L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 9 ottobre 2019

Taglio dei parlamentari fa diventare obbligatoria la riforma dei Regolamenti parlamentari e della legge elettorale

TAGLIO PARLAMENTARI/ Il giurista: ecco perché Mattarella può “bloccarlo”

09.10.2019, agg. alle 08:26 - Giulio M. Salerno

Con il voto di ieri è passata la legge sul taglio dei parlamentari, che rischia di dar vita a problemi di funzionamento per la nostra forma di governo

L'aula del Senato (LaPresse)
        
Motivando la nuova posizione assunta del Pd a favore della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari, il deputato Stefano Ceccanti ha sostenuto di non voler certo seguire quanto diceva il famoso comico Groucho Marx: “Abbiamo i nostri principi, ma, se volete, li possiamo cambiare”. Purtroppo, il riferimento alla professione di Groucho è potentemente allusivo, e la situazione non è affatto comica.

In larga parte, i deputati che hanno votato a favore della riforma hanno affermato che essa determinerebbe un certo risparmio per l’erario e assicurerebbe una qualche maggiore efficienza. Alcuni hanno aggiunto che il voto era sostanzialmente imposto, o dal vincolo di lealtà rispetto al partito di appartenenza o dall’accordo che ha determinato la nascita della nuova maggioranza. Altri si sono appellati alla coerenza rispetto alle posizioni già assunte nel procedimento parlamentare. Una varietà di motivazioni piuttosto deboli e in buona misura strumentali ad altri fini, seppure con obiettivi diversi e talora diametralmente opposti a seconda delle singole forze parlamentari.

In definitiva, il dibattito parlamentare è stato lo specchio della preoccupante delegittimazione del presente ceto politico, e il voto conclusivo non ne è la causa, ma l’effetto, e nello stesso contribuisce ad aggravarla. Non agisce certo in senso opposto chi si è spinto ad affermare che avrebbe sì votato a favore, ma, soltanto un secondo dopo, avrebbe promosso la raccolta delle firme necessarie per far cancellare la riforma mediante il referendum popolare. Se i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi, potranno a buon diritto domandarsi a cosa servono i parlamentari: prima di interpellarci, non potevate riflettere con più attenzione e deliberare in senso coerente con le vostre opinioni?

Per di più, molti deputati hanno dichiarato che la sola riduzione del numero dei parlamentari di per sé determina problemi e squilibri di non poco conto. Problemi di rappresentatività, e squilibri nella composizione e nella funzionalità degli organi. Ad esempio, con la nuova composizione del Senato i senatori di nomina presidenziale – il cui numero rimane invariato – potranno condizionare in misura più consistente la formazione della maggioranza; oppure, alcuni territori regionali saranno fortemente sottorappresentati rispetto al numero di senatori che sarà automaticamente garantito alle Province autonome di Trento e Bolzano. Più in generale, i delegati regionali che partecipano all’elezione del Presidente della Repubblica avranno un peso immotivatamente maggiore dell’attuale.

Un problema assai grave si potrà porre, poi, in caso di scioglimento, ordinario o anticipato, delle Camere: la riduzione dei parlamentari troverà obbligatoria applicazione, ma saranno necessarie nuove leggi elettorali, perché le vigenti saranno inutilizzabili. Infatti, per la prima volta nella storia repubblicana, le leggi vigenti sono state scritte in relazione a un numero fisso di collegi, quello previsto dall’attuale Costituzione. Allora, se non si dovessero approvare leggi elettorali coerenti con la nuova composizione delle Camere, in special modo in caso di scioglimento anticipato – evento sempre possibile – sarebbe impossibile la rielezione del Parlamento. Per questo aspetto, dunque, la riforma determina una possibile condizione di assoluto non funzionamento della nostra forma di governo. E non va escluso che il Capo dello Stato, anche a tutela dei poteri attribuitigli, potrebbe segnalare tale criticità in sede di promulgazione di questa legge di revisione costituzionale.

Di fronte a tutto ciò, ci si è appellati a un accordo raggiunto in extremis dalle forze di maggioranza circa un consistente pacchetto di riforme. Riforme costituzionali, legislative e regolamentari che ci si impegna a introdurre proprio con l’obiettivo di rendere istituzionalmente accettabile la riduzione del numero dei parlamentari. Quasi utilizzando la logica del “paghi uno, prendi tre”. Spesso, però, le promesse scritte nei documenti politici sono state disattese. Le istituzioni, invece, sono cose serie e i comici dovrebbero essere tenuti alla larga.

Nessun commento:

Posta un commento