L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 11 ottobre 2019

Milosevic un patriota accusato dai mass media servi delle peggiori nefandezze

Il discorso del premio Nobel Peter Handke al funerale di Slobodan Milosevic


Tratto dal sito del Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia proponiamo il discorso tenuto dallo scrittore Peter Handke, insignito del Premio Nobel per la Letteratura, al funerale di Slobodan Milosevic

Il discorso integrale dello scrittore austriaco sulla tomba di Milosevic

LIBERATION.FR : giovedì 4 maggio 2006 - 18:24

Il 18 marzo, Peter Handke si è recato al funerale di Slobodan Milosevic. Ecco la versione integrale del discorso che ha letto per l'occasione, e che ha in seguito inviato al giornale tedesco «Focus».
Le annotazioni tra parentesi sono sue.
«Avrei desiderato non essere l'unico scrittore qui, a Pozarevac.
Avrei desiderato essere al fianco di un altro scrittore, per esempio
Harold Pinter. Sarebbero state parole forti. Io non ho che parole di
debolezza. Ma la debolezza si impone oggi, in questo luogo. È un
giorno non solo per le parole forti, ma anche per parole di debolezza.
»(Ciò che segue è stato pronunciato in serbocroato - testo redatto da
me medesimo! - e ritradotto in seguito da me stesso in tedesco). Il
mondo, quello che viene chiamato il mondo, sa tutto sulla Jugoslavia,
sulla Serbia. Il mondo, quello che viene chiamato il mondo, sa tutto
su Slobodan Milosevic. Quello che viene chiamato il mondo sa la
verità. Ecco perchè quello che viene chiamato il mondo oggi è
assente, e non solamente oggi, e non solamente qui. Quello che viene
chiamato il mondo non è il mondo. Io so di non sapere. Io non so la
verità. Ma io guardo. Io ascolto. Io sento. Io mi ricordo. Io
interrogo. Per questo io oggi sono presente, con la Jugoslavia, con
Slobodan Milosevic». 

Con il suo discorso, Handke ha inviato a "Focus" un testo d'accompagnamento, che ha intitolato: "Le ragioni del mio viaggio a Pozarevac, in Serbia, sulla tomba di Slobodan Milosevic"

<< Contrariamente all' "opinione generale", di cui metto in dubbio il
carattere generale, non ho reagito "con soddisfazione" alla notizia
della morte di Slobodan Milosevic, essendosi peraltro verificato che
il tribunale ha lasciato morire il prigioniero imprigionato da cinque
anni in una prigione cosiddetta "a cinque stelle" (secondo i termini
usati dal giornale francese" Liberation"). Mancata assistenza a
persona in pericolo: non è un crimine? Riconosco di avere provato, la
sera che seguì la notizia della sua morte, qualcosa che somigliava a
dispiacere e che fece germinare in me, mentre andavo per piccole vie,
l'idea di accendere da qualche parte una candela per il morto.
E le cose sarebbero dovute restare là. Non avevo l'intenzione di
rendermi a Pozarevac per la sepoltura. Alcuni giorni più tardi, ho
ricevuto l'invito, non dal partito, ma da membri della famiglia, che
del resto assistettero in seguito, la maggiorparte, alla sepoltura,
contrariamente a ciò che è stato detto.
Ovviamente, questo mi ha indotto a fare il viaggio meno che le
reazioni dei mass media occidentali, completamente ostili a Milosevic
(ed ancora più ostili dopo la sua morte), come pure del portavoce del
tribunale e di questo o quello "storico".

È stato il linguaggio usato
da tutti loro che mi ha indotto a prendere la strada. No, Slobodan
Milosevic non era un "dittatore". No, Slobodan Milosevic non deve
essere qualificato come "macellaio di Belgrado". No, Slobodan
Milosevic non era un "apparatchik", né un "opportunista". No,
Slobodan Milosevic non era colpevole "senza alcun dubbio". No,
Slobodan Milosevic non era un "autistico" (quando del resto gli
autistici si opporranno a che la loro malattia sia utilizzata come un
insulto?) No, Slobodan Milosevic, con la sua morte nella sua cella di
Scheveningen, non "ci" ha (al tribunale) giocato "un tiro
mancino" (Carla del Ponte, procuratrice del tribunale penale
internazionale). No, Slobodan Milosevic, con la sua morte, non ci ha
"tagliato l'erba sotto i piedi" e non "ci" ha "spento la luce" (la
stessa). No, Slobodan Milosevic non si è sottratto "alla sua pena
irrefutable di prigione a vita".
Slobodan Milosevic non sfuggirà, in compenso, al verdetto degli
storici, termine di uno "storico": di nuovo, opinioni non soltanto
false ma indecenti. È questa lingua che mi ha indotto a tenere il mio
mini-discorso a Pozarevac - questa lingua in prima ed ultima istanza.
Ciò mi ha spinto a fare intendere un'altra lingua, non, l'altra
lingua, non per fedeltà verso Slobodan Milosevic, quanto verso
quest'altra lingua, questa lingua non giornalistica, non dominante.
Ascoltando l'uno o l'altro oratore che precedeva a Pozarevac,
quest'impulso, lo stesso: no, non bisogna parlare dopo questo deciso
generale, né dopo quest'altro membro del partito, che chiede
vendetta, i quali entrambi tentano di eccitare la folla, la quale
ovviamente, esclusi alcuni individui isolati che urlano con i lupi,
non si è lasciata in alcun modo trascinare ad una risposta collettiva
di odio o di rabbia: poiché si trattava di una folla di esseri in
lutto, profondamente e silenziosamente afflitti. Tale è stata la mia
impressione più duratura.
Ed è per questi esseri afflitti, contro le formule forti e vigorose,
che finisco lo stesso per aprire la bocca, come risaputo. A titolo di
membro di questa comunità in lutto. Reazione: Peter Handke la
"claque" ("Frankfurter Allgemeine Zeitung"). C'è linguaggio più
stravolto di questo? Una claque, che cos'è? Qualcuno che applaude per
denaro. E dove sono gli applausi? E non ho mai dichiarato neppure di
essere "felice" ("FAZ") presso il morto. E dove è il denaro? Ho
pagato io stesso il mio biglietto d'aereo ed il mio hotel.
Tuttavia, la necessità principale che mi ha spinto a recarmi sulla
sua tomba era quella di essere testimone. Né testimone a carico né
testimone a difesa. Ormai, non voler essere testimone a carico
significa essere testimone a difesa? "Senza alcuno dubbio", per
riprendere una delle espressioni principali del linguaggio dominante. >>

Nessun commento:

Posta un commento