L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 3 novembre 2019

Il mondo in piena fibrillazione in Italia in pochi si stanno attrezzanzo per resistere all'arresto cardiaco

Nel mondo succede di tutto, ma quando il dito indica la terra lo stolto guarda l’Umbria 
Massimo Rocca 3 novembre 2019


 

Quando il dito indica la terra lo stolto guarda l’Umbria. Come nella metafora del birillo rosso di Foligno, centro di tutti i centri. Mentre intanto attorno a quel biliardo succedono cose in Turingia, in Cile, in Argentina, in California. Che ci raccontano più o meno la stessa storia declinandola in modi e circostanze diverse, ma la stessa storia. Il crollo di un equilibrio ormai quarantennale che ha associato tutto alla pura e semplice crescita del Pil e della ricchezza, senza preoccuparsi di come quella ricchezza veniva generata e men che meno come veniva distribuita.

Bastava aver letto l’ottimo Anschluss di Vladimiro Giacchè (non è pubblicità, mi ha da poco bloccato su Twitter) per imparare che uno dei grandi racconti di questo quarantennio, l’unificazione tedesca, il marco a parità di valore a Francoforte sul Meno e a quella sull’Oder era stata una sostanziale annessione di un paese sconfitto da parte di uno vincente, come il nostro Mezzogiorno o come gli stati confederati d’America. La chiamano proprio così – in italiano – negli articoli in inglese, la ex Germania dell’Est: il “mezzogiorno” tedesco. Un mezzogiorno dove più del 50% dei votanti ha scelto ex comunisti oppure neo conservatori xenofobi. Un luogo di vinti dentro la “locomotiva” d’Europa.

Oppure in Cile, l’unico paese dell’America latina ammesso al club dell’Ocse, il poster delle politiche della scuola di Chicago, quello con la crescita più alta del continente. Una crescita finita in proporzioni inusitate nelle tasche di 12 persone. Le più ricche del Cile possiedono un quarto della ricchezza di tutto il paese. Come dice Branko Milanovic, è lo stato con la percentuale di ricchezza più concentrata del mondo, esclusi un paio di paradisi fiscali. Ed è lo stato dove si spara ad alzo zero sulla folla, ma siccome a farlo non è Maduro nessuno ci parla di un sistema che pur avendo successo, evidentemente, è fallimentare.

Oppure l’Argentina, dove un altro dei cocchi del Washington consensus e del Fmi è stato spazzato via dal ritorno del movimento populista per antonomasia, il peronismo, perché aveva promesso povertà zero e invece l’ha portata al 32%. Ma – e forse più di tutti – la California, con le sue centinaia di migliaia di sfollati, i suoi black-out per milioni mentre le fiamme spazzano le porte del Getty museum. Lo stato più avanzato all’interno della prima potenza mondiale con una rete elettrica che sembra fatta per scatenare incendi. Anche qui certo non manca la ricchezza. Eppure.

E allora ecco che dovunque lo slogan è take back control. Riprendiamoci la facoltà e il potere di decidere sul nostro futuro. In Turingia o in Umbria, tra i gilet jaunes e i ragazzi che seguono Greta. Dicono tutti la stessa cosa. Smettiamola di esaltare un uomo come Mario Draghi che ha salvato l’euro dimenticandosi di salvare i cittadini dei paesi europei. Smettiamola di raccontare favole, come quella esposta da Sergio Mattarella in occasione del passo di lato del governatore della Bce. E’ la stessa favola del genio Kohl e dei suoi eredi Schroeder e Merkel contro cui piovono le pietre della Turingia.

Smettiamola di dire come si diceva al di là della cortine di ferro che i paesi fratelli erano intervenuti per salvare i polacchi, gli ungheresi, i cecoslovacchi da loro stessi. Smettiamola di dire, come l’ufficiale americano a Ben Tre, che per salvare la città dai Vietcong “abbiamo dovuto distruggerla”. Riprendiamoci il controllo: ma per farne cosa?

Un’altra mutazione del recente passato, fatta di basse tasse per i ricchi nell’illusione del trickle down, di uno stato sempre più affamato come la bestia di cui parlava Ronald Reagan. Aggrappandoci al ciclo solare, che magari ci pensa lui ad abbassare le temperature. Di un mondo che passi dai milioni di “io” egoisti immaginati dalla Thatcher ai pochi “noi” delle scelte identitarie, lasciando comunque fuori da ogni nostro interesse tutti gli altri “loro”. Se pensiamo che basti questo continuiamo a tirare il boccino nella speranza che solo il nostro filotto sia quello che conta.
 

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