel ritaglio della larga porta d’ingresso al salotto, se lo trovò davanti, El General in persona, con vestaglia inappuntabile, possente e arcigno, assiso presso la scrivania, massiccia a autoritaria al suo pari, a disbrigar qualche faccenduola da caserma. E lei, da lontano, timidona ed esitante: “Buongiorno, buongiorno signor generale!”. Egli, alzati gli occhi dagli scartafacci ministeriali, borbugliò un distratto “Buongiorno!”, evasivo e tagliente, chiedendosi, forse, sovrappensiero, chi diavolo fosse quell’ennesima derelitta denutrita che la moglie gli metteva in casa. E la sventurata, ingobbita dalla deferenza e dallo shock della rivelazione generalizia, a rientrare lentamente nell’ombra; per recederne, ahi!, qualche minuto dopo e inglobare nuovamente alla vista, lei malgrado (non ci si poteva sottrarre!), quella figura severissima: “Buongiorno, buongiorno signor generale!”. E lui, dopo uno sbarracamento totale degli occhi da gufo: “Buongiorno!”, sospeso tra scocciatura e incredulità, il foglio candido e leggero - seppur onusto di responsabilità - ripiegato fra le dita nocchiute. E la Nina ritornava, ne era costretta, povera anima, fra le oscurità dell’ingresso patrizio: dove, però, tra portaombrelli, guardaroba, comò e larghe specchiere di gusto liberty, paurose a guardarle, povera bimba!, c’era poco spazio anche solo per girarsi, nella lunghissima attesa. E così la Nostra si sottopose al ferro rovente d’una terza scappatina alla luce, cosa poteva fare?, quando, ancora!, El General la sorprese: e lei, fedele alla consegna: “Buongiorno, buongiorno signor generale!”, per poi ritornare, come un cagnolino bastonato, nell’atra indifferenza dei penetrali. E la cosa sarebbe andata avanti per una mezz’ora o più, se, al quinto “Buongiorno!”, dalla formulazione sempre più flebile e incespicante, a dir la verità, il condottiero di fanti senza più guerre non avesse sbottato, rivolto alla moglie, alla figlia racchia e al resto della servitù, sperduta fra le dieci ampie stanze della casa e compresa dalle incombenze mattutine, uno stentoreo e inequivocabile: “Ma si può sapere chi è questa stronza?”. E il parentame raccontava la scenetta divertendosi un mondo, ah ah ah, oh oh oh, con un retrogusto amaro, certo, poiché anch’essi, a diversi livelli, avevano subito umiliazioni di tal genere. Ma nessuno aveva a ridire su quello, era gente fatalista, e, perciò, reazionaria, che accettava di buon grado la discriminazione di classe, generatrice di stipendi sicuri e obliteratrice di campi, zappe e merda di cavallo. Sì, il Generale lo amavano, con sincero servilismo, come il bisnonno mezzadro adorava il marchese latifondista - e lo si amava, il Generale, assieme all’industrialotto, al caposervizio, al maresciallo scelto, al vescovo: fosse stato per loro, fascisti, monarchici e democristiani d’acciaio, li avrebbero fabbricati in serie, i generali e gli altri prevaricatori, a sancire una piramide sociale inalterabile e perfetta, che dava da mangiare a tutti, e sarebbe stata tramandata a figli e nipoti rachitici, maledetti i comunisti che vogliono la parità, e ancor più maledetti i giovani che vogliono il progresso; perché il progresso, e avevano ragione da vendere, non si mangia la domenica.

La domenica, passata l’oretta buona per santificare le feste, ci si inoltrava nella campagna romana, distante pochi chilometri. La cicoria, gli asparagi, persino more e lamponi. Nessuno pareva reclamare nulla; prati e campi non possedevano staccionate; era sconosciuto l’uso di cartelli di divieto. Vigeva, insomma, una sorta di ius secolare per cui proprietari e latifondisti permettevano la raccolta dei frutti spontanei della terra, senza pretendere alcunché, così come, sin dall’Alto Medioevo, il signore o il vescovo concedevano ramaglie, ghiande e piccola selvaggina per la sussistenza di contadini e poveri cristi vagabondi.
Si camminava per ore, a scendere e risalire minuscole forre; pranzi e merende improvvisati prolungavano tali diporti sino al tramonto quando l’azzurro si insinuava lento nelle pieghe delle cose: di ogni cosa. L’azzurro che fece gioire Dante nel primo canto del Purgatorio e ispirò parte della teoria dei colori degli Impressionisti; azzurro, lapislazzulo, tessere apparentemente trascurabili, ma decisive, d’una mirabile immagine musiva.

Spesso, su qualche collinetta, dopo il taglio del fieno o le arature, il profondo della terra, umido e ricco di ciò che fummo, ridonava alcune pietruzze: azzurre, rosse, grigie, ocra. Una villa suburbana era, forse, nei pressi, sbriciolata dall’imperio del tempo: frantumaglie di marmo, mosaici, particole di capitelli e stele funerarie. Si viveva, noi ignoranti, ancora a contatto con un passato che donava senso. D’altra parte i Fabius, i Valerius, le Cornelia o i Basilide eravamo noi.

Si tornava, al tramonto, con ciuffi d’asparagi selvatici, riuniti in fascette: asparagi selvatici, dai lunghi gambi e le teste dolcemente reclini. Il sole allagava l’orizzonte, senza calore, eppure vivo e compagno. Il moto degli astri sanciva azioni e sentimenti riconosciuti eterni poiché all’eternità d’essi ci si affidava, inconsapevoli: il cuore batteva all’unisono con tale battere e levare - una pulsione talmente naturale da non essere mai interrogata. La musica delle sfere celesti agiva presso di noi.

In quei momenti nacque in me il fascino schiacciante del passato. Dapprima insondabile, poi chiarissimo nel suo svolgersi interiore. Ogni viaggiatore, italiano o straniero, sorpreso nelle campagne brulle del suburbio romano, ebbe ad avvertire tale Stimmung; un molcere del cuore, una lusinga inspiegabile dei sensi, e un grato e soave balsamo agli affanni del vivere. John Ruskin annotò: “Forse sulla terra non c’è spettacolo più solenne della solitaria vastità della campagna di Roma alle prime luci della sera”. Lo struggimento dell’uomo nell’infinito, in quei momenti, coincideva con l’ansia di dissolvimento nella divinità simbolizzata dalla grandiosità dell’astro che cadeva a occidente, terra dell’oscurità. E questa commozione fortissima veniva raddoppiata dalla solitudine della campagna, in cui vivevano i ruderi degli imperi passati: a esacerbare ancor più quel senso di finitezza, assieme dolce e tragico, dell’uomo, solo di fronte a Dio, alla Natura imperiosa, al trascorrere del tempo inclemente e al cospetto della Morte, onnipotente, ancella della Divinità. E la tragedia era dolce, poiché faceva giustizia di tutto, con gesto equanime, a livellare poveri e potenti, a riconciliare sé stessi con le cose della gloria, imprigionando felicemente ognuno in una pantomima senza fine, inscalfibile, mitica. La durata e la giustizia di nascite e morti, santificate da Dio, risarciva della brevità e del dolore. Si accettava tutto questo, a capo chino, senza arroganza. 

La luce della sera rischiarava i rivi, lacerti di casali, ruderi, cippi funerari. Allora non capivo questo stringersi commosso dell’animo. Ora, invece, so, con certezza, l’origine di tale perturbante malia: quella dell‘assenza.
San Pietro, Sant'Ivo alla Sapienza, l'Eur fascista, Coppedé, l'apparizione del Colosseo dal Colle Oppio o dai Fori Imperiali sono presenze totali, irrefutabili, che muovono all'ammirazione incontrovertibile.
Le Terme di Caracalla, il Palatino, Ostia antica, con le rovine imponenti e mute, inducono già a un rispettoso silenzio, a un disagio spirituale che si fa lentamente metafisica.
E però, ancora più profondo, v'è il fascino dell'assenza.

La campagna romana, quella vasta e inesauribile nei dintorni della città, la riassume potentemente. Le piane apparentemente deserte, brevemente interrotte da muriccioli sbriciolati di antiche villae; ponticelli nascosti fra la vegetazione; improvvise, stagliate contro l'inalterabile azzurro del cielo, le residue e immani arcuazioni di un acquedotto: l'assenza, allora, testimonia d‘una grandiosa presenza, quasi del tutto dileguata. Qui la bellezza è solo intuita e, perciò, rimpianta.

Questi reperti, queste strazianti rovine del passato, che io amo profondamente, invitano perciò alla riflessione più alta ovvero all’irruzione senza sconti della tragedia umana. Una singola pietra, pur reietta, è parte del lascito d’un mandala sacro che il tempo, o un dio sapiente, s’incarica di devastare definitivamente per ricordarci la totale vanità dell’esistenza.

Le tessere dei mosaici le ho ancora qui con me. Quando ancora avevo voglia di vivere, e qualche speranza, volevo farne collane o braccialetti da regalare alle pargole, pensate un po'.
Ero pazzo, con tutta evidenza - pazzo di speranza.
Si è soli, definitivamente.
 

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