L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 novembre 2019

Gli ebrei palestinesi sono un cancro da estirpare

LA FAMOSA DEMOCRAZIA – “iSRAELE HA APPENA COMMESSO UN MASSACRO, E NON GLIENE IMPOTA NIENTE A NESSUNO”

Maurizio Blondet 22 Novembre 2019 



di Gideon Levy – 17 novembre 2019 – Haaretz

Il pilota del cacciabombardiere non lo sapeva. I suoi comandanti che gli hanno dato gli

ordini, il ministero della Difesa e il comandante in capo neppure, né il comandante

dell’aviazione militare. Gli ufficiali dell’intelligence che hanno deciso l’obiettivo e il

portavoce dell’esercito, che mente senza fare una piega, non ne sapevano niente.

Nessuno dei nostri eroi sapeva. Quelli che sanno sempre tutto improvvisamente non

sapevano. Quelli che possono scovare il figlio di un ricercato in un quartiere periferico di

Damasco non sapevano che una povera famiglia stava dormendo all’interno del suo

miserabile tugurio a Dir al-Balah.

Essi, militari dell’esercito più morale e dei servizi di intelligence più avanzati al mondo,

non sapevano che la precaria baracca di lamiera da molto tempo aveva smesso di essere

parte dell’ “infrastruttura della Jihad Islamica”, e ci sono dubbi che lo sia mai stata. Non

sapevano e non si sono neanche preoccupati di verificare – dopotutto, qual è la cosa

peggiore che possa capitare?

Venerdì il giornalista Yaniv Kubovich ha svelato la scioccante verità sul sito web di

Haaretz: il bersaglio non era stato riesaminato da almeno un anno prima dell’attacco, la

persona che avrebbe dovuto essere il suo obiettivo non è mai esistita e l’informazione era

basata sul sentito dire. La bomba è stata comunque sganciata. Il risultato: otto corpi avvolti

in sudari colorati, alcuni terribilmente piccoli, tutti in fila; membri della stessa famiglia

estesa, la Asoarkas, cinque dei quali bambini – compresi due bimbi piccoli.

Se fossero stati cittadini israeliani lo Stato avrebbe mosso cielo e terra per vendicare il

sangue del suo famoso bambinetto e il mondo sarebbe rimasto scioccato dalla crudeltà del

terrorismo palestinese. Ma Moad Mohamed Asoarka era solo un bambino palestinese di

sette anni che viveva ed è morto in una baracca di lamiera, senza presente né futuro, la cui

vita valeva poco ed è stata breve come quella di una farfalla: il suo assassino è stato un

famoso pilota.

E’ stato un massacro. Nessuno verrà punito per questo. “La lista dei bersagli non era stata

aggiornata,” hanno detto fonti ufficiali dell’esercito. (Dopo che l’inchiesta di Yaniv

Kubovich è stata pubblicata, il portavoce dell’esercito ha rilasciato un altro comunicato:

“Alcuni giorni prima dell’attacco è stato confermato che l’edificio era un bersaglio.”) Ma

questo massacro è stato peggiore dell’omicidio mirato di Salah Shehada ed è stato accolto

con ancor maggiore indifferenza in Israele.

Il 22 luglio 2002 un pilota dell’aviazione militare israeliana lanciò una bomba da una

tonnellata su un quartiere residenziale che uccise 16 persone, compreso un uomo

effettivamente ricercato. Giovedì, prima dell’alba un pilota ha lanciato una bomba più

intelligente, una JDAM, su una fragile baracca in cui non si nascondeva nessun ricercato.

È risultato che persino il ricercato citato da un portavoce dell’esercito era frutto della sua

immaginazione. Gli unici che c’erano lì erano donne, bambini e uomini innocenti che

stavano dormendo nel cuore della notte di Gaza. In entrambi i casi le Forze di Difesa

Israeliane [l’esercito israeliano, ndtr.] hanno usato la stessa menzogna: pensavamo che

l’edificio fosse vuoto. “Le IDF stanno ancora cercando di capire cosa stesse facendo la

famiglia in quel luogo,” è stata la sfacciata e terribilmente laconica risposta, che ha

insinuato che la colpa fosse della famiglia. Infatti, cosa ci facevano lì Wasim, 13 anni,

Il giorno dopo l’uccisione di Shehada e di 15 dei suoi vicini, e dopo che le IDF avevano

continuato a sostenere che le loro case erano “baracche disabitate”, andai sul luogo del

bombardamento, il quartiere di Daraj a Gaza City. Non baracche ma condomini, alti

qualche piano, tutti densamente abitati, come ogni casa a Gaza. Mohammed Matar, che

aveva lavorato per 30 anni in Israele, giaceva prostrato a terra, un braccio e un occhio

bendati, tra le rovine, vicino all’ immenso cratere creato dall’esplosione. Sua figlia, sua

nuora e quattro dei suoi nipoti erano morti nell’esplosione; tre dei figli erano rimasti feriti.

“Perché ci hanno fatto questo?” mi chiese, scioccato. All’epoca 27 dei piloti più coraggiosi

dell’aviazione israeliana firmarono la cosiddetta ‘lettera dei piloti’, rifiutando di

partecipare ad operazioni in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Questa volta neppure un

pilota ha rifiutato di partecipare, ed è dubbio che qualcuno lo farà in futuro.

“Esseri umani. Sono esseri umani. Qui c’è stata una battaglia – infermieri e medici contro

la morte,” ha scritto il coraggioso medico norvegese Mads Gilbert, che corre in aiuto degli

abitanti della Striscia di Gaza quando viene bombardata, curando i feriti con infinita

dedizione. Gilbert ha aggiunto una foto della sala operatoria nell’ospedale Shifa di Gaza

City: sangue sul tavolo, sangue sul pavimento, bende intrise di sangue ovunque. Giovedì si

è aggiunto il sangue della famiglia Asoarka, che grida a orecchie sorde.

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