L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 7 novembre 2019

Anche Sapelli ha qualcosa da dire sull'Ilva. Ci accomuna il giudizio su questa classe politica incapace e venduta

ECONOMIA
Martedì, 5 novembre 2019 - 19:32:00
Ex Ilva, Sapelli ad Affari:"La soluzione? Modello not for profit o Cdp tedesca"

di Andrea Deugeni


"Come si esce dalla crisi dell'ex Ilva? Serve un intervento pubblico nell’economia”. Lo spiega ad Affaritaliani.it lo storico dell'economia Giulio Sapelli, intervistato sulla difficile situazione dello stabilimento dell'acciaio di Taranto che dà lavoro a 8.200 operai che salgono a oltre 15 mila con l'indotto e da cui il gruppo franco-indiano ArcelorMittal ha appena annunciato il disimpegno. "Bisogna cambiare lo statuto di Cdp e farla agire sulla falsariga della Kbw tedesca o utilizzare il modello ‘not for profit’ facendo della fabrica un common good, un bene comune".

Il Ceo di ArcelorMittal Lakshmi Mittal

L'Intervista

In fumo 4,2 miliardi di investimento complessivi, a rischio oltre 15 mila lavoratori e l’Italia che potrebbe dire addio alla produzione dell’acciaio. Dopo il disimpegno di ArcelorMittal, come si esce dalla crisi dell’ex-Ilva?
“Se ne esce comprendendo che ormai siamo arrivati nel ciclo Giustino Fortunato (politico e storico italiano, fra i più importanti rappresentanti del Meridionalismo, ndr) che identificava il Sud come uno ‘sfasciume pendulo’. Ci sono tante cose da riformare”.

Quali?
“In primis, la magistratura, insegnandole cos’è la corporate law e la responsabilità giuridica delle corporation che si è tradotta in Italiano nella legge 231. La magistratura ha chiuso un altoforno e prima ancora ha sequestrato la proprietà a una famiglia, i Riva. Poi, bisogna riformare la politica: i politici avevano indetto una gara per aggiudicare l’Ilva e l’unico che era in possesso di una tecnologia per limitare i danni all’ambiente era Arvedi, gruppo che produceva acciai piani ad ossigeno. Però, l'Ilva è stata assegnato ad ArcelorMittal che questa tecnologia non la usa. All'aggiudicazione, poi, è seguito un balletto sull’immunità penale che ha stufato gli indiani”.


E quindi, cosa si può fare ora?
“L’Italia è arrivata a un punto in cui, dopo la guerra commerciale che ci stanno muovendo Francia, che vuole le nostre banche e assicurazioni e Germania, che punta invece alla nostra industria, non sarà più l'oggetto dei desideri di alcuno. Fra il caso dell’ex Ilva e la crisi della Banca Popolare di Bari che non riesce a trovare una soluzione alla propria crisi, siamo entrati in una situazione di ‘sfasciume pendulo’, in cui il governo fa danni. Siamo una nazione che ha i migliori imprenditori e operai specializzati del mondo, i giovani più intelligenti del globo ma allo stesso tempo ha un’amministrazione pubblica che è stata distrutta dalla legge Bassanini e dall’articolo V. L’Ilva? E’ il ritratto dell’Italia".


Restiamo con le mani in mano?
"Se ArcelorMittal se ne va, bisognerà trovare una non facile alternativa. Bisogna farlo, perché il 70% dell’acciaio che viene fornito alle piccole e medie imprese delle industrie metallurgiche e meccaniche italiane arriva da Taranto”.

Facciamo intervenire lo Stato?
“Certo, ma la nazionalizzazione non va bene. Serve un intervento pubblico nell’economia”.

In che modo?
“Si crea una società di scopo, si cambia lo statuto della Cassa depositi e prestiti per consentire al gruppo di agire sulla falsariga della Kwb (la Cdp tedesca, ndr) e si fanno investimenti di lungo periodo, con lo Stato che coordina il rilancio. Questa è una soluzione. Io, però, sono a favore del modello ‘not for profit’ che bisognerebbe introdurre anche per la gestione di tutte le autostrade”.


E cioè?
“Non privatizzerei l’ex Ilva, ma la trasformerei in un’associazione senza fini di lucro gestita industrialmente dagli amministratori e con un officer. Un'associazione dove tutti gli utili realizzati non vanno agli azionisti, ma destinati agli operai e al miglioramento tecnico. In Germania, la Volkswagen è in parte una fondazione. Non c’è bisogno di nazionalizzare, ma fare in modo che questa grande industria diventi un common good, un bene pubblico”.

Nessun commento:

Posta un commento