L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 5 novembre 2019

La teoria della scarsità in un mondo in crisi di sovraproduzione, si potrebbe contraporre il Dono

Uscire dall'economia
 
di Antonio Savino
3 novembre 2019

Filosofia economica. La crisi economica ed ecologica del pianeta è la conseguenza dell'
elevata capacità produttiva di merci raggiunta, 
come mai nella storia, merci che devono passare dalla cruna dell'ago della loro valorizzazione per trasformarsi in denaro. Se non sopraggiungono strategie per abolire questo stato di cose, non si avrà nessun cambiamento e l'arma delle crisi e dei conflitti mondiali sarà sempre carica (Parafasi art. in Krisis)
Premessa


 
 
Se nel precapitalismo il sistema egemone era la religione che a sua volta aveva preso il sopravvento sul precedente sistema della città-impero (la Roma sacralizzata) nella modernità invece il sistema egemone è l'economia. Il valore che si valorizza ha preso il sopravvento sia sulle precedenti relazioni ed ha egemonizzato ogni altra forma di relazione sociale, è la grammatica della modernità. Essa ha messo l'intelligenza umana, l'intelligenza collettiva, al servizio del valore privato.

Il capitalismo non ha niente di “naturale”, ma è il frutto storico di relazioni e reazioni spontanee che si sono succedute nel tempo (da quasi 800 anni). Nato in un Occidente medioevale da una serie di coincidenze; è frutto di una “tempesta perfetta', come si dice in scienze. Conseguenza di una concatenazione di eventi particolari verificatesi in una particolare zona del mondo, si ha attecchito ed ha avuto successo.

La forma capitalista si è affermata in Occidente e poi ovunque e da qui ha segnato la storia dell'umanità degli ultimi secoli.

Per questo il capitalismo non va considerato come frutto di qualche progresso naturale, e neppure come un epifenomeno tecnologico, ma è una idea di uomo e di mondo mutuata dall'economia.

Il capitalismo nelle sue invarianti antropologiche, è un insieme di dispositivi sociali, un complesso sistema di relazioni che formano un insieme di canali, dighe e cascate dove scorre il fluido dell'economia, “liquido” su cui nuota tutta la civiltà attuale.

Dispositivi niente affatto “naturali”, ma prodotti dall'uomo, e per questo fanno parte integrante del suo “patrimonio” culturale. Un ordine sociale che ha plasmato il senso comune, e l'inconscio collettivo.

Ovunque nel mondo, sui fili portanti della società capitalista, si hanno le medesime reazioni di fronte ai medesimi stimoli si è un insieme omogeneo almeno sul fronte economico.

Indifferentemente a Londra o a Tokyo non solo il salario e il profitto, non solo il fine sociale, ma anche l'urbanistica, l'architettura, i servizi, i valori, il cibo, le stratificazioni sociali sono indifferenziate e assimilabili.

Il valore che si valorizza essendo un rapporto sociale, non ha in sé una data di scadenza, non costruisce nessuna premessa, nessun decorso progressivo verso il futuro radioso, “oggettivo”, “naturale” (la visione determinista della storia). l'unico futuro che ci aspetta sarà solo quello che ci saremo scelti.

È frustrante è il filone di critica all'economia politica “sovranista”, prodotto da marxisti confusi, che tentano di coniugare Marx e il neo keynesismo. Per lo più intellettuali, che fanno passare gli interessi della piccola borghesia impoverita per la panacea del proletariato.

Per allontanarsi dalla visione fumettistica del capitalismo, declinato nelle varie forme, bisogna riflettere sulla natura profonda del capitalismo: è un rapporto sociale. Andare quindi alla radice antropologica di quella che chiamiamo modernità, cogliere i rapporti sociali nevralgici che, pur nelle innumerevoli contraddizioni della società capitalista, gli consente tuttavia di tenere insieme una società sui suoi cardini. Trama antropologia che è risultata vincente anche di fronte alle rivoluzioni interne (siamo alla quarta rivoluzione industriale) ed esterne, rivolte e rivoluzioni “comuniste”.

L’economia è un rapporto sociale

Questo lo ha detto in modo solenne Marx. Il capitalismo non è un gruppo organizzato che prende il potere, ma una forma di scambio-relazione sociale ed economico, nel capitalismo esso è una struttura.

Quando si dice che il capitalismo è un “rapporto sociale” vuol dire che non esiste in natura (una terza natura), e dal momento che siamo animali simbolici, vuol dire che è il capitalismo è un rapporto linguistico di dominio. l'economia e la “moneta” che la sottende è la sua grammatica che veicola un rapporto di alienazione e di potere.

Va sottolineato che l'economia nelle altre formazioni economiche sociali non è l'unico rapporto sociale, ma nel capitalismo l'economia diventa prevalente, assume la forma di sintesi sociale che domina su ogni altro rapporto sociale.

Cosa vuol dire “economia”?

In genere, è la via più breve ed efficiente per andare da A a B. Sembra una banale formula dell'entropia sullo scambio di energia, ma non è così semplice quando c'è di mezzo il denaro e la misura “dell'energia utile” è la moneta.

Se il fine è il profitto (o un salario), non ha importanza che si produce bombe, cibo spazzatura o crisantemi, che si inquina o desertifica la terra, è del tutto indifferente che le materie prime siano depredate e prosciugate che il mare sia incapace di riprodursi, non c'è preoccupazione di chi sta a valle del fiume e si trova con meno acqua o che la trova inquinata, l'importante che l'economia giri.

L'economia legata a doppio filo con la moneta, è il principale strumento di scambio, serve per la sopravvivenza al punto che prestare moneta è una attività economica, la moneta nell'ideologia economica è una merce. Ossia parlare di economia è parlare di capitalismo!

Pensare che l'economia della moneta sia “neutrale”, pretendere di controllarla con la statalizzazione e come pretendere di controllare il vento con una pala eolica.

Capitalismo ed economia1

Economia: rapporto tra mezzi e fini

La definizione formale di economia concerne la relazione che intercorre tra i mezzi e i fini.

In un primo momento l“economico riguardava esclusivamente la scelta tra mezzi finiti (scarsi) e fini diversi e alternativi.

Si usava (e in parte si usa ancora) infatti questo rapporto tra mezzi e fini per le situazioni più disparate, come studiare una strategia migliore per vincere a carte oppure a scacchi anche sacrificando un cavallo o un pedone; si usava per studiare una strategia migliore per vincere una battaglia o riguardo il numero offerte o preghiere occorrenti per raggiungere il paradiso o evitare il purgatorio ecc.

Fin qui nulla di nuovo in “economia”, ma nella storia sono subentrati un paio di “accidenti” che cambiano la connotazione di “economia”.

Il mercato e il denaro

Con la messa al centro della società il mercato e il denaro, attività di scambio precedentemente assolutamente marginali o occasionali, che occupavano una parte laterale del mondo, entrano nel centro della società.

Sul mercato il teorema dei mezzi e dei fini si ribalta: i fini sociali diventano “bisogni illimitati” e i mezzi diventano limitati e scarsi.

Il mercato con la sua democrazia delle merci sovverte il precedente sistema autoregolatore che voleva i bisogni scarsi e la offerte illimitate come la metafora degli scacchi dimostra.

Fattore non ultimo che ha determinato il ribaltamento “antropologico” è la razionalità della moneta. Con l'illuminismo, si inserisce nel rapporto tra mezzi e fini il “metodo scientifico”. Esso toglie dalle precedenti strategie le consuetudini, le scaramanzie, le superstizioni o gli appelli a Dio o a qualche santo e fa entrare la logica, la razionalità e l'analisi scientifica.

Fattori moltiplicatori furono anche l'ampliamento del mercato grazie all'espandersi del commercio, soprattutto marittimo e con Paesi lontani. Raggiungere più ricchezze e più profitti richiedeva sistemi più accurati di analisi e gestione del movimento dell'economia del denaro: le culture mercantili, da empiriche divennero scientifiche. La rivalità tra mercanti e mercati, richiedeva città più forti e potenti dal punto di vista militare. Il ceto emergente ridondò nuove “istituzioni” per dare garanzia alle nuove e immense ricchezze, la città, lo Stato, la proprietà privata, sono tutte invenzione umane, che segnano l'ingresso nella nuova era dell'economia.

Il darwinismo sociale

Ne esce una nuova antropologia fondata sul mercato in cui 
l'individuo è caratterizzato da bisogni illimitati e mezzi materiali che sono limitati e insufficienti, 
con queste premesse si condanna l'uomo a una situazione di perenne scarsità “biologica”!2

L'uomo moderno è il frutto dell'operazione della sussunzione dell'economia formale al centro del fare e pensare. È frutto di un lungo processo che consistette dapprima nell'attribuire ai tratti dell'uomo come un valore ontologico di uomo-economico. E in seconda battuta nella ricostruzione della storia dell'uomo conforme all'economia.

Ossia, si è fatta una narrazione falsa che delle origini dell'uomo nello “stato di natura” alla recente “modernità”, egli avrebbe sempre agito secondo una logica di operare in regime di scarsità decrescenti3.

È una visione progressiva, determinista, darwiniana, della storia dell'uomo, considera tutta la storia precedente al capitalismo come un semplice preludio alla “vera” storia della nostra civiltà dell'uomo economico (borghese).

L'uomo “primitivo”, -secondo la ricostruzione della teoria economica “moderna”-, era condannato a vivere al limite della sussistenza della scarsità in continua lotta con la natura avara.

In altre parole, l'uomo paleolitico è di fatto un proto borghese disperato vestito di pelli che con arnesi di selce affronta affamato il mondo alla ricerca di beni scarsissimi.

Peccato che la realtà e tutte le ricerche antropologiche ci dicono il contrario.

Antropologi come Sahlins4 affermano: “Nelle società tradizionali, (...) strutturalmente, l'economia non esiste.5

Quello di proiettare sul passato categorie di pensiero che sono del tempo moderno, come fossero categorie universali e senza tempo è un vezzo usato da molti, se usato da gente acculturate è sicuramente per malafede. Si dà il caso che anche i numeri di Pitagora non sono quelli di oggi, a quel tempo erano solo i numeri interi che potevano esistere come veri, ed erano ontologici alla materia.

Spesso si guarda al passato, con i nostri occhi, o si credono universali alcuni concetti che invece sono particolari e validi solo in una certa era e in certa civiltà e non in altre: grave errore.

Così la parola “economia', è un termine polisemico, che assume molti sensi6; diversi significati a seconda del contesto storico geografico nel quale viene utilizzata.

Lo scambio economico nella storia

Se per economia si intende: “Insieme di attività, da parte di una collettività umana, relative alla produzione, alla distribuzione e al consumo delle ricchezze.” (Larousse), tuttavia le società sono divenute “crematistiche” (cioè hanno posto attenzione alla ricchezza materiale), solo alla fine del paleolitico superiore7. Quando l'uso della moneta, ossia di beni materiali, permetteva di liberarsi di un vincolo, di un debito, di un obbligo sociale. Ma anche in questo caso “l'economia” svolgeva un ruolo del tutto secondario riguardo l'attività umana.

Il cacciare o pescare era un atto religioso, un contatto con forze trascendenti; la distribuzione del cibo tra la comunità era riferita al mantenimento di status sociali, di razionalità economica non avevano nulla.

Nel passato tutte le attività umane erano un intero olistico, dove era impossibile isolare singole attività e pensarle separatamente come facciamo nella modernità, nell'antichità greca, ciò avveniva a causa della struttura stessa di quella società.

l'economia non era una “macchina” che funziona autonomamente e non esisteva come determinismo tecnologico.

L'ambito economico non determina lo stato della società primitiva, ma è piuttosto la società che determinava l'ambito e i limiti dell'economia.

Quindi leggere il passato con gli occhi moderni, non ha senso.

In altre parole l'economia è una categoria culturale (al pari di “politica” e “religione”, “famiglia”, “corporazione” ecc) e non è una attività utile (o meno) a degli individui, ma se è utile lo deve essere a tutto il processo vitale materiale delle società.

L’economia è scarsità di risorse!

Con l'economia marginalista la genesi del valore si sposta dalla produzione al mercato. Essa introduce il concetto di valore soggettivo psicologico, di utilità marginale ecco che lo scambio. Secondo tale (detta anche austriaca) ci dice che l'homo oeconomicus sarà disposto a pagare il secondo panino di meno del primo perché ha meno fame. Ovvero ciò che dà valore ad un bene è la sua particolare attitudine a soddisfare il fine che si sta perseguendo.

Succede che diamo valore ad una fetta di pizza solo quando il nostro scopo è sfamarci, ad una bottiglia d'acqua quando vogliamo dissetarci e così via.

L'uomo economico abita necessariamente, -e questo è il secondo paradigma importante del marginalismo-, dentro un mondo caratterizzato dalla “scarsità delle risorse”; la scarsità è il totem, il feticcio, fulcro di tutto lo “sviluppo sociale” moderno e delle sue leggi economiche.

Il teorema economico borghese8 ci dice che l'economia permette di soddisfare i bisogni dell'uomo, e nel capitalismo l'economia funziona bene solo se in regime di scarsità. Solo con la scarsità si ottiene “l'efficienza” delle risorse e “l”ottimizzazione degli sforzi”; grazie all'economizzazione delle risorse si può far fronte alle “insufficienze” delle medesime.

Succede così che sia le risorse naturali che quelle intellettuali sono tutte dentro il paradigma di “scarsità”. Il mondo è un immenso suk, con montagne di beni privati che il singolo può acquistare.9

Ma con questa definizione di scarsità si confonde il mondo con il sistema sociale. Nel mondo tutto è finito, anche il tempo e lo spazio, ma è ben diverso il “finito” da quello “socialmente finito”. Se per esempio si introduce o meno la proprietà privata di alcuni oggetti cambia tutta la visione abbondanza/scarsità.

Infatti, con la proprietà privata abbiamo da un lato l'abbondanza (i proprietari) e dall'altro la scarsità (i non proprietari). Per esempio, se prendiamo una macchina di lusso, un cellulare, un software, un libro, un brevetto, una medicina, una ricetta (o anche la stessa mano d'opera) o diversi altri prodotti10 che non sono dentro un regime di scarsità naturale, perché di questi oggetti se ne può produrre quanti se ne vuole (per non parlare della distruzione o dell'occultamento di beni al fine di tenere alti i prezzi).

Questo ci dice che il teorema della scarsità è una bugia colossale, 
un controsenso, è tutta una operazione artificiale della scarsità! chi ha deciso le quantità, la qualità dei prodotti e chi ha deciso che sono beni scarsi?

Abbiamo che molti altri oggetti naturali (spiagge, fiumi, foreste ecc.) che sono in realtà in sovrabbondanza, ma sono limitati dalla capacità di acquisto dei non proprietari, anche in questo caso chi decide chi può acquistare cosa? Di sicuro non il mercato!

Tra questi prodotti tenuti in regime di scarsità, bisogna dire,  
c'è anche la moneta immateriale che le banche possono produrre in quantità scrivendo un numero, un segno su un registro, ma alla maggioranza della popolazione questo privilegio è precluso.

Poi, come accennato, potremmo metterci anche il tema della “scarsità del lavoro” - il lavoro è pur sempre una “risorsa”, come un qualunque mezzo di produzione, è una merce, un bene, forse il bene primario-, come si decide la scarsità di mano d'opera con 7,5 miliardi di persone sulla terra?

Concludendo nel capitalismo, sia che abbiamo a che fare con i beni e servizi, con il lavoro, la salute, i diritti sociali (anche i diritti che non costano niente sono resi scarsi), per fare una gita ad un sito archeologico, andare a sciare, al mare o alle terme, l'individuo moderno, deve sgomitare per conquistarsi il bene reso artificialmente scarso!

Si può accedere ad un bene soltanto attraverso questo carattere possessivo-speculativo degli individui che rendono scarso ogni cosa per far funzionare il sistema. Questo vivere nella scarsità è diventato la condizione normale nella società composta da proprietari esclusivi. Si presume che gli individui siano sempre in relazione mercantile tra loro.

Da un punto di vista puramente materiale oggi più che mai ci sarebbero abbastanza risorse per assicurare viveri e cure mediche a tutta la popolazione. Più del 30% dei generi alimentari e delle medicine viene sprecato.

Ma l'obiettivo sociale del capitalismo non è la salute o il benessere di tutti, ma il profitto. E si assiste alla aberrazione che da lato abbiamo “doping” nella produzione di cure (inutili) e il “doping” dei prodotti alimentari, e dall'altra persone che non hanno la possibilità di curarsi o di alimentarsi.

Qualunque illuminista serio farebbe fatica a capire la logica che sta dietro al teorema della scarsità, e tuttavia esso è messo a fondamento delle teorie economiche borghesi ed è insegnato in tutte le scuole di economia della Terra!

La democrazia mercantile

Nella modernità siamo tutti uguali, competitivi e conflittuali, siamo dentro una società con beni scarsi e regolata da scambi economici: proprietà, contratti e mercato. Siamo “immersi” dentro il liquido “economico”, dove sia che si scambiano beni o che si rivendicano dei diritti, essendo un rapporto tra singoli “lupi”, serve un contratto di scambio e quindi e una “legittimazione”della proprietà e dello scambio che viene dello Stato. (Il contratto come “parola data” o stretta di mano tra due persone, con legittimazione sociale, del precapitalismo va in soffitta)

La stessa democrazia liberale è un contratto dove c'è chi vince prende tutto e la “minoranza” di governo (o maggioranza a seconda del tipo di conteggio della popolazione votante) rinuncia ad ogni appannaggio. È un contratto escludente, chi non vince, chi non vota, rinuncia all'appannaggio, tertium non datur, le mediazioni che comprendono entrambe le posizioni non sono previste.

Con la modernità si è aperta l'era dell'eterno conflitto tipico dell'uomo economico. Viene abolita, o diventa insignificante qualsiasi relazione sociale estranea allo scambio verticale esercitato sotto la protezione (e obbedienza) che offre lo Stato.

Di orizzontale si ha solo un nudo rapporto astratto e del tutto impersonale, la sintesi sociale è affidata alla politica e all'economia. In economia come in politica, ogni votante (cliente) è uguale all'altro (cultura dell'ugualitarismo che probabilmente deriva dalla cultura della moneta nella sua diffusione mercantile, dove conta solo la quantità), indipendentemente dalla competenza, dalle capacità, serietà, eticità e umanità.

In economia e in politica la “selezione della specie” obbedisce alle leggi della squalitudine e del denaro.

La "mano invisibile”


(Questo capitolo a prima vista può sembrare noioso e superfluo, ma credo sia utile per dare alcune nozioni di base che possono tornare utili. Per la comprensione del capitalismo)

Con la rivoluzione francese, si dà origine al cittadino proprietario; dal rapporto suo singolare con il trascendente, dalla religione, si passa alle nuove sacralità dell'economia. Non c'è più lo scambio episodico di beni, ma una costante ed allargata economia di mercato. Da Dio unico regolatore dei destini dell'uomo si passò alla famosa “mano invisibile” che opera nel mercato (di A. Smith), sostituisce la religione come regolatore e mediatore sociale.

L'incontro casuale delle merci e compratori nel mercato, formano l“invisibile” trama, che assume il ruolo di “sintesi sociale” che rimpiazza il precedente rapporto con la religione e il Divino.

E l'economia, e l'uomo oeconomicus assurge a nuova fonte di “benessere e felicità” comune.

Il mercato in versione capitalista, si presenta come un luogo impersonale, con una nuova “terzietà” sociale, un luogo franco dove ci si incontra senza “ferirsi”, senza sentimentalismi, senza coinvolgimenti amicali, dove ci si “ammazza” senza incontrarsi, in modo asettico seguendo solo la logica del denaro e del prezzo.

Il linguaggio è quello della moneta e insieme al contratto mercantile formano il nuovo ethos sociale, la nuova forma di stare insieme.

Il mercanteggiare occasionale delle antiche fiere paesane, dove “ciò che è mio non è tuo”, da essere una delle tante forme di relazione facenti parte del precedente mondo pre-capitalista, diventa la forma unica, costante e perenne, il fine esistenziale dell'uomo moderno.

La società moderna è una somma di interessi (A+B) impersonali, dentro supermercato 24h24, dove si fa “cooperation without benevolence”” (Hume).

(La stessa struttura dello Stato moderno è concettualmente frutto di un contratto sociale, e incorpora il nuovo modo di governare, utilitaristico e senza benevolenza.)

La “mano invisibile” e la razionalità delle masse

Un'altra curiosa contraddizione dei dei vecchi economisti, fu di pensare che gli individui che partecipano al mercato (borsa) siano perfettamente razionali, dotati di identica abilità, di sufficienti conoscenze, in grado di valutare le proprie e altrui azioni (il prototipo dell'uomo illuminista).

Quindi “la mano invisibile” del mercato come sintesi dell'operare collettivo fatto di azioni razionali che sommandosi avrebbero lavorato per il bene comune.

Al lato pratico -si è scoperto da molto tempo- non è così, nel mercato (qualunque mercato), non essendoci reciproca empatia e senso dell'altro, e poche informazioni condivise, ognuno lavora per sé; e in queste condizioni gli agenti sono spesso irrazionali o brancolano alla cieca, hanno pochissimo controllo sull'immensa mole di informazioni e le variabili in gioco e sono istintivi, seguono strategie di acquisto e investimento del tutto aleatorie e divergenti, o nel caso di forti sbalzi del mercato, entrano nel panico e procedono per mimesis. Nel mercato la razionalità quando c'è, è solo in base al prezzo più o meno vantaggioso nel momento, all'utile nel breve periodo.

Il prezzo è indubbiamente determinato da queste aleatorie azioni di tutti gli individui e dal numero di venditori e compratori. Dal momento che ogni “giocatore” opera per “mimesis”, è influenzato indirettamente dagli altri (e dunque interagisce con essi) solo attraverso il prezzo e null'altro, in queste condizioni dove sono tutti “apprendisti stregoni”, nel grande mercato, chi ha più “filo” tesse, e sfrutta i meccanismi del gregge, “il parco buoi” (così vengono chiamati) dei piccoli investitori sono facili preda dei meccanismi speculativi e delle bolle finanziarie architettati dai grandi squali della finanza, i piccoli apprendisti “emotivi” rimangono sempre con il cerino acceso in mano e con il patrimonio azzerato.

Il grande mercato è in realtà è una grande catena di S. Antonio, dove i grandi grassano i medi, i medi a loro volta i piccoli. (la fine dei fondi pensione in America, dalla GE alla Enron, o in Italia i vari piccoli risparmiatori truffati da Parmalat, o MPS e le varie banche fallite, sono sono un piccolo esempio).

L'economia come sintesi sociale

 
“L'economia è il luogo di irrealtà o più precisamente una duplicazione invertita della realtà, dove gli esseri viventi appaiono come cose e dove le cose sono dotate di vita: mondo di fantasmi, fantasmi e vampiri. L'economia non è il fondamento, la realtà ultima, la determinazione in ultima istanza'', come alcuni marxisti credono. L'economia è al contrario l'alienazione della vita reale”11.

L'economicismo non altro che la forma della sintesi sociale12 peculiare della formazione sociale capitalistica. l'economia come mediatrice del lavoro, che da valore al lavoro nella forma consona all'economia (in forma quantitativa, indifferenziata e divisibile).

Nel dominio dell'economico si ridefiniscono la gran parte dei rapporti sociali, un insieme di attività sociali: produzione, distribuzione, vendita e consumo, assumono forme nuove, che per dimensioni ed estensione che non esistevano prima.

Tutte le società delle varie epoche si strutturano intorno ad un nucleo centrale, ad un cemento sociale di base: la religione nel pre-moderno, e all'economia nel moderno.

Le attività principali dell'uomo moderno, il suo immaginario non gravitano più intorno alla religione classica, ma sono gravitati dall'economia: lavoro, occupazione, crescita, borsa, PIL, nei media, e salario vincite al lotto, tasse, sconti, costi delle merci e servizi, salute, lo sport, il tempo libero ecc.

L'economia dà senso e peso alle parole, riempie l'immaginario comune. La nostra civiltà con il suo immaginario è interamente segnata dall'economia. L'immaginario è fondamentale, perché è attraverso l'immaginario che si istituisce la realtà sociale.
« l'economia come una significazione sociale immaginaria che struttura la modernità” o “come un insieme di significazioni', cioè a dire «l'insieme dei valori e dei presupposti storici e culturali su cui riposa l'occidente moderno»13.

L'economia ha rimpiazzato la religione, e in Occidente anche le vecchie religioni si sono piegate all'economia.

Prendiamo il nostro campione dei feticci: il denaro, con la “sua” logica moderna che deve “rendere”, “arricchirsi” dentro uno spazio tempo definito (spazio tempo newtoniano). La moneta non indica “ore lavoro” , un tempo di lavoro astratto, come la vulgata di regime ci vuole far credere, ma è un elemento fiduciario, le banche creano moneta, il sistema finanziario crea moltiplicatori finanziari (moneta virtuale, bit), abbiamo moneta virtuale che è 10 volte la ricchezza reale. E come nei sistemi religiosi che si rispettino, al posto delle chiese e santuari, di preti e vescovi, abbiamo banche e borse, società di rating, società finanziarie e uomini banchieri, dei guru degli investimenti, e tycoon della finanza. Abbiamo moneta finanziaria basata sul debito, ossia su ricchezze ancora da produrre, si acquistano titoli tossici come una volta si compravano indulgenze per il paradiso, e si acquistavano reliquie (rigorosamente false), tutto fondato sulla fede, allora come oggi.

Oggi è l'economia la nostra religione, e si regge come allora sulla fiducia, sulla speranza che tutto regga, anche qui la società reale e quella fiduciaria sono ai poli opposti, la seconda determina la prima, come nell'idealismo e romanticismo.

Siamo una società erede dell'illuminismo che ci ha liberato da un tipo di fede e ne ha imposto un altra, essa dura finché” la maggioranza della comunità ci crede. Se la maggioranza un ipotetico giorno volesse andare a verificare la reale consistenza dei soldi in banca, ritirando i soldi dalla banca, tutto crolla. Analogamente succederebbe con le tasse o con i debiti, o con il voto; Stato, finanza, politici entrerebbero nel panico. Tutto non si basa su un “patto sociale” -come nella narrazione-, ma sulla fede, sulla speranza che domani sia simile all'oggi.

La nostra società ben lungi dall'essere razionale ed emancipata dalla religione, attenta al bene collettivo e dell'uomo, come forse volevano i filosofi del secolo dei Lumi, è, al contrario, profondamente religiosa e profondamente ingiusta.

Il dono e le relazioni

E uscire dall'economia mercatistica vuol dire mettere in atto diverse alternative. Una interessante soluzione elaborata finora (a parte la fallimentare economia pianificata in voga nel 900) è quella che viene chiamata impropriamente “economia del dono”.

Il sostantivo “economico” così come lo si intende nell'economia classica, può essere vero o falso, dipende dal contesto.

Definiamo il “Dono” come “ogni prestazione di beni e servizi effettuati, senza garanzia di restituzione,".

Alla risposta per quale fine, si spalanca tutto un mondo.

In antichità si concludeva “al fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone”. La presenza di questo ultimo aspetto non è conseguenziale e neppure necessario.

Il peso che ha questa seconda parte fa del dono una cosa buona o cattiva.

Dono e antropologia

Il sistema del Dono è sempre esistito sotto diverse forme in tutte le epoche storiche, per es, nel Potlach dei nativi americani, dove durante il rito vengono scambiati o distrutti (nel senso di sottratti al circuito di scambio) ingenti beni di prestigio, al fine di rafforzare le relazioni, o le gerarchiche tra gruppi e persone.

Il dono viene praticato anche per rafforzare legami con il mondo degli spiriti; le offerte agli Dei non erano accessori, ma parte della comunità; gli spiriti, gli antenati erano i “convitati di pietra” considerati veri, reali, influenti nella vita della comunità quotidiana.

A prima vista l'economia del Dono può sembrare una “economia” arcaica, di nicchia, residui di riti superati dal tempo, ma non è così, l'economia del dono non solo esiste nella nostra civiltà economica-mercantile, ma ha ampliato le sue funzioni.

Da un lato funziona con gli stessi identici obiettivi di un tempo: rafforzare e ricreare i legami sociali, sia per confermare e ristabilire le gerarchie. Dall'altra oggi viene usato per il trasferimento di ricchezza dai molti ai pochi grati

Nel primo caso, è il prolungamento dell'antica forma del dono, va dalla famiglia al volontariato, ai gruppi di auto aiuto, all'offerta spontanea di un caffè tra amici, o all'obolo alla chiesa, alle spese per matrimoni o feste, oppure il welfare dal basso. Alcuni residui interessanti di comunità basate sul dono ancora vive in Italia sono le piccole “partecipanze” e le “comunanze” e alcune comunità religiose o atee ai piedi delle Alpi o sull'Appennino.14

L'universo del Dono non si limita a fare da “terza gamba” tra economia di mercato e quella di Stato.

Il Dono estorto

Nel secondo caso, il Dono per ristabilire gerarchie.

Tale Dono è presente nei rapporti con lo Stato, con il capitalismo, con la banca, o nel il commercio speculativo. è anche quello del pizzo dove si danno dei Doni in cambio di servizi solo apparenti.

Del Dono nei rapporti con lo Stato esistono di diverse forme, e qualità: quando si pagano delle tasse a cui non corrisponde nessun servizio o per mantenere apparati inutili, come un apparato militare senza nemici alle porte, formare il debito pubblico -e relativi interessi da pagare per la comunità- come fatto esistenziale, tasse per servizi inefficienti, i balzelli, le multe, e possiamo aggiungere anche il mantenimento delle corporazioni che grazie al monopolio dato loro dallo Stato offrono un servizio esoso e spesso pretestuoso (pensiamo ai servizi di professionisti che fanno da interfaccia tra cittadino e Stato).

È noto a tutti che la gran parte delle tasse collettive sono un Dono nella forma cattiva, non ritornano come servizio, o ne ritornano in minima parte, una quota consistente delle tasse vengono devolute al mantenimento dell'apparato statale in quanto tale come manifestazione della supremazia dello Stato che non deve rendicontare a nessuno l'uso che fa del denaro.

Poi abbiamo il profitto dei capitalisti che è formato dal plus lavoro dei lavoratori! Ma senza il “Dono” dei lavoratori (la parte viva del capitale), come si formerebbe il profitto del capitalista?

E ancora, come potrebbero restare sul mercato i capitalisti se non trovassero la manodopera disponibile, pronta per lavorare alla bisogna, già adulta e istruita? Infatti dietro la formazione del lavoratore c'è il Dono dei sacrifici della famiglia per mantenerlo e istruirlo (e in parte dello Stato, pagato sempre con le tasse).

Abbiamo anche il meccanismo del Dono perverso del sistema bancario e della finanza dove il tasso d'interesse è un “obolo” della collettività in cambio di nulla, o niente che già non esista o che non si possa creare modificando dei segni sul computer.

Esiste infine il meccanismo del Dono tossico nel caso che taluni commercianti approfittino della “scarsità” della merce per speculare sul cliente.

A tutti gli effetti, il Dono, sotto forma cattiva, nella modernità sta alla base del sistema, è parte della materia oscura dove pesca il capitalismo; e permette la sua esistenza e riproduzione.

Il Dono e il Bene Comune

L'economia del Dono esiste ancora, ha una sua validità per i legami sociali, e potrebbe essere anche il motore su cui può crescere la nuova “economia”15, ma questa volta senza banche, senza Stato, né mercato.

Riappropriarsi del Dono come Bene Comune, mettere fine alla rapina, riscrivere nuove regole del Dono, è il passaggio necessario per i nuovi orizzonti.
 
Note
1 I due termini non vanno separati, ma sono intercambiabili. Non esiste un”economia neutra, naturale, opposta ad un suo uso perverso messo in atto dal capitalismo.
2 È una potente operazione culturale, di mistificazione e occultamento, perché è ovvio che delineando di volta in volta i fini, viene meno il presupposto di scarsità.
3 E la famosa ricostruzione storica del mercato: dal baratto, alle conchiglie, alla moneta moderna.
4 M. Sahlins, L'economia dell'età della pietra. Se consideriamo il rapporto fra bisogni e soddisfazione con carattere illimitato dei bisogni, è inevitabilità parlare di scarsità dell'offerta (con i prodotti software replicabili all'infinito a costo zero il discorso dovrebbe crollare, ma si rimedia creando artificialmente scarsità); oppure si fa il contrario (“la via zen all'opulenza”), cioè considerare i bisogni umani come finiti e parametrati ai mezzi adeguati. In questo caso la civiltà paleolitica che viveva di caccia e raccolta viene considerata come “la prima società opulenta” (le tribù indios amazzoniche “lavorano” per soddisfare i loro bisogni 2-3 ore al giorno).
5 Louis Dumont, nel suo “Homo equalis”:
«Non c'è niente che nella realtà esteriore assomigli ad un”economia, proprio fino al momento in cui noi non costruiamo un tale oggetto.»
Con la modernità infatti..
“è avvenuta una rivoluzione in tutto ciò: il legame tra ricchezza immobiliare e potere sugli uomini è diventata pienamente autonoma non solo in sè ma come forma superiore della ricchezza in generale, mentre la ricchezza immobiliare ne diventava una forma inferiore, meno perfetta”. Emerge una categoria nuova, autonoma ed egemone sconosciuta nelle società precedenti “si può tracciare una chiara distinzione tra ciò che chiamiamo «politico» e ciò che chiamiamo «economico»” (L. Dumont, Homo aequalis 1. Genesi e trionfo dell'ideologia economica, Adelphi, Milano, 1984)
6 Bernard Trimond , “L'economia non esiste”.
7 A. Testart.
8 Questo è il teorema degli economisti formalisti.
9 E per certi versi è ognuno è obbligato ad acquistare al fine di poter far parte di un determinato “status” sociale di appartenenza. ( In occidente i consumi alimentari in genere sono una minima parte delle spese).
10 Molti prodotti per renderli “scarsi” bisogna fabbricarli ad obsolescenza programmata per farli rimanere artificialmente dentro il regime di scarsità.
11 Michel Henry, Denis Collin osservano che “l'economia non è la ultima realtà fondamentale” - questa è la vita soggettivamente vacua, la parte sensibile di cui parlava la I tesi su Feuerbach: «Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che l'oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto o di intuizione; ma non come attività umana sensibile, come attività pratica, non soggettivamente...». Michel Henry, Marx, Une philosophie de la realitè, Volume 1, Gallimard, 1976. Sortir de l'economie n°2, 2000.
12 Alfred Sohn Rethel, La pensèe-marchandise, Le croquant, 2009. “Sintesi sociale” può essere intesa nella forma di Sohn-Rethel: è il tipo di coesione sociale, la forma che egli individui si danno nella struttura socio-storica di una determinata “formazione sociale”. Sintesi sociale che si potrebbe anche dire “socializzazione strutturale”. Da vedere anche: John Holloway, Crack capitalism. 33 thèses contre le capital, Libertalia 2012.
13 Parole riprese da Serge Latouche e Castoriadis.
14 Con internet, è esploso il più grande fenomeno del nuovo Dono con il software libero e del Creative Common; nell'era di internet, esiste milioni di persone che lavorano cooperativamente in rete, a distanza, sulla produzione di software che rendono disponibili (nel senso di accessibilità del codice) e gratuiti (in senso economico): è il frutto del lavoro in forma completamente libera e cooperativa che viene donato.
15 Godbout.
16 Produttività: in genere la quantità di merci prodotta per numero di addetti.
17 La “coerenza” è riferito in questo caso alla metafora del raggio laser; mentre in una lampadina normale, l'emissione spontanea di ogni fotone ha una sua direzione e orientamento casuale rispetto agli altri fotoni, in un laser l'emissione di ogni fotone ha la stessa fase, sono unidirezionali, e viene 'coerenza” mantenuta nel tempo e nello spazio, Questo permette alla luce di fare lavori altrimenti impossibili . L’impiego del termine ”congruenza” invece è la capacità di generare senso.
18 Qualcuno ha ridotto tutto il sistema ad un fatto di quantità di informazione presente nelle singole merci a determinarne il valore.

Si può mettere in relazione il valore economico di una merce con il concetto d’informazione come viene delineato nella cibernetica, cioè nel duplice senso di recepire le forme e di produrre forme. Il valore di una merce è misurato dal numero totale delle ”forme” che racchiude, dal suo contenuto d’informazione. D’altro canto, il lavoro salariato dà forma agli oggetti o comunque costruisce comportamenti formali; e quindi il lavoro produce ”forme” ed è misurato dalle forme che produce. Anche il materiale grezzo, che il lavoro appunto trasforma, è esso stesso una molteplicità di forme, in modo tale che il suo valore coincida con l’ordine di questa molteplicità. Una simile misura del valore si applica solo ai beni che soddisfano una domanda tramite prestazione di lavoro umano, ovvero ai beni per i quali il lavoro umano, e come acquisizione di conoscenza e come potenza che dà forma, sia parte costitutiva del loro valore. Così, la misura dell’informazione contenuta in un bene economico ne determina il ”prezzo teorico”, il prezzo che prescinde, in prima approssimazione, dal gioco accidentale della domanda e dell’offerta; e questo prezzo coincide senza residui con il valore. Secondo questo criterio, la moneta, in quanto segno del valore, è proprio una misura dell’informazione; e l’universalità della moneta non è che un aspetto dell’universalità dell’informazione.“ ( Ferruccio Gambino-Piperno)
Ma l'informazione nel nostro caso anzitutto indica qualcosa, è una rappresentazione, una mappa di relazioni esistenti, non il territorio. Oltretutto, per assegnare un valore a un segno, serve un soggetto abilitante “neutro”, che ci dica ciò che è informazione e ciò che è rumore. Anche qui c'è il rischio di ritornare alla metafisica di Newton, al posto del tempo e della gravità mettiamo l'informazione.
19 Karl Marx “Frammento sulle macchine” (estratto) 25 febbraio, 2007 di criticalab (tratto da Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia 1968-70, II vol.pp.389-411, traduzione italiana dei famosi Grundrisse). 
 

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