L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 3 novembre 2019

In Euroimbecilandia ognuna viaggia per se, ognuno contro tutti

Mondo
Vi spiego come l’Unione europea si sta sbullonando. L’analisi di Salerno Aletta

di Guido Salerno Aletta 
3 novembre 2019



Non solo Brexit. Ecco tutti i dossier che stanno squassando l’Unione europea. L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Mentre a Bruxelles ed a Francoforte si celebrano i riti dell’addio, per accommiatarsi da chi in questi anni ha guidato la Commissione e la Bce, le preoccupazioni per il futuro dell’Unione si accrescono, malcelate.

LOTTE DI POTERE NELLA COMMISSIONE DI BRUXELLES

Salta di un mese l’insediamento della nuova Commissione europea, che era previsto per il 1° novembre. La Presidente Ursula von der Leyn non è riuscita a completarne l’iter di formazione, per via dello smacco clamoroso che ha subìto da parte del Parlamento europeo, che ha bocciato a scrutinio segreto la candidatura francese di Sylvie Goulard, fortemente sostenuta dal Presidente Emanuel Macron e Ministro della Difesa dell’attuale governo. Praticamente, le hanno votato a favore solo i rappresentanti di Renew Europe, il gruppo cui aderiscono i macronisti: i Popolari si sarebbero vendicati della scelta della von der Leyen come Presidente della Commissione, e quindi del veto che fu posto da Macron al mantenimento del tradizionale sistema dello spitzenkandidaten che avrebbe portato automaticamente alla designazione di Manfred Weber. Ad essere indigesto è stato anche l’eccezionale peso del portafogli assegnatole, che spazia dal Mercato interno all’Industria della difesa, fino a quella digitale. Tante competenze, tanti soldi; forse troppi: ma era esattamente questo il senso dell’accordo raggiunto tra von der Leyen e Macron. Anche per il Presidente francese è stata un segnale pesante. Occorrerà rimpiazzare anche le due candidature della romena Rovana Plumb, indicata per il portafoglio dei Trasporti, e dell’ungherese Laszlo Trocsanyi, in corsa per l’Allargamento, che sono state dichiarate “non in grado di esercitare le proprie funzioni conformemente ai trattati e al codice di condotta”. Il nuovo candidato francese è Thierry Breton, che vanta una grande esperienza sia politica che manageriale. Aver ricoperto tanti incarichi societari potrebbe dar luogo a conflitti di interesse, ma anche Francia vuole in Europa un uomo di assoluta fiducia. 
I Commissari europei sembrano ormai altrettanti ministri, solo che hanno sede e soldi a Bruxelles. 

CHE COSA SUCCEDE IN SPAGNA

Il prossimo 10 novembre, la Spagna tornerà alle urne: sono le seconde elezioni in sette mesi e le quarte in quattro anni, un caso senza precedenti in Europa. Il Psoe, nonostante la maggioranza relativa ottenuta sotto la guida di Pedro Sànchez, non riesce a formare un governo aggregando Unidas Podemos, che è guidata da Pablo Iglesias. Costui non si lascia sedurre dalle poltrone e pone continuamente condizioni in materia di difesa delle classi deboli e dei lavoratori che i Socialisti ritengono eccessive. Un sistema politico frammentato, con posizioni inconciliabili tra loro, è l’eredità degli anni della crisi.

Le pesanti condanne irrogate di recente ai dirigenti catalani che parteciparono alle iniziative indipendentiste di due anni fa hanno rinfocolato le tensioni. A Barcellona, si sono ripetute manifestazioni di piazza, cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone. Anche in questo caso, emerge un tema di fondo che riguarda l’Unione. Se per un verso l’enfatizzazione dell’Europa delle Regioni e le iniziative transfrontaliere servono a frammentare l’unità politica statale e ad accelerare l’abbattimento delle frontiere nazionali, le azioni per la coesione si sono dimostrate assai poco efficaci. 
I divari economici e sociali sono aumenti, alimentando le richieste di autonomia nelle aree più ricche ed il senso di abbandono in quelle più povere. 

LA CRISI IN ROMANIA

Nella disattenzione generale, da mesi c’è grande tensione a Bucarest. Vecchi equilibri di potere sono saltati, creando una situazione di pericolosa incertezza anche istituzionale. È un Paese fondamentale sul piano geopolitico, oltre ad essere molto rilevante dal punto di vista economico. Mentre in Polonia ed in Ungheria si consolidano le rispettive leadership sovraniste, la Romania consuma quella stabilità che negli scorsi anni le aveva consentito una crescita sostenuta. E’ un brutto varco, nello scacchiere orientale.

DOSSIER ALBANIA E MACEDONIA

Nessun allargamento, per ora. Se ne riparlerà a maggio, quando si svolgerà una conferenza generale sui Balcani occidentali. Non è affatto casuale che, nell’ultimo Consiglio, sia stata la Francia ad opporsi all’ingresso di Albania e Macedonia del nord nell’Unione: deve bloccare la germanizzazione strisciante di tutta l’area, che Berlino considera da sempre il suo “giardino di casa”. L’asse franco-tedesco, sul piano geopolitico, non esiste: ognuno aspira ad una propria egemonia, e contrasta quella altrui

CAPITOLO TURCHIA E CIPRO

L’ingresso delle truppe turche nel nord della Siria ha provocato reazioni quanto mai diverse: l’Italia ha convocato subito l’Ambasciatore turco, rinviando alla sede europea la decisione sull’embargo alla vendita di armi. Francia e Germania hanno agito con maggiore cautela: fermandosi ad un appello a fermare l’offensiva. Sul piano concreto, si sono poi limitate a sospendere le vendite future dei soli armamenti utilizzabili in questo genere di operazioni, soluzione in qualche modo poi seguita dall’Italia. La cautela tedesca risponde alla minaccia turca di aprile i campi profughi che ospitano centinaia di migliaia di persone fuggite dal conflitto siriano. Si sarebbe riaperta la rotta dell’emigrazione che attraversa i Balcani, per giungere in Germania. Per Angela Merkel sarebbe stato un disastro.

Le tensioni con la Turchia riguardano anche lo sfruttamento di giacimenti nell’area marittima di Cipro, che viene rivendicata dalla Turchia: italiani e francesi, che operano per lo sfruttamento, dovrebbero ottenere la protezione dei rispettivi Paesi, forse anche militare. Il paradosso è che siamo tutti parte della Nato: un’alleanza che si sta dimostrando al suo interno assai fragile, proprio come l’Unione.

Anche in questa occasione, non è comparsa pubblicamente la figura dell’Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera e la Sicurezza: ad un titolo tanto altisonante corrisponde un ruolo che è stato finora altrettanto poco efficace. Anche la costosissima rete diplomatica che l’Unione sta realizzando da anni rappresenta un lusso poco utile.

(estratto di un articolo pubblicato su Milano Finanza)
 

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