L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 17 novembre 2019

Gli ebrei palestinesi feccia dell'umanità

I parenti di un palestinese ferito nei bombardamenti israeliani su Gaza, il 13 novembre 2019. (Mohammed Salem, Reuters/Contrasto)


15 novembre 2019 11.23

Una volta di più si è riformata la santa alleanza. Ancora una volta siamo un popolo solo, senza opposizione o dibattito pubblico, i mezzi d’informazione sono una parata di yes men e cheerleader, i bagni di sangue non generano rimorsi, come sempre succede in queste disgustose situazioni del tipo “calmi, stiamo sparando”.

Israele finge divisioni tra la sua gente, che poi magicamente si ricompongono a ogni uccisione. Litighiamo sulla vita, ma siamo d’accordo sulla morte, fintanto che i morti sono arabi. Se ci troviamo così automaticamente d’accordo su praticamente ogni singola azione militare, allora non esiste in realtà alcuna polarizzazione o dibattito. E questo è davvero un problema.

Deve ancora nascere un’opposizione ebraica che condanni un’azione violenta dell’esercito israeliano fin dal principio. La resistenza arriva solo quando questa comincia a fallire. Allora le persone si sollevano e trovano il coraggio di protestare, ma è sempre troppo tardi.

Considerazioni elettorali
All’inizio può emergere solo il problema marginale della tempistica, il rifugio dei codardi. Avremmo dovuto farlo prima, sarebbe stato meglio dopo, in qualsiasi momento ma non ora. L’operazione attualmente in corso, per esempio, è naturalmente contaminata da considerazioni elettorali, anche se naturalmente è impossibile dimostrarlo. Se il bagno di sangue è inevitabile, allora il tempismo non ha alcuna importanza. Decidete e basta.

Anche l’odio verso il primo ministro Benjamin Netanyahu viene dimenticato: Yair Lapid accoglie di buon grado l’attacco, Benny Gantz lo loda definendolo “la giusta decisione”, mentre Amir Peretz dice che “la cosa più importante è fornire il massimo sostegno all’esercito israeliano”. Perché? Perché sì. Sempre? Sì.

Perché Israele continua a effettuare altri omicidi mirati? Perché può farlo

Si può accettare il ragionamento secondo il quale Baha Abu al Ata, il leader dell’organizzazione Jihad islamico era responsabile dell’incessante lancio di razzi su Israele, ma deve essere chiaro che l’assedio alla Striscia di Gaza è responsabile di più razzi di quelli ordinati da Jihad islamico e Hamas messi insieme. Ma naturalmente nessuno ne parla. Abu al Ata era cresciuto nella Striscia di Gaza, in condizioni che nessun israeliano potrebbe immaginare, e aveva scelto il cammino della resistenza militare, un cammino brutale. Ci sono anche israeliani che hanno scelto di servire il proprio paese nell’esercito.

L’assassinio di Abu al Ata non ha alcuna utilità. Che cosa abbiamo ottenuto da esso? In che modo la sua uccisione e quella di altre persone è servita agli interessi israeliani? Se anche questa domanda non diventerà mai oggetto di discussione, significa che siamo vittime di una grave paralisi mentale. Israele gode di maggiore sicurezza all’indomani di quest’assassinio? Le comunità nel sud se la passano meglio? L’organizzazione Jihad islamico è indebolita? L’esercito israeliano si è rafforzato? La risposta è no, no, e ancora no. Nessuno dei generali o degli analisti è riuscito a spiegare quale vantaggio abbia tratto Israele da tutto questo.

I prossimi Abu al Ata

Meritava la pena di morte. D’accordo, vi abbiamo ascoltato, ma che vantaggio ne abbiamo tratto? Ecco una valutazione provvisoria: più odio a Gaza, ammesso che ci sia spazio per altro odio verso quanti hanno distrutto le vite di cinque generazioni di persone, e non si sono ancora fermati.

Molto sangue è stato versato e continua a essere versato: più di 30 palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza, distruzione e paura seminate da ambo le parti, e che non porteranno a nulla. E naturalmente c’è la chiara consapevolezza che emergerà un erede di Abu al Ata, molto più estremo e pericoloso, come è stato per quanti hanno sostituito le centinaia di leader e comandanti che Israele ha ucciso nel corso degli anni, il tutto invano. A nulla hanno portato le celebrate eliminazioni di Khalil al Wazir, Ahmed Yassin, Abdul Aziz Rantisi, Thabet Thabet, Ahmed Jabari o Abbas Musawi. L’eroica uccisione di queste persone è stata vana. Israele non ha ottenuto niente, da alcuno di essi, se non altro sangue versato.

Perché Israele continua a effettuare altri omicidi mirati? Perché può farlo. Perché queste storie diventano eroiche. Perché adora vedere combattenti palestinesi morti. Perché la sete di vendetta e di punizione lo fa impazzire. Perché è così che si fa vedere alle persone che si sta facendo qualcosa e non si hanno esitazioni. Perché è così che si uccidono le persone continuando a dire che Israele non ha la pena di morte. Perché è il modo di evitare la vera soluzione.

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