L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 10 novembre 2019

Dopo venti cinque anni noi italiani abbiamo capito il bluff dello zombi Berlusconi, per capire quello del fanfulla della Lega i tempi saranno minori, la realtà economica sociale culturale è in rapidissima evoluzione

Che fine farà l'Italia?

di Moreno Pasquinelli
6 novembre

Testa d'uovo è una definizione spregiativa di quegli intellettuali che discettano sulla realtà dispensando pillole di saggezza su come le cose dovrebbero secondo loro andare. Uno degli elementi dell'immagine stereotipata dell'intellettuale è la fronte molto alta (ritenuta segno di intelligenza superiore) che fa assomigliare la testa a un uovo. L'espressione nacque in America nel 1952 per ironizzare sul candidato presidenziale Adlai Stevenson, accusato di astrattezza e calvo come un uovo, e sui suoi collaboratori.

Ernesto Galli della Loggia, celebre editorialista del Corriere della Sera, ci fa venire in mente proprio quell'Adlai Stevenson lì. Egli è ovviamente persona intelligente e colta, e spesso c'azzecca. A volte, invece, si lascia andare a profezie improbabili.

E' il caso dell'editoriale del 28 ottobre — Il senso di un voto — a chiosa del terremoto elettorale umbro del giorno prima.

Dopo aver giustamente affermato che l'Italia sta
«vivendo una drammatica fase di rifondazione del suo sistema politico, un vero e proprio passaggio di fase storica, forse domenica avviato a una conclusione».

egli giunge alla conclusione che questa "rifondazione" si concluderà, né più e né meno, in un ritorno alla "prima repubblica". Della Loggia stabilisce così un'analogia tra l'attuale "passaggio di fase storica" a quello che l'Italia conobbe tra il 1945 e il 1948.

Per far tornare i conti il nostro compie due mosse.

La prima riguarda il Movimento 5 Stelle. Per Della Loggia esso non è che una riedizione dell'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini: una "improvvisa fiammata di protesta destinata a spegnersi", condannata quindi a non lasciare traccia e ad essere assorbita nell'alveo sistemico .

La seconda riguarda la Lega salviniana. Sentiamo:
«Ma come accadde tra il 1945 e il 1948, anche oggi la rifondazione del sistema politico sembra non poter avvenire che all’insegna di un grande compromesso con la pancia conservatrice del Paese. In Italia infatti sembra che solo così possano nascere nuovi equilibri stabili, salvo poi evolvere verso altri lidi. Lo straordinario successo attuale della destra sembra preludere - e insieme essere già il frutto - di un compromesso del genere: alla luce del quale la presenza di Forza Nuova nella piazza leghista di oggi ha lo stesso valore di un segnale inequivocabile che ebbe la presenza di Rodolfo Graziani sul palco insieme ad Andreotti in un lontanissimo comizio ad Arcinazzo nei remoti anni del centrismo. Perché è per l’appunto questo che oggi la Lega può accingersi a fare forte del suo potenziale consenso: ripercorrendo le orme della Democrazia Cristiana del ’48, cercare di rifondare intorno alla propria forza un blocco paracentrista di governo: con Meloni come sua corrente interna-esterna di tono più radicale, con Forza Italia in versione simil-Partito Liberale e magari con Matteo Renzi sulla sinistra in funzione simil-saragattiana». [sottolineatura nostra]

Pronostico e analogia, quelle del nostro, astrattissime e sommamente sballate, e per due ragioni essenziali.

La prima. Dopo il secondo conflitto mondiale l'Occidente, tra cui il nostro Paese, conobbe un ciclo economico espansivo ( i "trenta gloriosi") senza precedenti.

La seconda. Si uscì dal secondo conflitto mondiale con la divisione del mondo in due blocchi contrapposti e ostili, con l'Italia segnata più di ogni altro paese occidentale da questa polarizzazione, che fu ideologica e sociale.

Questi due fattori ci aiutano a comprendere le ragioni del lungo e stabile dominio politico democristiano, e perché l'esperimento populista di destra de L'Uomo Qualunque fosse destinato ad essere una aleatoria fiammata.

E' evidente come l'analogia tra l'adesso e l'allora non regga ad un'analisi seria.

Non solo la divisione del mondo in due blocchi sta lasciando il posto ad un "disordine multipolare" o policentrico — la qual cosa pone l'Italia, non fosse che per la sua strategica posizione geopolitica, davanti all'obbligo di dover scegliere con quale blocco di potenze schierarsi. V'è poi la crisi congenita dell'Unione europea la quale, stretta tra la spinta alla disgregazione e quella opposta a costituirsi in un super-stato, non solo destabilizza in modo permanente il nostro Paese ma lo pone davanti ad un vero e proprio dilemma esistenziale: essere o non essere più uno stato-nazione.

Questo per dire che l'inevitabile disordine geopolitico che abbiamo davanti si riverbererà direttamente sul nostro Paese non consentendogli alcuna uscita dal pantano, o stabilizzazione di regime.

Ma c'è un secondo fattore che smentisce la profezia di Della Loggia: 
è la crisi organica, economica, sociale, istituzionale e morale del sistema capitalistico occidentale e di cui l'Italia rappresenta uno degli aneli deboli. 
Non abbiamo davanti un "trentennio glorioso" di crescita economica ma, al contrario, se non il rischio di una nuova catastrofe stile 1929, quella che l'economista Alvin Hansen chiamò stagnazione secolare.

Siamo insomma, non davanti ad un ciclo di stabilizzazione tipo quello che conobbe la "prima repubblica", bensì, al contrario al punto culminante del cosiddetto "Momento Polanyi", ovvero dentro una tempesta globale che potrebbe travolgere l'Italia precipitandola in un periodo di aspri conflitti sociali e politici.

Qui ci spieghiamo la comparsa sulla scena dei due populismi, quello pentastellato e quello salviniano. Che in questa condizioni storico-sociali essi siano destinati a subire profonde metamorfosi è sicuro, che non lasci tracce il primo e che il secondo subisca un processo di normalizzazione neo-democristiano, non sta né in cielo né in terra.

Scambiando i suoi desideri per la realtà quella di Ernesto Galli Della Loggia si rivela insomma una profezia da quattro soldi. Qui bisogna preparasi al peggio o, seconda dei punti di vista, al meglio.

Nessun commento:

Posta un commento