L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 novembre 2019

Euroimbecilandia - i puntigliosi tedeschi hanno un sistema creditizio che al 70% abbondante sfugge statutariamente ai controlli europei (Eba in testa), vedendo le Landesbank e le Sparkasse esenti dai vincoli e dai requisiti dell’Unione

SPY FINANZA/ E se la riforma del Mes fosse una salvezza per l’Italia?

22.11.2019 - Mauro Bottarelli

Se la riforma del Mes servisse a eliminare il doom loop esistente tra banche e politica non sarebbe un male per l’Italia

Antonio Patuelli (Lapresse)

“Noi siamo liberi di comprare quel che vogliamo. Le banche hanno 400 miliardi di debito pubblico italiano. Il mio problema è capire cosa fa la Repubblica italiana per tutelarlo, questo debito pubblico. Se davvero le condizioni relative al debito pubblico si alterano, o per maggiori assorbimenti o per elementi che favoriscano sinistri, allora le banche italiane sottoscriveranno meno debito pubblico, non lo compreremo più”. Parole e musica, direttamente da Bruxelles, del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, in riferimento alla riforma del Meccanismo europeo di Stabilità (Mes), finita anche al centro dello scontro politico negli ultimi giorni. Patuelli ricorda che altri soggetti nazionali, accanto alle banche, hanno puntato sul debito pubblico italiano, ma se quest’ultimo non sarà tutelato, allora anche questi altri soggetti ne trarranno le conseguenze.

Di più, riferendosi in particolare all’introduzione delle cosiddette “clausole di azione collettiva”, Patuelli lamenta di “non saperne nulla. Sono materie sulle quali il mondo bancario italiano non è stato messo al corrente. Questo è un problema delle istituzioni della Repubblica, bisogna chiedere agli esponenti della Repubblica perché non ci hanno consultati. Io non mi intrometto nelle polemiche politiche. Chiedo solo: non hanno fatto un tavolo con i loro stakeholder, con i soggetti interessati? Le conseguenze adesso se le gestiscano da loro”.

Nervosismo palpabile. E, ancora peggio, platealmente e volutamente ostentato in una sede non solo istituzionale ma anche internazionale. Ora, io non intendo entrare nella disputa politica interna sorta attorno al Mes: Dio me ne scampi. Né tantomeno, intendo inoltrarmi nel labirinto di distinguo che vedrebbero la Germania e i Paesi “virtuosi” chiedere ora garanzie palesi sul debito dei Paesi più esposti, avendo loro sfruttato la finestra di tempi precedente all’introduzione del bail-in per ristrutturare il loro sistema bancario disfunzionale. Di più ancora, sono conscio che i puntigliosi tedeschi hanno un sistema creditizio che al 70% abbondante sfugge statutariamente ai controlli europei (Eba in testa), vedendo le Landesbank e le Sparkasse esenti dai vincoli e dai requisiti dell’Unione. Come non faccio mistero, anzi, della situazione da pre-Lehman che sta accompagnando l’ennesimo, disperato tentativo di Deutsche Bank di restare in piedi, con una bad bank il cui controvalore è 5 volte il market cap di mercato dell’istituto che la genera e la controlla: questa riforma del Mes serve anche a questo, a tentare di rianimare il gigante dai piedi d’argilla che incorpora in sé un rischio di controparte a livello globale, tanto da vedere anche la Fed in prima linea nel suo salvataggio.

So tutto e, nei mesi, mi pare di averlo sottolineato abbondantemente. Così, tanto per allontanare aprioristicamente le accuse di essere visceralmente filo-tedesco. C’è però una questione che la vicenda Mes potrebbe portare a galla, con enorme beneficio per il nostro sistema Paese e capace finalmente di porre fine al capitalismo di relazione dei soliti noti (vedi i conti e i prestiti allegri presso Mps, tanto per fare l’esempio più eclatante e mediatico) e soprattutto a quello che fuori Italia viene definito doom loop. Ovvero, il rapporto incestuoso fra banche e politica basato sul do ut des un po’ ricattatorio proprio relativo alle detenzioni di debito pubblico in mano al sistema creditizio: una garanzia implicita su cui i Palazzi del potere fanno conto da sempre, ovviamente ricordandosi di operare con un occhio di riguardo verso le banche in sede legislativa. Nessuno, in piena coscienza, può negarlo. Atti parlamentari alla mano. E qualsiasi sia il colore di chi governa. Anche nelle sfumature, atteggiamento bipartisan totale.

Perché capite che quando si ha uno stock di debito come il nostro e si pagano interessi annui di servizio come i nostri, avere qualcuno che ti tiene in pancia – qualsiasi sia il valore, ovvero il prezzo e il rendimento nelle loro oscillazioni legate allo spread – 400 miliardi abbondanti di Btp in maniera aprioristica, quasi fideistica, rappresenta una bella àncora di salvezza. Ora, la riforma del Mes rischia di mettere fortemente in dubbio quello scoglio sicuro cui finora si è fatto riferimento, non appena il mare dei mercati si faceva grosso e serviva un riparo. Signori, quel doom loop, quel rapporto incestuoso è un cancro che va estirpato: altrimenti, addio possibilità di arrivare a una società e un’economia avanzate che vedano le imprese rivolgersi in maniera massiva e con fiducia al sistema bancario per finanziarsi a costi gestibili e creare così lavoro, crescita e ricerca.

Guardate questo primo grafico, il quale ci mostra l’anomalia di base che accomuna tutta l’Europa rispetto agli Usa, nostro alleato ma anche competitor commerciale. In America la diversificazione delle fonti di finanziamento corporate è tale da vedere la dipendenza dal sistema bancario delle aziende al 19%, in Europa quella stessa voce rappresenta l’80%. Quindi, delle due, l’una. O cambiamo questa dinamica, facilitando le imprese nell’approdo verso canali alternativi come il finanziamento di mercato per via obbligazionaria (e non mi pare il caso, visto che la Bce ha cominciato il nuovo Qe proprio comprando debito corporate con il badile, nel caso di Shell e Daimler addirittura in fase di emissioni sul mercato primario) oppure si deve fare in modo che la banche dei Paesi più indebitati (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia), evitino di acquistare strutturalmente debito pubblico per miliardi e miliardi e utilizzino invece quelle risorse come attivi verso l’economia reale. Insomma, erogare credito e gestire risparmio, non calmierare lo spread per conto del titolare del Mef di turno. Oppure sbaglio, caro Patuelli?


Il problema, poi, ora si fa duplice. Primo, politico e culturale. Posso infatti accettare che certi ragionamenti sulla natura ontologicamente risk-free del debito pubblico li faccia l’onorevole Borghi, non posso però accettarlo dal presidente dell’Abi: il debito pubblico non è risk-free. E non deve esserlo, soprattutto in un Paese assistenzialista e basato su sussidio statale strutturale e capitalismo di relazione sistemico come il nostro. Sarebbe la fine definitiva, sarebbe il ritorno di logiche da Prima Repubblica in un contesto globale 2.0 di finanziarizzazione e competizione estrema: saremmo morti in tre semestri, se si arrivasse a quel concetto di totale eliminazione delle responsabilità nelle scelte politiche ed economiche, del “liberi tutti” tanto non ci sono conseguenze alle nostre azioni dissennate sul deficit. No, caro Patuelli, capisco il sudorino freddo che riga e imparla la sua fronte in queste ore, ma le banche devono prestare soldi a imprese e famiglie, non operare come la Bce in sede di Qe perenne.

Ed ecco il secondo e ultimo punto, come mostrano questi due grafici: non solo l’Italia insieme al Portogallo e alla Spagna è leader nel doom loop a livello europeo (mettendo poi in proporzione il nostro stock di debito con quelli lusitano e iberico), ma le banche, così come le assicurazioni e i fondi cui Patuelli faceva riferimento nella sua intemerata minacciosa, ora vedono un altro soggetto operare in maniera più che attiva sul fronte della ponderazione sistemica del rischio spread sul debito pubblico. Ovvero, Bankitalia nel suo ruolo di acquirente marginale pro quota su mandato Bce in seno ai vari programmi di stimolo o Qe che dir si voglia. I quali, la cronaca recente ce lo ha dimostrato, da entrambi i lati dell’Oceano, sono destinati a restare attivi pressoché in maniera fissa e temporalmente dilatata: si danno orizzonti temporali di intervento sempre più lunghi e indeterminati, perché in cuor loro i banchieri centrali sanno che senza stimolo monetario, il sistema ormai collassa.



Il reverse mode della Fed, in tal senso, nell’arco di pochi mesi fra fine 2018 e primavera 2019 fa scuola, fino ad arrivare al diluvio di liquidità partito il 17 settembre con le aste repo e term che ora dureranno ben oltre il 31 gennaio prossimo. Davvero in un mondo simile, abbiamo bisogno strutturalmente dell’operatività da “soggetto calmiere” delle banche commerciali locali per mantenere sotto controllo i costi di servizio del debito, manipolandone di base i valori con detenzioni bancarie garantite e di massa? Oppure alle banche fa comodo, molto comodo detenere debito invece che prestare denaro a famiglie e imprese, quella sì un’attività tutt’altro che risk-free?

Forse le banche temono non di perdere soldi, viste le oscillazioni del nostro differenziale sul Bund che certo non fa dei Btp la prima scelta di un gestore oculato, bensì il peso di interdizione e ricatto sulla politica ai più alti livelli? Temono, in parole povere, di perdere il principio di do ut des con i Palazzi romani che finora ha mandato avanti (e alla malora) il sistema, diciamola in maniera chiara e piatta. Sicuri, al netto di questo, che se applicato in maniera graduale e con il sostegno della Bce, quella riforma del Mes non possa rappresentare in parte la salvezza per i soggetti sani, concorrenziali e di mercato che ancora esistono/resistono in questo Paese e un veleno soltanto per i sussidiati storici e i figli prediletti delle dinamiche da Prima Repubblica? Sicuri che non ci convenga, al netto di un regime di Qe e di un’Ue che non può permettersi tonfi, né ristrutturazioni greche del debito italiano, un bel taglio netto a quel cordone ombelicale al limite dell’incestuoso chiamato doom loop fra banche e politica?

Perché altrimenti, cari signori, smettetela di lamentarvi e indignarvi quando escono i dettagli sui favori di Mps o banche venete verso i potenti di turno e i ras della provincia e smettetela anche di piagnucolare chiedendo inutili Commissioni d’inchiesta o risarcimenti statali, perché siete stati così poco accorti da credere che il 10% di rendimento su un’obbligazione bancaria fosse un’occasione e non una fregatura in nuce. Pensateci, perché con la perpetuazione di questa struttura politico-creditizia da Repubblica centrafricana o da Stato golpista sudamericano, i risultati si vedono a livello di Pil. Ora, se volete, crocifiggetemi pure e chiamatemi servo della Merkel. Ma ragionateci su, per favore.

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