L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 29 novembre 2019

Euroimbecilli di tutte le razze escono fuori come le lumache dopo la pioggia. Evitare di «attribuire al Mes i compiti di sorveglianza macroeconomica già esercitati dalla Commissione»

ECONOMIA
Mes, ecco quando il Pd attaccava Conte
di Antonio Grizzuti
28 novembre 2019



Tutte le piroette del Pd sul Mes, il cosiddetto fondo salva-Stati, sottolineate da Antonio Grizzuti sul quotidiano La Verità

Dalle parti del Pd sembrano dunque tutti d’accordo: la riforma del Mes va approvata e anche in tempi stretti. Ma è sufficiente riavvolgere il nastro all’indietro di qualche mese per scoprire come la linea dettata dal partito fosse completamente diversa.

Torniamo al 19 giugno 2019. Sono passati sei giorni dall’Eurogruppo che ha sancito il «broad agreement» sulla revisione del fondo salva Stati, e mancano appena 24 ore all’Eurosummit che confermerà quanto già deciso dai ministri dell’Economia e delle finanze dell’eurozona.

Stesso presidente del Consiglio, diversa maggioranza: tra i banchi del governo siede infatti la Lega. Giuseppe Conte si presenta alla Camera per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo dell’indomani.

Dopo il suo intervento, incassa il «no» secco alla riforma da parte della sua stessa maggioranza, con i durissimi interventi di Francesco D’Uva (M5s) e Riccardo Molinari (Lega).

Dai banchi dell’opposizione, Lia Quartapelle incalza il premier: «Forse lei non si è accorto che quella che sarà in discussione è l’idea che, a maggioranza, altri Stati europei possano decidere di ristrutturare il debito italiano; allora, ci deve dire quale sarà quello che lei dirà, perché il capogruppo della Lega ha detto che la Lega è contraria, il suo ministro dell’Economia all’Eurogruppo, invece, ha votato a favore di questo meccanismo che penalizzerebbe pesantemente il nostro Paese», tuona la deputata dem, «allora, lei con chi sta, con Molinari, con Tria, con l’Italia o con chi? Ce lo dica, ce lo spieghi».

Le parole della Quartapelle dimostrano come ai presenti in aula, opposizione compresa, fosse ben chiara la posizione contraria del Carroccio.

Ma l’elemento forse più sorprendente è un altro. Solo pochi mesi fa il Pd, infatti, metteva in guardia il premier e l’esecutivo sui rischi della stessa ristrutturazione del debito pubblico della quale oggi nega spudoratamente l’ esistenza. Se è pur vero che da un lato la risoluzione proposta dai dem (della quale De Luca e la Quartapelle risultano firmatari) suggeriva di «sostenere la revisione del trattato del Meccanismo europeo di stabilità con l’obiettivo di migliorare l’efficacia degli strumenti esistenti», d’altro canto si raccomandava di evitare di «attribuire al Mes i compiti di sorveglianza macroeconomica già esercitati dalla Commissione europea».

Un modo blando per contestare il cuore della riforma, che prevede appunto la sorveglianza macroeconomica degli Stati membri in vista del ricorso agli aiuti. Perché il Pd ha cambiato idea in un così breve lasso di tempo? Vuole forse evitare di contraddire Conte per non mettere a rischio la tenuta della maggioranza, o cos’altro? D’altronde, l’ unico elemento che risulta variato da giugno è proprio l’avvicendamento con la Lega al governo.

Nel frattempo, nel partito permane ancora qualche traccia di scetticismo. L’ ex vicepresidente del Parlamento europeo (e oggi senatore del Pd) Gianni Pittella, in una nota congiunta diffusa mercoledì con il capogruppo a Palazzo Madama Andrea Marcucci, invita a non prendere «decisioni frettolose» sul Mes. Pittella, uno che di temi europei se ne intende, avvisa che «non sono accettabili condizionalità che rischiano di asfissiare paesi come l’ Italia che già stanno seguendo un percorso virtuoso di rispetto delle regole europee».

(estratto di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità; qui la versione integrale)

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