L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 ottobre 2019

Rossi ha pure omesso al Consiglio di aver indagato, più volte, in passato, su Boschi padre. Non c'è nessuna sentenza Tar che può eliminare l'omissione che conosceva il Boschi in quanto l'aveva più volte indagato già in passato prima di Banca Etruria... e sempre sempre sempre aveva chiesto l'archiviazione. Arezzo una cittadina di 70.000 abitanti e il Boschi non è uno sconosciuto

Venerdì, 25 ottobre 2019 - 09:02:00
Arezzo, il Csm manda a casa il pm Rossi. Paga le omissioni su Etruria e Chigi
Il Csm non conferma il procuratore di Arezzo: “Credibilità compromessa”



Roberto Rossi non è più procuratore di Arezzo. Come riporta il Fatto Quotidiano , la mancata comunicazione al Csm della sua consulenza a Palazzo Chigi anche con il governo Renzi, mentre indagava su banca Etruria, dove nel Cda sedeva Pier Luigi Boschi, padre dell’ex ministra Maria Elena (che a fine 2015 gli era valsa l’apertura di una pratica per incompatibilità ambientale poi archiviata) e le sue omissioni all’organo di autogoverno dei magistrati, hanno portato il nuovo Consiglio a negargli il rinnovo della carica di capo della Procura di Arezzo. “Ha compromesso almeno sotto il profilo dell’immagine” il necessario requisito “dell’indipendenza da impropri condizionamenti”, si legge nella relazione firmata da Piercamillo Davigo votata ieri in plenum da una larghissima maggioranza: 16 tra togati e laici. Solo quattro i contrari: i tre consiglieri di Unicost capitanati da Marco Mancinetti, relatore di minoranza e il laico di Forza Italia Michele Cerabona. Astenuto il vicepresidente David Ermini.

Rossi si dice “fortemente deluso” e ha annunciato un ricorso al Tar, i pm aretini gli hanno manifestato solidarietà e stima. In un comunicato l’ex procuratore ha definito la decisione “ingiusta, illogica e contraddittoria con la stessa decisione del precedente Csm, che si era espresso per la totale archiviazione di ogni addebito”. Mischia l’archiviazione della pratica di trasferimento per incompatibilità ambientale con il voto di ieri che riguardava, invece, il rinnovo o meno dell’incarico di procuratore dopo i quattro anni canonici (in questo caso cinque, per i vari rimpalli tra Commissione e Plenum). Sempre come riferisce il Fatto Quotidiano, quel vecchio procedimento, tra l’altro, finì in plenum con un’archiviazione ma anche con un clamoroso ritiro della firma dei relatori Piergiorgio Morosini e Renato Balduzzi, che avevano proposto di inviare il fascicolo alla Commissione che fa, appunto, le valutazioni professionali. Quella richiesta fu cancellata su proposta, vincente, di Luca Palamara appoggiato da Giovanni Canzio, allora presidente della Cassazione. Il pm se la prende pure con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che aveva negato il concerto rispetto alla proposta che c’era stata di rinnovo dell’in - carico: “Che un ministro si esprima circa l'indipendenza e l’imparzialità dei magistrati ritengo sia un fatto che presenti profili di approfondimento di costituzionalità”.

Ieri, il plenum l’ha bocciato perché, in sostanza, con quell’incarico al Dipartimento affari giudiziari della Presidenza del Consiglio e “in particolare dopo la trasmissione alla procura di Arezzo della relazione ispettiva della Banca d’Italia del 27 febbraio 2015”, non è apparso un magistrato imparziale. Inoltre, Rossi, non avendo comunicato al Csm il prosieguo della consulenza per Palazzo Chigi, ha tenuto una condotta “non trasparente... In definitiva – prosegue la relazione – la condotta non è stata completamente rispettosa dei principi di imparzialità dei pubblici ufficiali e di indipendenza della magistratura”.
Rossi ha pure omesso al Consiglio di aver indagato, più volte, in passato, su Boschi padre “seppure con richiesta di archiviazione... il livello di informazione al Consiglio è deficitario”
scrive Davigo. Si evidenzia, inoltre, che il magistrato si è autoassegnato l’inchiesta su banca Etruria e solo in seguito l’ha co-assegnata ad altri pm. Rispetto alla consulenza con il governo, non ha neppure fatto “valutazioni di opportunità che devono conformare la condotta di ogni magistrato”, soprattutto il capo di un ufficio.

Sempre come scrive il Fatto Quotidiano, inoltre, “il riscontro di una pluralità di circostanze non trasparenti mina la credibilità e il prestigio di cui un procuratore deve assolutamente godere, compromettendo in modo decisivo la capacità di continuare a ricoprire il ruolo di dirigente della procura di Arezzo”. Cerabona –unico laico pro Rossi –ha decantato le sue doti di grande organizzatore di un ufficio giudiziario e ha aggiunto che il Consiglio, bocciandolo, stava per creare “un pericoloso precedente”. Al contrario, ha ribattuto Stefano Cavanna, laico della Lega: creiamo “un precedente virtuoso”. Concetto ribadito e articolato dai togati di Area, Giuseppe Cascini e Mario Suriano.

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