L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 10 novembre 2019

Il Progetto Criminale dell'Euro va avanti, l'Italia deve essere cannibalizzata

I vecchi padroni della “nuova” Unione Europea

di Claudio Conti
9 novembre 2019

In calce un articolo di Guido Salerno Aletta


Come si smontano interi Paesi per acquisirne il controllo, sia sul piano industriale che diplomatico. L’Unione Europea è nata per questo. O perlomeno è diventata l’espressione “semi-statuale” di un processo guidato da grandi gruppi multinazionali, che si appoggiano – per le normali necessità geopolitiche e militari, di cui non intendono accollarsi i costi – su Stati “forti”.

Francia e Germania sono in questo schema i punti di riferimento obbligati, specie da quando è iniziato il travaglio della Brexit, che può tradursi in un maggior grado di autonomia dell’”Europa” rispetto all’influenza statunitense.

Come se non bastasse, la crisi economica è tornata a bussare alle porte continentali, con la Germania inopinatamente “ultima della classe”, alle prese con la fine di un modello di sviluppo mercatilista, orientato dalle esportazioni, prosperato sui bassi salari e la precarietà contrattuale.

Il frutto avvelenato di quel modello di sviluppo – le “politiche di austerità”, incardinate in trattati come il Fiscal Compact – è noto: nessun governo europeo gode più del consenso popolare. Ed anche se alle ultime elezioni europee la crescita della forze nazionaliste di destra è stata meno esplosiva di quanto temuto, il contemporaneo indebolimento della “grosse koalition” continentale (tra democristiani e “socialdemocratici”) rende molto più fragile il governo politico delle tensioni.

Lo si è visto con le difficoltà nella formazione della Commissione Europea. Il candidato predestinato – Frans Timmermans, “socialista” olandese – è stato bocciato. E lo stesso è accaduto con la “riserva”, il democristiano tedesco Manfred Weber. La scelta è infine caduta sul ministro della difesa tedesco, Ursula Von der Leyen, che a sua volta si è vista bocciare ben tre “ministri” europei da lei proposti. Al punto da costringere Margrete Vestager, confermata “commissario alla concorrenza”, ad ammettere che questa legislatura europea non sarà governata come in passato, ma attraverso una serie di patti ad hoc con i “sovranisti”.

Il che dovrebbe far riflettere, “a sinistra”, sulla serietà (scarsa, diciamo…) dell’establishment “europeista” come “argine” alla crescita dei nazionalismi.

Tirando un po’ le somme, dunque, siamo in una fase di “ridisegno” degli equilibri continentali, che costringe ormai anche i boss a interrogarsi su come cambiare la struttura (e gli obbiettivi) del potere continentale.

Per avere un’idea più precisa degli interessi in campo, consigliamo la lettura del sempre efficace Guido Salerno Aletta, che questa volta si concentra sul protagonismo francese, specie in rapporto alla “predazione” delle grandi imprese italiane. Un lampo di luce impietoso (basti pensare alla liquidazione della Fiat-Fca, passata nelle mani di Peugeot-Citroen mentre i media italioti stanno lì ad applaudire un’”italianità” che invece scompare…), che dà informazioni utilissime anche sul tipo di “personale politico” necessario a questa “nuova” Unione Europea.

Gente pronta ad ogni missione, come quel Manuel Valls che può passare in un battito di ciglia dalla poltrona di primo ministro francese a candidato sindaco di Barcellona (mission impossible), ma anche a candidato premier in Libano.

Un vil razza dannata, che rivela come la “democrazia” sia ormai una parola. Non una realtà del capitalismo in crisi.

* * * *
La Campagna d’Italia prosegue

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Le relazioni tra Francia ed Italia hanno ripreso la consueta correntezza ed intensità dopo la visita a Parigi del nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 2 maggio scorso, che aveva chiuso la fase di brusco raffreddamento determinato “dalle ripetute accuse, attacchi privi di fondamento, dichiarazioni oltraggiose” da parte di esponenti della maggioranza giallo-verde che sosteneva il primo governo Conte.

Si era arrivati, il 7 febbraio, al richiamo dell’Ambasciatore Christian Masset per consultazioni a Parigi: dal caso Battisti agli improvvidi incontri con un leader assai chiacchierato dei gilet gialli, dalle critiche all’intervento militare in Libia per abbattere il regime del colonnello Gheddafi al presunto sfruttamento delle ex-colonie francesi attraverso la gestione del CFA, fino alla questione dell’immigrazione clandestina, il clima si era andato davvero avvelenato.

Nel segno della ritrovata armonia, il 24 ottobre è stata inaugurata al Louvre una mostra che celebra “Léonard De Vinci” in occasione dei 500 anni dalla morte, avvenuta durante il periodo in cui era in Francia, ospite della corte di Francesco I. Tra l’altro, le spoglie di Leonardo sarebbero conservate nella Cappella di Saint-Hubert ad Amboise, nella Valle della Loira: insomma, non è un genio solo italico.

C’è un quadro generale di cui occorre tener conto nel giudicare la politica francese. La attuale Presidenza sta sviluppando un processo di pervasività attraverso la ibridazione della rappresentanza elettorale e le relazioni politiche e partitiche transnazionali. Ciò riguarda anche le relazioni con l’Italia.

Tutto si muove nel solco di quella più drastica trasformazione delle istituzioni europee che era stata proposta già due anni fa da Emmanuel Macron: le elezioni del Parlamento di Strasburgo del maggio scorso si sarebbero dovute effettuare sulla base di liste politiche uniche, uguali per tutti i Paesi dell’Unione, e non già sulla base di liste, collegi e circoscrizioni nazionali. La nazionalità di provenienza dei singoli rappresentanti al Parlamento europeo sarebbe stata assorbita dalla loro legittimazione trasnazionale, vista la loro elezione nell’ambito di una comune lista elettorale.

Nonostante il diniego del Parlamento europeo, il Presidente Macron ha cercato comunque di testimoniare la volontà di perseguire l’obiettivo di innervare in modo completamente nuovo le famiglie politiche europee, inserendo cittadini non francesi nelle proprie liste, come è accaduto per l’italiano Sandro Gozi che è stato candidato per Renew Europe, risultando tra i non eletti recuperabili nel caso della redistribuzione dei seggi dopo la Brexit e la conseguenze decadenza dei candidati del Regno Unito.

Di converso, l’ex primo ministro francese Manuel Valls, già socialista e poi aderente al movimento macronista LREM, essendo nato a Barcellona da padre spagnolo, ha ufficializzato a maggio scorso la sua candidatura a Sindaco di quella Municipalità.

Anche i recenti incontri parigini tra il neo Commissario europeo Paolo Gentiloni ed il Presidente di Astrid Franco Bassanini con il ministro degli interni Christophe Castagner, testimoniano la pervietà dei rapporti politici e la volontà di realizzare una rete transnazionale.

La Francia di Macron punta inoltre a rafforzare la propria centralità strategica in Europa, ponendosi al vertice di un triangolo alla cui base si trovano da una parte la Germania e dall’altra l’Italia, anziché limitarsi solo all’asse con Berlino, come ha fatto in passato. Tra l’altro, nonostante le recenti indiscrezioni secondo cui sarebbe stato dato nuovo impulso alla stesura di un Trattato del Quirinale, che dovrebbe rafforzare le relazioni franco-italiane in maniera analoga a quanto avviene tra Francia e Germania sulla base del Trattato dell’Eliseo sin dal 1963, che è stato poi rinvigorito da quello di Acquisgrana del 22 gennaio 2019, ben poco si sa dell’esito dei lavori del Comitato misto italo francese che a maggio 2018 avrebbe concluso i lavori preliminari. Le trattative diplomatiche, d’altronde, sono sempre coperte da un geloso riserbo.

Tante sono le questioni su sui Italia e Francia si confrontano, dal piano economico a quello finanziario, fino alle partnership industriali nei sistemi d’arma.

Non è casuale, quindi, che Parigi si sia fatta costruire un amplissimo portafogli ad hoc dalla neo Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che spazia dal mercato interno all’industria, dagli stanziamenti per l’industria militare a quelli per le nuove tecnologie digitati. Per quanto ci riguarda, è stato addirittura ipotizzato che il forte sostegno dato alla formazione dell’attuale governo giallo-rosso sia derivato dalla volontà di scegliere a favore dei rapporti con la Francia gli organi di vertice delle imprese pubbliche italiane che verranno a scadere nel prossimo mese di maggio.

Il grande attivismo francese di questi ultimi due anni è volto a riempire il vuoto geopolitico di una Unione europea priva di leadership nelle relazioni internazionali: un ruolo che la Germania per tante ragioni storiche e di convenienza non ha alcun interesse a sviluppare, preferendo puntare sulle assai meno appariscenti ma ben più comode relazioni industriali e commerciali.

Se l’uscita della Gran Bretagna dalla Unione facilita il protagonismo di Parigi, in quanto sgombra il campo da quella storica relazione preferenziale che lega Londra a Washington che ha ridotto gli spazi di manovra dell’Unione, è altrettanto vero che tra le Grandi Potenze c’è chi ha tutto l’interesse a sovraccaricare Parigi di ambizioni, lasciando che si ponga al centro di tutta una serie di problemi che poi non è in grado di mediare.

Le vicende della Siria, della Turchia, dell’Iran e della Libia sono emblematiche in proposito, ed ancor più lo sono le rivolte popolari di questi giorni nel Libano, terra che pure è storicamente il cortile di casa di Parigi.

La Russia, al contrario, sta riuscendo a giostrare gli interessi contrapposti di tanti Paesi: in Siria, ad esempio, gli Usa gli hanno ceduto il cerino acceso, che Vladimir Putin non si farà certo sottrarre facilmente.

La debolezza dell’Italia sul piano internazionale si deve a tre ben noti fattori: il peso del debito pubblico, che viene strumentalizzato da decenni per indebolirci; la crisi delle immigrazioni dalla sponda libica e tunisina, su cui pure si specula; la instabilità della Libia ed i rapporti con l’Egitto del Presidente Al Sisi che non si sono mai ripresi a pieno. Parigi non ha alcun interesse al superamento di questi nostri problemi.

Piuttosto, il sistema economico e finanziario francese ha interesse a svilupparsi in Italia, mediante una strategia completamente diversa rispetto a quella tedesca, che ha visto nel sistema delle media imprese italiane un sistema manifatturiero sempre pronto alla fornitura, assai flessibile e comunque di eccellente livello.

Mentre i tedeschi comprano prodotti italiani ed i cinesi vendono i loro, i francesi tendono piuttosto alla acquisizione del controllo di grandi imprese, con risultati a dire il vero finora assai poco lusinghieri: l’ingresso in Mediaset e quello in Telecom ne sono la più lampante dimostrazione, mentre la ritirata dei big della grande distribuzione commerciale paga gli effetti di una crisi economica che l’Italia non ha mai superato.

Anche le opposte reazioni delle Borse di Milano e di Parigi sulla recentissima decisione di procedere alla fusione tra Fca e Psa, con le quotazioni della prima che sono schizzate in alto mentre quelle della seconda si sono depresse, testimoniano le difficoltà di questi processi aggregativi: i francesi si faranno carico della innovazione tecnologica di tutto il gruppo, profilo su cui invece Fca è molto indietro. I marchi di Fca metteranno a profitto una sorta di spending rewiew finanziata dal partner. E’ evidente, dunque, che la localizzazione dei nuovi investimenti penalizzerà in prospettiva l’Italia, che si limiterà ad incorporare nei prossimi modelli le innovazioni francesi.

Sullo sfondo, ma se ne parla da anni, rimangono le partnership francesi per Generali e per Unicredit. Una volta realizzata la subholding tedesca di quest’ultima, che scinderebbe finalmente le responsabilità di ricapitalizzazione e di intervento in caso di difficoltà operative delle banche che ne dipendono, per Parigi sarebbe tutto assai più semplice. D’altra parte, anche le recenti acquisizioni da parte francese di linee di attività gestite da Deutsche Bank negli Usa militano a favore di una preliminare riduzione dei rischi.

Sui rapporti tra Fincantieri ed i Chantiers de l’Atlantique, l’Antitrust europeo ha appena aperto una indagine approfondita per verificare che non si sia verificata una restrizione della concorrenza sul mercato europeo. La crisi dei cantieri tedeschi, e soprattutto la prospettiva di procedere con un abbinamento franco-tedesco anziché franco-italiano nelle nuove linee di naviglio militare, sono probabilmente alla base di questa iniziativa: tutto, nella nuova Commissione, tenderà a rafforzare sul piano della innovazione comune tra le industrie di Francia e Germania.

Il problema si pone, dunque, nell’utilizzo dei fondi europei: essendo contributori netti, come italiani pagheremmo ancora per programmi che finanziano le industrie di altri Paesi. Da una parte, con i Fondi di Coesione, il bilancio europeo drena risorse a favore dei Paesi dell’est, che diventano più competitivi con gli investimenti che paghiamo noi; dall’altra sostiene lo sviluppo tecnologico dei grandi complessi industriali di cui ormai siamo privi, essendo stato disperso il patrimonio delle grandi imprese pubbliche.

Nel prossimo quadro finanziario che parte dal 2021, approfittando del venir meno del contributo della Gran Bretagna, occorre mettere paletti e porre veti: il potere si conquista con le regole, prima ancora che con il denaro e le armi.

La Francia, intanto, fa i suoi interessi: la campagna d’Italia continua.

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