L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 16 novembre 2019

La Lega e Forza Italia si sono mangiati Venezia, il corrotto euroimbecille Pd vuole continuare a mangiarsi Firenze

Ambiente14 Novembre 2019 di: Redazione

FIRENZE COME VENEZIA? CHI PROGETTA UN FUTURO SOSTENIBILE PER LA CITTÀ PATRIMONIO DELL’UMANITÀ?

Ma a qualcuno interessa, lassù nei Palazzi, lasciare un mondo possibile alle generazioni che prenderanno il nostro posto? I disastri che si accavallano – gli ultimissimi da Venezia a Matera – hanno qualche cambio di rotta da insegnarci?

Sentiamo cosa ci fa sapere il presidente della Regione Veneto Luca Zaia a proposito di quella ‘grande opera’ chiamata MOSE che, con le sue ultradighe sott’acqua in laguna, avrebbe dovuto proteggere Venezia dall’ultima inondazione. Ieri a “Tagadà”, su La7 (https://www.la7.it/tagada/video/mose-zaia-che-fine-ha-fatto-bella-domanda-non-sappiamo-nemmeno-se-funziona-13-11-2019-293051):

“Il MOSE? Sarebbe una bella domanda. Hanno speso 5 miliardi di euro, è ancora lì sott’acqua. Non si è ben capito cosa manchi ancora per farlo funzionare. E vedremo anche se funziona. E se funzionerà, vorrei ricordare magari a quelli che non sono molto informati che l’area di Piazza San Marco continuerà ad andare sotto l’acqua […]. Le dico che il MOSE non è un cantiere della Regione, […] è un cantiere dello Stato, la Regione non c’entra niente con il MOSE […]. Io non ho nessuna competenza, nessuna responsabilità. […]. Il problema è che il funzionamento del MOSE costerà ai cittadini 80-100 milioni di euro [l’anno, ndr] di gestione. E questa gestione.. si proponeva che questi 80-100 milioni provenissero da una nuova legge, da una nuova tassa da mettere sui veneziani. Questo è quello che posso dire. Dopo di che si sono succeduti talmente tanti governi in questi 30 anni di Mose che potrebbero riempire uno stadio e fare una domanda allo stadio intero”.

Questo MOSE somiglia terribilmente alla nostra TAV di Firenze. Che però sta messa anche peggio, perché si decanta, sì, da decenni, ma non è arrivata a vedere scavato neppure un metro cubo dei due lunghi tunnel progettati sotto Firenze fra Campo di Marte e Rifredi passando nelle viscere di Piazza Libertà, del Viale Lavagnini e della Fortezza medicea di San Giovanni. Però intanto, ci dice il nostro Zaia, 800 milioni di euro se ne sono già andati. E altri 800 sarebbero lì che aspettano solo di essere finiti di spendere.

Da Enrico Rossi ci piacerebbe sapere però, come fa oggi Zaia, quanto costerà la manutenzione e la gestione di questo buco nero erariale una volta realizzato. Eppure anche qui si parla di dighe, e sono due, questa volta sotto terra, contro-falda, lunghe 6.444 metri l’una. Ci sono palazzi e opere d’arte, sopra, che rischiano di ‘ballare’.

Ci domandiamo, allora: non rischiamo anche noi, fra qualche anno, quando la ‘grande opera’ sarà scavata, se mai sarà scavata, di sentirci dire dallo Zaia-Rossi di turno, che “la TAV non è un cantiere della Regione, è un cantiere dello Stato, la Regione non c’entra niente con la TAV, e io non ho nessuna competenza, nessuna responsabilità”?

Non rischiamo di sentirci dire che “il problema è che il funzionamento della TAV costerà ai cittadini tot milioni di euro l’anno di gestione, se non altro per proteggere i 277 fra edifici residenziali e manufatti storici in superficie sottoposti a testimoniale di stato e/o monitoraggio topografico dagli impatti dovuti all’interruzione della falda o alle vibrazioni”? E che per giunta questi tot milioni debbano provenire “da una nuova legge, da una nuova tassa da mettere sui fiorentini”?

Pensiamoci adesso! Anche per Firenze si potrà dire infatti (già adesso si può!) che si sono “succeduti talmente tanti governi in questi tot anni di TAV che potrebbero riempire uno stadio”. Potrebbe allora, cortesemente, l’attuale presidente della Regione Toscana, che tanto si batte per la realizzazione di questo doppio sotto-attraversamento nonostante la grande cifra già spesa quando le gallerie sono ancora da avviare, preannunciarci adesso quanto è previsto che venga a costare la sua manutenzione, la sua gestione e la sicurezza sua e della città che ci sta sopra, e a carico di chi saranno questi costi? Ci sembra che questo tipo di trasparenza nei confronti delle nuove generazioni sarebbe un bel punto di merito per una sana amministrazione. Trascurare il conteggio dei costi di manutenzione delle opere pubbliche, del resto, è un classico nel nostro Paese: e non è una virtù.

Sottolineiamo che, in tema di TAV, la Corte dei Conti ha messo nero su bianco ben 11 anni fa (Relazione accollo debiti FS, RFI, TAV e ISPA, 11.12.’08) un monito che, prima ancora che finanziario, è morale: “L’analisi critica della Corte si sofferma sul mancato rapporto tra l’entità e la durata degli investimenti e quelle dei beni acquisiti attraverso il pertinente indebitamento. […] Quel che è più grave, queste operazioni pregiudicano l’equità intergenerazionale, caricando in modo sproporzionato su generazioni future (si arriva in alcuni casi al 2060) ipotetici vantaggi goduti da quelle attuali. Sotto questo profilo la vicenda in esame è considerata dalla Corte paradigmatica delle patologiche tendenze – della finanza pubblica – a scaricare sulle generazioni future oneri relativi ad investimenti, la cui eventuale utilità è beneficiata soltanto da chi li pone in essere, accrescendo il debito pubblico, in contrasto con i canoni comunitari”.


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