L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 29 novembre 2019

Il lavoro forgia per questo si è voluto svuotarlo precarizzarlo annullarlo

Pausa caffè


Roma, 26 novembre 2019

Sarà più facile di quanto si pensi. Abituarsi alla monarchia degli sfaccendati e dei pezzenti che si credono benestanti. Sarà ancor più facile che fare il callo papillare al gusto degli insetti tostati e delle alghe liofilizzate.

Voglia di lavorare saltami addosso. Sì, vi è la costante, pervicace, inaffondabile, idea che il lavoro più non renda. A che pro lavorare? E allora, pian piano, ci si sprofonda nel miele accumulato da madri padri e nonni, quegli orsi selvatici; e si succhia, lentamente, con un occhio, atterrito, a imposte e balzelli e cedole condominiali, e l’altro, speranzoso, alle mirabilie della tecnica finanziaria che promette, caschi il mondo, cospicui interessi; sotto forma di paghetta digitale; ogni tre mesi, direttamente sul conto in banca: ventotto euri, quattordici euri, ventisette euri: a rimpinguare le scorte dei summenzionati orsi.

No, non si ha più voglia di lavorare. È un complotto? In effetti, a compulsare le orge statistiche, pare proprio un complotto più che un trend. Lavorare equivale innanzitutto a essere qualcosa. Il lavoro identifica. Il lavoro, poi, specie quello artigianale o altamente professionistico, immette in una considerazione di sé stessi più alta: il restauratore, il geometra, il falegname, l’avvocato, il ragioniere: ecco le corporazioni. La corporazione è, come la si consideri, un’entità sovraindividuale, appena al di sopra della famiglia; e al di sotto della Patria: entità che spiacciono ai dissolutori.

Per tale motivo il lavoro è colpito nell’essenza che qualifica l’individuo. Si hanno da offrire non lavori, ma occupazioni: insulse, fungibili, da armento di scarto; smaterializzarle, poi, renderle cosmopolite, di quel cosmopolitismo ecumenico che rende un cameriere di Bangkok simile a uno che ciabatta in Piazza Navona, nei pressi delle composizioni del Bernini. Le mansioni devono scadere a puro meccanicismo (sollevare pesi, friggere, passare carte, immettere dati), impersonale; il datore di occupazione, del pari, dissolversi nelle nebbie dell’anonimato.

Lo scriveva già Pasolini: bei tempi quelli di Bertolt Brecht in cui la classe operaia voleva fare il mazzo al padrone col sigaro; con le trippe all’infuori, grasso e tirannico. Bei tempi poiché quel padrone aveva un nome, preciso: abbasso quel porco dell’Agnelli, maledetto Pinifarina!

Dove sono i bei padroni d’una volta? Spesso i padroni erano simili agli operai; ce l’avevano fatta. Come il Mazzarò de La roba: sono io il padrone, questa è roba mia, ho mangiato pane e cipolla, ho sgobbato, ma ce l’ho fatta! Animali, contadini, ruscelli, covoni, frutta: organi del corpo. Roba mia, vienitene con me!

Oggi, cosa sono i padroni? La Thyssenkrups fu una delle ultime incarnazioni del padrone cattivo: benissimo. Ma chi, nel proprio intimo, identifica davvero il padrone con quei gaglioffi inamidati, profumati e stretti da un cordone sanitario di legulei? Sono figurine, anch’esse, intercambiabili: più che tirannici, d’un dispotismo che viene da una lunga gavetta o da una tradizione di comportamenti feudali, sembrano psicopatici. I padroni psicopatici, talmente psicopatici e distaccati da non essere nemmeno padroni. Le multinazionali abbondano di tali serial killer. Gestiscono imperi gastronomici da miliardi di dollari e non sanno cuocere un uovo al tegamino. Così è. Perché, anche per loro, il lavoro più non esiste come attività che definisce volti e comportamenti.

I volti del padronato italiano del dopoguerra conservavano ancora, pur nella decadenza, certe angolazioni arroganti, liquidatorie; io fatico, ho faticato, faticò mio padre, mia madre, i miei avi; la fabbrica, quindi, è mia, mia come modo dello spirito, nessuno ha da toccarla. In suo nome sacrifico tutto, affetti tempo libero amicizie: è mia.

I volti degli operai, anche. Osserviamo le manifestazioni dei metalmeccanici negli anni Sessanta: le ghirbe, le barbe, gli avambracci, i capelli, le rasature, tutto parla di un’Italia profonda plasmata nei secoli.

Il lavoro rende ciò che si è: si è, in effetti, qualcosa.

Lavorare rende unici, quindi pericolosi. Meglio non lavorare.

Ancor meglio: non studiare poiché anche qui si ha una corporazione (la classe, lo studente) che trasforma l'informe in qualcosa. Per tale motivo la scuola sino ai diciotto anni è una barzelletta gestita da personaggi allo sbando, sfiduciati o altamente sindacalizzati (berciano appena gli si tolgono due ore di straordinario): in altre parole passacarte dell’educazione che ripetono le litanie del Potere (quest’anno viaggio ad Auschwitz, poi a vedere la mostra di Frida Kahlo, femmina e donna, quindi a cicalare della retrospettiva del tal fotografo sui migranti annegati nel Canale di Sicilia).

Osserviamo, stavolta, i volti dei lavoratori COCOCO o dei liceali: poverini, omettini, esserini. Il non lavoro e il non studio (la non educazione) li ha resi informi, simili gli uni agli altri, inoffensivi; lo scoppio di un mortaretto li farebbe fuggire come una combriccola di polli.

Non dirò una parola, poi, sulle appartenenze religiose. Anche qui la diluizione è arrivata, probabilmente di notte. Le chiese si son svuotate, i preti latitano, gli educatori del catechismo cattolico (son quelli che assordano i fedeli con la chitarra sull’altare) confondono la resurrezione della carne con l’aura fantasmatica new age.

Il fenomeno è proliferante e coinvolge, ovvio, i mitici statali. Un vastissimo generone di sfaccendati abita la piramide al contrario dell’amministrazione italiana: cinque uomini di truppa, dieci sergenti, venti capitani e cento generali. Lo so, mancherò di riguardo a molti statali, parastatali, comunali e avventizi locali che si dedicano, invece, anima e corpo all’esercizio delle proprie funzioni. E però il pregiudizio pare inestirpabile poiché, a ben guardare, la maggior parte degli statali, parastatali et cetera lo alimenta di continuo.

Una volta, tanti secoli fa, arrivai, nemmeno di buon mattino, presso gli Uffici di una ridente cittadina della Tuscia; presso un bel palazzetto nel centro storico, lì, sulla rocca, prospiciente il lago. Da quelle altezze, pur modeste, la linea dell’orizzonte, pura e incontaminata, rapiva lo sguardo; i vapori autunnali salivano molli e lenti, intrisi di esalazioni vaghe e struggenti: di legna bruciata, vino in fermento, bosco; l’immobile specchio delle acque, fomite di leggende e di storia, ammaliava il passante: legandolo a una contemplazione infinita, inesausta, difficile da sfuggire.
Passato il portone d’ingresso, sguarnito di vigilanza, m’incamminai nel corridoio buio. Ai lati s’aprivano i consueti penetrali burocratici: stanzette con scrivania - scrivanie prive di documenti e con rarissime pertinenze: una penna, dei post it, faldoni accatastati l’uno sull’altro, i risvolti arricciati e immalinconiti nella dimenticanza - e il temuto computer, opportunamente abbuiato, probabilmente gravido di programma cisposi e datati (Windows 98?), il filo del mouse a serpeggiare inutilmente sulla destra dell’impiegato fantasma; un mouse privo di impronte digitali, fiammante.
Percorsi i venti metri del tunnel, a cercare un’anima qualsiasi, non per accogliere il mio scartafaccio, che sapevo già essere un messaggio in bottiglia gettato nel Maelström dell’indifferenza, ma giusto per riconfortarmi un poco, salii, sulla destra, un'impervia scalea che immetteva su di un ulteriore corridoio. Questo, però, illuminato a festa, da neon ospedalieri, accecanti; da un paio di bacheche pendevano fogli di lotta strenua, lotta continua: la Triplice chiamava a coorte i propri iscritti onde rampognare a muso duro i padroni: id est, i propri correligionari pubblici, a diverso livello di gerarchia, certamente: per una questioncella inerente i buoni pasto. La ferocia di quegli attacchi (“Non subiremo imposizioni!”), a me, che, a pranzo, addento pagnottelle al bar (pagamento cash), colpì duramente. Altri avvisi on the wall: consigli del CAF per la pensione, il 730, consigli per il CAF migliore, CAF di ogni tipo: CGIL CISL UIL; e altri CAF che, intuivo debolmente, assistevano sì, ma con impegno maggiore poiché colate ideologicamente da più combattivi grumi sindacali: UGL, COBAS et cetera. E poi il mutuo: ché il povero dipendente non aveva da recarsi in banca, a pigliare umilianti sberle sul grugno (l’insolvibilità potenziale del potenziale cliente della banca), bensì rivolgersi a non so quale entità comunale o ministeriale che aveva in serbo, coordinati da correligionari bendisposti, pacchetti-mutuo peculiari ove il temibile accrocco capitale-interesse poteva rilasciarsi, come un’aspirina effervescente, in rate mensili; comodissime, poiché, lo si intuiva a pelle - la questione, pur sottaciuta, rilevava nell’inequivocabilità - tali mensilità sarebbero state corrisposte con implacabile regolarità, nonostante i cambi di stagione, di governo; e le cadute dell’economia, la precessione degli equinozi e la disfatta occupazionale montante; addirittura contro la volontà del beneficiario se questi, per un saltapicchio, le avesse rifiutate.
Il corridoio, un’altra ventina di metri, era, stavolta, esornato da porte serrate, tutte agghindate da targhette beige a caratteri vermigli: onde definire ufficio e responsabile. Non sapendo a che santo votarmi presi a bussare, come la Befana, mai ricevendo, lo ammetto, alcun riscontro sonoro: le camerine, infatti, erano sì chiuse, ma vuote, pure queste, come il carapace d’un mitile alla fine d’un orgia. Di vociare non se ne parlava: la costituzione psicologica m’impedisce la gazzarra. Mi mossi nervosamente alla volta dell’angolo bar - un caffè = trenta centesimi - ove la macchinetta, mal funzionante, riservò una bevanda torbida e amara; ciò che mi spinse, per un breve attimo, alle soglie del deliquio rivoluzionario, fitto di bestemmie a mezza voce. Quindi l’inaspettato: un tramenare appena udibile, in un loculo viciniore: la salvezza, forse: un calpestar di piede umano. M’avviai verso la fonte del ciabattìo; sorpresi, stagliato contro la finestra a quattro riquadri, lievemente ingobbito, un funzionario, o un facente funzioni, che imprimeva, scucchiaiando ambidestro, un movimento sussultorio al contenuto d’una zuppiera di vetro: ove venivano a miscelarsi, con cura sistematica, pane mollo, pomodori e altre gustose frattaglie di cui non ebbi, lì per lì, inebetito per la meraviglia, contezza certa; il Nostro fu assai pronto: prima posò, con degnazione atarassica, il mangime fuor della mia vista; quindi, passandosi le mani sui fianchi, a togliere il velo d’unticcio, atteggiò il volto, solo il volto!, a una blanda interrogazione: “E Lei che vuole?”. Si era in una sorta di cucinino, fornito di frigorifero basso, dispensuola e caffettiera elettrica, di buona lega. Io ero preda d’uno sbalordimento siderale; solo chiocciai: “Buongiorno, vorrei …” e mostrai, smiagolato ogni intento logico-fonetico, l’oggetto infame di tanto disturbo: un ricorso, un petulante, vano, ricorso. L’eroe, colto improvvidamente nelle vesti di gourmet della panzanella, riassestò lesto il proprio Io in una maschera disinvolta ed efficiente, amica: “Benissimo, facciamo in un secondo!”; il documento fu ghermito con naturalezza, recato in una camerina prossima che tracimava, ovvio, di documenti freschissimi, addirittura di settimana, e pestato con disinvoltura da un tre quattro timbri appositi, tenuto lì alla spicciolata, evidentemente, per i seccatori come me: a suggellare il raccordo formale privato-pubblico, a inaugurare il Frejus d’una collaborazione doverosa: ch’era però, lo sapevo per certo, solo apparentemente biunivoca e paritaria. In realtà, in quello stambugio, hic et nunc, s’iniziava una sardana irta di bolli, imposte, rinvii e neghittosità preclari; un ballo condotto con arroganza da chi sa d’essere incontrovertibile (giudici, gendarmi, passacarte multiformi) poiché si sente il coagulo d’uno Stato Materiale - formatosi nel tempo grazie a una serie di illegalità, sentenze e leggine omicidiali in offesa allo Stato di Diritto - oramai remoto alle urgenze del cittadino, della giustizia e della libertà costituzionale.

Ma le formalità s’erano espletate, ognuno soddisfatto del proprio ruolo; io e il mestatore di pan bagnato ci salutammo cordiali, felici di ritornare agli andirivieni consueti; intanto il cliente-cittadino, a Roma, già alleggerito di qualche tallero, e ignorante del minuetto da noi inscenato, sperava, da micco qual era: sperava che lo Stato, la Giustizia, e coloro che sovraintendevano alla Giustizia, militi dell’imparzialità, e io stesso, incorruttibile e lungimirante, l’avrebbero risarcito dell’In-Giustizia patita.
La speranza muove il mondo, infatti.

Ma v’ha di più, direbbe il buon professore di diritto romano. Purtroppo il morbo pare contagiare irresistibilmente anche i privati. Credevate, forse, ch’io fossi un mangia- statali per partito preso? Un antidirigista? Un liberista? Macché, son sbarazzino con tutti.

Ed eccolo qua, il mitico e famigerato ceto produttivo che più non produce: professionisti, artigiani, piccoli imprenditori. Non hanno più voglia. In parte ciò è dovuto all’inanità del lavoro, simile alla tela di Penelope: di giorno si intrecciano i fili della tela, la notte l’Agenzia delle Entrate li disfa. Scarpinare per nulla, avere travasi di bile per nulla, arrabbattarsi per nemmeno un nichelino è, alla lunga, una frustrazione lancinante. Persino vestirsi la mattina pare di troppo. Sbarbarsi, truccarsi, lavarsi, vestirsi come esseri degni d’una città o in grado di sostenere i colloqui con i clienti: tutto superato. A che pro? E così il professionista sbraca lentamente; la pausa caffè del mattino si allarga, dapprima impercettibile, poi più vistosamente, a occupare l’intero orario di lavoro.

Ovviamente, signori, parlo per me.

La cravatta … dico: la cravatta! Dov’è finita la cravatta? Ha subito lo stesso destino del cappello, del doppio petto e delle ghette. L’inghiottitoio del casual, tale voragine che attira in sé con la lusinga dell’efficienza … giornalisti balordi che s’affannano con un velo di sudore, in maniche di camicia, a simularla tale efficienza … angloamericana … o meglio: universale perché - parmi così, da pur superficiali impressioni - che pure gli scemotti di Al Jazeera, pure i russi, i filippini, i cinesi aspirino a condividere la frenesia casual che tutto travolge; e cela, pensate un poco!, il proprio contrario: l’inefficienza. Più il giornalista ammicca al pubblico, e si rende simile a tale platea meschina, in ciabatte e con le dita nel naso, più si vende lo zucchero filato dell’inconsistenza.

Si dice: Mentana è sul pezzo! Riferisce i fatti! Tutti i fatti! Ma noi coi fatti ci facciamo la birra … i fatti, come scrisse la Testa Matta, sono stupidi.

Una, due, tre ore servono per spostarsi; almeno una ulteriore viene gettata nell’altoforno delle comunicazioni di servizio (whatsapp, mail, telefonate inutili: “Dove sei? Io sono a piazza tal dei tali”. “Io a talaltra”. “Incontriamoci, allora, a mezza strada, in via degli Infingardi. C’è un baretto che ha aperto da poco”. “Va bene”). E poi le pause: la pausa pranzo, la pausa caffè, la pausa per l’aperitivo. Mezz’ora di attività già spossano l’ominicchio; sbuffi, cerchi alla testa; la burocrazia assedia il professionista, lo perde, dolosamente, in una giungla. Il crollo dell’attenzione, tipico dell’homunculus postmoderno, è vieppiù accresciuto dal bailamme di obblighi, responsabilità e scadenze in cui ci si è avviluppati grazie alla “semplificazione” del digitale.

I commercialisti, quelli veri, non quelli da CAF, sono allo stremo. Non esistono le scadenze IVA, TASI, IMU, IRPEF: l’anno solare si colora di scadenze; le scadenze e le proroghe e gli ultimatum continui, ravvedimenti, bonarietà, intimazioni, si susseguono sempre diversi giacché le norme fioriscono per dodici mesi, come le mele e le banane d’importazione; ciò che valeva ier sera oggi più non vale, e nel doman non v’è certezza: si scarica, non si scarica, ho sbagliato a scaricare … la spunta, l’online, la dichiarazione liberatoria, l’asseverazione … la cedola, la cedolare, secca o col selz, al 21%? No, al 10% con affitto concordato, ma, signore, soprattutto, si ricordi l’asseverazione … l’asseverazione? Ma sì! Dei pinco pallini qualsiasi, associazioni di categoria - altro che commercialisti! - in combutta con la Regione, rilasciano asseverazioni … previa iscrizione all’associazione stessa … e però c’è lo sconto, lo sconto sull’IMU … chissà, forse, vediamo … ma sì vedremo, vedremo pure l’associazione di categoria … un immondezzaio lercio, popolato da impiegati bisunti, la segretaria sformata, i capelli con la ricrescita … e i trogloditi italiani in fila per lo sconto … in fila nei corridoi d’una stamberga pararegionale, gli angoli puzzolenti, i calendari del 2013, le stampanti con la dispnea e lui, il Maneggione Ottimo Massimo, geometra a rate, ex lista civica, le mani (circa dieci) in pasta come amministratore di condominio, sindacalista di base e consulente, e ora capo riconosciuto dell’associazione stessa, eccolo lì, alla scrivania, traboccante, questa, di scartoffie, lerciate da scritte a pennarello, eccolo il Buddha che s’ingrassa con l’inefficienza pubblica … a simularla lui, l’efficienza pubblica … a concionare sulle nequizie del sistema, le lungaggini del sistema, lo sfascio dello Stato … ah, maledetto Stato … come se lui poco entrasse in tale disfatta … e la gente, questi pigmei, a ringraziarlo come un mammasantissima, per lo sconto, dal 21 al 10 … ma sì, Ernesto qui Ernesto là, un amico tale Ernesto, se non ci fossi tu, m’hai risolto la questione, mi hai salvato la ghirba, e lui a minimizzare, accondiscendere, mediare, satireggiare, motteggiare, dall’alto d’un sedile odoroso di scorregge, e ognuno si genuflette e ammicca; tutti sembrano partecipi d'una qualche operazione carbonara, a condividere furbizie, a presumere di fregare chissà chi, con l’occhio che guizza astuto e invece è solo l’occhio d’un ennesimo imbecille fregato per l’ennesima volta da tale basso patriziato capace solo di smangiucchiare le ultime croste stantie dell’Italia.

Lavoriamo … non lavoriamo … ma se non lavoriamo cosa facciamo? Cosa vuol dire, oggi, tempo libero? Il tempo libero, inventato come tutte le cose inutili, nel Novecento, più non serve. Il mondo va riprogettato non sul consumismo del tempo libero, ma su un consumismo minuto a basso continuo che più non dia requie all’ex consumatore, oggi suddito della Monarchia Universale. Nessuno, infatti, dice più d’avere un minuto libero. Sono occupato, ho da fare, non ho un attimo libero … detta, tale enormità, da gente vegeta come una pianta grassa … sì, non c’è un attimo libero, i messaggi incalzano, i finti desideri premono … e più di ogni altra cosa premono gli Altri, questa entità oscura e allucinata … gli Altri, i perfetti sconosciuti che prosciugano ogni attimo … cosa pensano gli Altri, come posso ignorare gli Altri, comunicare agli Altri … il lavoro concettuale si liofilizza, diviene grossolano, sminuzzato fra un trillo e un clic … resoconti e relazioni paiono vergate da un infante, le elucubrazioni sballate, i giri sintattici e logici sporchi … le virgole mal pensate o inesistenti laddove servirebbero … le conclusioni non in linea con le premesse … le fattispecie raffazzonate … la confusione dell’Io, perso in mille immagini frante, si riverbera sul pensiero … si va avanti con l’esperienza, la telefonata all’ultimo momento, il volemose bene … la razionalità, l’impegno, la dedizione si sbriciolano impotenti ai piedi del dio dell’Approssimazione.

I tirocinanti, cui si doveva il fardello assiduo dell’insegnamento, sono ridotti a schiavetti; essi stessi, invece di reclamare un magistero, d’intelletto ed esperienza, si accontentano di passar carte, alla svelta, compiacendo, ingannando; i loro occhi sono a volte torbidi, altre spaesati; non v’è pulizia in ogni loro atto; divengono arroganti oppure si deprimono. In entrambi i casi o trovano una scorciatoia o fuggono, lontani: lontani dal lavoro.

Ognuno sottostima, colpevolmente, la forma. La formalità, il rituale, la dedizione minuta: la divisa. Le aziende comunali (comunali; leggi: pubbliche) romane, nel primo dopoguerra, brulicavano ancora di individui integerrimi. La divisa, l’inappuntabilità della divisa (bottoni, gradi, scarpe, taccuini) e dei comportamenti (puntualità certosina, riguardo per la gerarchia) si costituivano non solo quali preclari manifestazioni dell’ordine e della funzionalità al servizio della Città e, perciò, del cittadino. No. Tale era solo la conseguenza innecessaria, sempre sull’orlo del formalismo sterile. La divisa agiva sull’individuo stesso. Osservare una liturgia spietata che prevaricava la propria indole (il dovere!), sottostare alla processione di obblighi e adempimenti, apparentemente inutili, forgiava il funzionario o il lavoratore: ne costituiva l’essenza. Alcuni ricordano ancora la severità e il fare burbero e gentilmente liquidatorio dei controllori ATAC (Azienda Tranvie e Autobus Comune [di Roma]): pantaloni, giacche, camicia, cravatta e cappello sbirresco; quadernetti, borsa di pelle. E gli stessi presso i capolinea delle linee più frequentate: autorevoli, con l’oriuolo alle mani, a garantire, inevitabile, il servizio. Il formalismo vestiva e plasmava il lavoratore immettendolo in una comunità diversa da quella ordinaria; il giovane percepiva, quindi, l’esistenza d’una gerarchia, d’un sentimento comune; in tal modo egli si sentiva giudicato e, lentamente, eliminava i rami secchi della propria inclinazione individuale per conformarsi alla Corporazione.

In maniera non dissimile operava l’educazione presso alcuni popolicchi ormai preteriti. Il ragazzo che entrava nel mondo adulto soggiaceva agli sguardi della comunità nel Campo di Marte: un anno in cui ogni cittadino poteva osservarne i comportamenti, le impennate, la volontà di sacrificio, la dedizione alla Patria. Lo stesso avveniva nei ginecei. Educare equivale a rendere difficile ancor prima che insegnare. Per questo oggi si anela la scorciatoia, la lectio facilior: diseducativa, ingannatrice.

Una delle prime azioni ordite dal Potere contro il lavoro fu di colpirne la sacralità millenaria con gli adescamenti casual. Via la divisa, in ogni campo, via le bandiere, gli stemmi, le corporazioni, i ritrovi, i dopolavoro; si allenti la disciplina, il codice di comportamento. E allora fluirono le barbe, le scarpe spaiate, i tatuaggi, gli orecchini, l’estro individual-coatto. Ai capolinea dei mezzi pubblici, a Roma, sembra di assistere alla libera uscita di una manica di sfaccendati da bar; persino le donne si diportano come vestali della cafonaggine. Le corse vengono eliminate da un ghiribizzo, i sani si danno malati (c’è la Champions), proliferano le scarpe da ginnastica, le camicie debordano dai jeans, la cabina di guida pare un call center dello sgavazzamento.

Si può lavorare da casa! Il nerd che, dal proprio monolocale puzzolente, fra tranci di pizza fredda e bibitoni da carie fulminante, organizza il mondo: altra mascherina entrata nell’immaginario del miccame internazionale. Basta con l’ufficio! Si poltrisca sino alle dieci, poi, con calma, da casa, mercé gli uffici d’un computer ultimo modello, si sbrighi, magari in videocollegamento, il lavoro giornaliero in un paio d’orette. Funziona!

E invece non funziona. I rapporti personali, la legge e l’ordine richiesti da una professione non sono, evidentemente, sostituibili. La rivoluzione e la semplificazione digitale hanno solo prodotto tonnellate di scartoffie in più; il compito occulto della rivoluzione digitale consiste nello smaterializzare l’individuo e ridurlo, in catene, al proprio cubicolo: ignorante, asociale, ottuso; inetto alla rivolta poiché ogni suo atto viene mediato da pacchetti di indignazione, infelicità, gioia, adeguatamente confezionati altrove. Il lavoro scade a occupazione; presto lo sarà a sussidio. Dieci miliardi tenuti a sussidio, sotto le stanghe di una tirannia che sarà impossibile definire come è impossibile definire un sentimento per colui che ha perso le parole. Rimarranno le impotenze sciocche, le goffe ire, le bestemmie a un dio che si è disconosciuto; i ciondolamenti da cubicolo. L’inoccupazione sarà la regola del 2050 e nessuno fiaterà. Crolleranno curiosità, ansia da viaggi, la sessualità, la famiglia, la creatività. La stasi e il giro frenetico del criceto conviveranno, contraddittorie e accettate dalla massa. Verranno persino abolite le tasse, pian piano. Ora servono per depredare, poi spariranno per far posto alla paghetta mensile dell’omarino: un tizio incapace pure di allacciarsi le scarpe, ma esperto di visori e Rollerball.

Uccidere larga parte dell’umanità era impensabile: per motivi pratici. Mansuefarla sino all’anonimato, invece, sembra alla portata tecnica del culmine della piramide.
Una piramide, questa sì, regolare, occhiuta, impossibile da scalare, la punta aguzza rivolta a strappare il cielo.

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