L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 6 novembre 2019

Ceta quella bufala sul libero scambio

LOBBY05.11.2019
CETA: favorisce solo miniere e petrolieri. Dubbi pure oltreoceano

L'istituto IRIS di Montreal stronca l'accordo euro-canadese: danneggerà ambiente e industrie alimentari. Avvantaggerà invece l'industria inquinante e chi esporta il petrolio più sporco


Tutti lo volevano, prima. Eppure a due anni dalla sua entrata in vigore in forma provvisoria (21 settembre 2017) l’ormai famigerato CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) non piace più a tanti. Ecco in sintesi la storia (triste) dell’accordo commerciale bilaterale tra Europa e Canada, che si arricchisce di un nuovo capitolo, dopo che è stata pubblicata un’analisi che critica fortemente gli effetti sull’economia di Ottawa del trattato approvato dal Parlamento europeo a febbraio del 2017. Dopo ben 7 anni di negoziato che avevano portato all’elaborazione della versione 
finale nel 2016.

GRAFICO deficit bilancia commerciale Canada-Ue 2013-2019 – fonte rapporto IRIS, ottobre 2019

Questa volta a puntare il dito non sono gli attivisti di Stop TTIP, né il consorzio del Parmigiano Reggiano ferito nell’export, bensì un istituto di ricerche socioeconomiche indipendente (IRIS, Institut de recherche et d’informations socio-économiques) con sede a Montreal, cioè proprio in Canada.

L’IRIS nel 2014 già rilanciava le previsioni preoccupate del Canadian Centre for Policy Alternatives, secondo cui l’eliminazione delle tariffe in base al CETA avrebbe prodotto «un aumento del deficit commerciale con l’Ue, allo stesso tempo approfondendo la dipendenza sproporzionata del Canada dalle esportazioni dell’industria estrattiva come quella mineraria, del petrolio e gas, produzioni a valore aggiunto più elevato».

Quelle preoccupazioni, a 5 anni di distanza, sono state messe alla prova dei numeri: l’IRIS ha pubblicato un documento (Quel impact sur la balance commerciale canadienne?) in cui, tra le altre considerazioni, l’autore ricercatore Guillaume Hébert scrive:

«l’Unione europea sembra essere molto più veloce ad adattarsi al mercato canadese che viceversa nel settore alimentare».

E benché questa sottolineatura faccia il paio, ma in senso diametralmente opposto, con la convinzione di alcuni operatori da questa parte dell’oceano, trova conforto e sostegno nelle parole di Monica Di Sisto, evidenziando la complessità delle dinamiche commerciali in atto.

Risveglio amaro per le esportazioni dei formaggi italiani. A soffrire, soprattutto i più piccoli. I falsi "parmesan" prosperano. E ora la ratifica dell'accordo non è scontata

La portavoce di Stop TTIP ricorda che «Molti dei prodotti alimentari canadesi non possono arrivare in Europa perché non sono “abbastanza sani” per noi: carne allevata con gli ormoni, impiego di stabilizzanti e conservanti vietati, presenza di residui di pesticidi o diserbanti – vedi glifosate – troppo elevata. Per questo i canadesi stanno col fiato sul collo alle commissioni “tecniche” create dal CETA. Perché 
non intendono cambiare le loro produzioni per noi, non gli conviene, preferendo premere per modificare le nostre regole».

Export canadese depresso in vari comparti

Il rapporto del dottor Hébert, d’altra parte, va più a fondo, e ben oltre il solo settore alimentare. Secondo le rilevazioni ufficiali, nel biennio appena trascorso la bilancia commerciale canadese (cioè il valore delle esportazioni meno quello delle importazioni) è peggiorata complessivamente del 22,1% guardando agli scambi con i principali partner in Europa.
GRAFICO deficit esportazioni dal Canada a 8 partner Ue 2013-2019 – fonte rapporto IRIS, ottobre 2019

Un dato già significativo, che appare particolarmente sconfortante per alcuni settori industriali. Oltre al profondo rosso nell’alimentare (-40.9%) spiccano infatti i numeri al ribasso dei prodotti forestali (-38.5%), dei macchinari industriali (-37,1%), delle materie plastiche e dei prodotti in gomma (-34,9%), dei prodotti di consumo (-21%).

CETA premia il petrolio estratto distruggendo l’ambiente

Ma per molti canadesi che piangono, altri (i soliti) si fregano le mani. Sono quelli del settore energetico, la cui bilancia commerciale appare in decisa controtendenza rispetto a quanto letto sopra. Tant’è che nello stesso periodo ha registrato un più che notevole miglioramento del 125,2%, trasformando il Canada da importatore netto a esportatore netto di prodotti energetici nei confronti dell’UE.

GRAFICO esportazioni di energia dal Canada alla Ue 2014-2019 – fonte rapporto IRIS, ottobre 2019

Al di là di una visione economicistica dei numeri, Hébert ha il merito di voler allargare la sua analisi del CETA alle questioni ambientali connesse, ricordando i timori espressi da diversi gruppi di attivisti durante il processo di negoziazione. L’accordo, infatti «non include una misura climatica vincolante o una clausola che consenta agli Stati membri di bloccare i prodotti che potrebbero avere un impatto negativo sui loro ecosistemi».

Una lacuna sicuramente vantaggiosa per le corporation petrolifere locali, e però grave sotto il profilo della lotta al climate change e della tutela ambientale. Poiché gran parte dell’export canadese di energia è composto da petrolio estratto dalle sabbie bituminose. E una disposizione di protezione ambientale inserita nel corpo del trattato avrebbe provocato l’incertezza sulle esportazioni di petrolio canadese, frenando il settore.

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